Dear colleagues;

Thanks to Vanni, I believe, for starting this discussion. I agree with Kjetil that historians need to control the narrative of design history. It is not simply a service activity but on in its own right like art history, film history, and so forth. There is a design history research culture with its own issues, etc…In terms of the narrative, however, I do want to present a paradox. A lot of what designers do today and will be doing tomorrow has never been done before or will not have been done before. Therefore the role of design history as I see it needs to fullfill several purposes. First is to how how design, whatever form it takes, is rooted in an historical situation. This means references to the wider field of historical knowledge and activity. Second, is to widen the content of what might have been considered design in the initial design history narratives to include the antecedents of service design, design for disability, etc. For example, there is a long history of design for disability. In the 19th century, people were designing prosthetics, the Braille system etc. and after WWII, at least in the United States, there was a major push to design prosthetic limbs. This moved from objects to limbs that are connected to the electrical pulses of muscles. The history of computers and man machine interactions is also important. Figures like Norbert Wiener, JCR Licklider, and Douglas Engelbart are important figures for design history as are the design outlaws of the 1970s and Buckminster Fuller is squarely in the middle of everything. Some of these topics have been taken up by the folks in STS and the history of technology which suggests that there need to be closer contacts with them. Perhaps a joint international conference at some point.

Best,
Victor

Dear friends, some days ago I could luckily meet at Parsons in New York Susan Yelavich. We discussed about Design, History of design and so on. Afterwards she wrote to me a letter and I quote here one phrase: “…about teaching history. I feel there is a need for both chronological and modal/thematic approaches. Though at the graduate school stage, I think modal is more appropriate.”
I agree: maybe we need both cronological and modal/thematic approach today. And we should go on debating about that. Anyway that two historical approaches are typical one of Europe and the other of the States: analytical vs continental tradition of philosophy.

But we discussed also about teaching Design History under a general point of view. I think there are other problems:

  1. is it true there is an increasing loss of importance of Teaching History in the Design Schools?
  2. can we agree and why about the importance of contesting this trend?

  1. In 1994 in a conference at Politecnico in Milano (“Design: History and Historiography”) in my introduction I put he question why Teaching History was practically absent in Bauhaus and in Iulm. I related that absence to the influence of Vienna Circle (der Wiener Kreis) and afterwards of Neopositivism (Logical Positivism): and I underlined how Neopositivism positions against History were changed during his decline. I quoted Gustav Hempel who declared that changement took over from the studies of Thomas Kuhn and his “changement of paradigm” that reintroduced the idea of History in Scientific Studies.
    But all this refers to the history of Teaching Design and of relations between Design and History of Design.
  2. Some time ago Victor Margolin wrote (Design in History, 2008):
    “… there are forces that militate against learning from history. One that Hobsbawm identifies is the “a-historical,engineering, problem-solving approach by means of mechanical models and devices.”
  3. Actually, mostly referring to many present positions inside Politecnico- Milano, I think that a problem is an idea of strategic design that gives up with projecting material or immaterial artifacts. This idea is based on theories of organization and of management with an “operationist” point of view that implies a reduction of projecting to the list of the operations to be developped for getting the fixed goal.
  4. Presently I think that the problem is the domination of an absolutized technical thinking, both under the engeneering and the managerial points of wiew. I think it’s a general problem in present thinking. Just for referring to authors very interested in architecture and design I remember tthe critics to that positions of Frederic Jameson (1984) and Hal Foster (2002).

    I think these are problems worths of debating in the present situation. I have in mind to suggest it to the AIS/Design (Italian Society of Design Historians) we founded three years go, and in the meanwhile I send these remarks to Susan Yelovitch and to some other friends.

    Best regards
    Vanni Pasca

Lettere sulla storia del design

Nel mese di novembre ho incontrato alla Parsons-The New School for Design di New York la professoressa Susan Yelavich. Abbiamo discusso di design e in particolare di Storia del design, del suo ruolo, dei metodi di insegnamento nelle scuole di design e così via. In seguito le ho inviato una lettera nella quale riassumevo quelli che secondo me erano i punti più interessanti emersi dal nostro colloquio. Susan Yelavich mi ha risposto e ne è nata una discussione che si è allargata ad altri studiosi : fin ora sono intervenuti Tevfik Balcioglu, Anna Calvera, Clive Dilnot, Kjetil Fallan, Carma Gorman, Grace Lees-Maffei, Victor Margolin. La discussione, in modo molto libero e informale, ha approfondito i temi, ha introdotto ulteriori considerazioni, ha dato vita a un confronto iniziale ma di grande interesse che io spero possa ulteriormente allargarsi. Pubblicare queste lettere mi sembra molto utile per sollecitare altri studiosi, italiani e no, a intervenire. Mi sembra questo il metodo migliore per cominciare a pensare a un convegno che approfondisca e sviluppi questa tematica.

Vanni Pasca,
Presidente di AIS/Design

Chi volesse partecipare alla discussione può inviare una mail a redazione@aisdesign.org.

Who wants to join the discussion can write an email to redazione@aisdesign.org.

Linee guida per il seminario sulla formazione

A/I/S/Design / Convegno 2011: Il design e la sua storia

Quella dello storico del design è una figura culturale e professionale nuova, emersa alla fine di un lungo processo storico che ha portato il design a imporsi come campo professionale, settore disciplinare, struttura didattica a livello universitario e, non ultimo, reperto museale catalogato fra i beni culturali.
Questo sviluppo del design, durato circa un secolo e mezzo, è stato accompagnato fin dall’inizio da una riflessione di natura critica, da analisi tendenti a definire i caratteri formali e funzionali degli oggetti, da tentativi di sistemazione teorica della materia. Si è trattato di un intenso lavorio di catalogazione, classificazione e definizione storica degli oggetti prodotti in quantità crescente dall’industria, che è rimasto a lungo confinato ai commenti introduttivi e alle recensioni delle mostre specializzate, e che solo a partire dai lavori di Pevsner e di Giedion, collocati fra gli anni Trenta e gli anni Quaranta del XX secolo, ha preso a organizzarsi intorno a un primo progetto di storicizzazione sistematica, fino a comporsi, nella seconda metà del secolo scorso, in una figura culturale sempre più definita, e approdata nel presente alla sua configurazione disciplinare nell’ambito di una cattedra universitaria.
La legittimazione culturale della figura dello storico del design presenta però tuttora molti aspetti da chiarire, e fra essi quello della formazione appare il più incerto.

Il dato di fatto da cui occorre partire è che non esiste in alcuna università italiana un corso di laurea specificamente dedicato alla storia del design. La provenienza degli attuali storici va ricercata in massima parte nelle facoltà di architettura e in rarissimi casi in quelle di lettere e filosofia. Nessuna di queste facoltà rilascia però una laurea in storia del design, e nessuna propone dei corsi di laurea o degli indirizzi specifici in questa materia.
Ciò ha risvolti molto negativi per la figura professionale degli storici del design, che rimane incerta anche rispetto ai sbocchi lavorativi (per esempio: con quale criterio essi vengono selezionati nei concorsi a cattedra, nell’affidamento di corsi a contratto o nei concorsi come curatore di musei specializzati?). Inoltre, se si pensa che i corsi di storia del design sono istituiti esclusivamente nelle facoltà di architettura, mentre sono del tutto assenti altrove, si potrà comprendere la difficoltà di individuare una collocazione precisa di questa figura nell’ambito della costruzione e della comunicazione di un sapere in grado di dar conto della realtà del nostro presente.

Ancor più negative sono le conseguenze di tale situazione per la figura culturale dello storico del design. Nessuno infatti attualmente sa dire che tipo di curriculum studiorum sia necessario per arrivare a una laurea in storia del design. I fondamenti teorici e metodologici che finora hanno sorretto lo storico del design nel suo lavoro sono in gran parte desunti dalla tradizione della storia dell’arte o dagli esempi provenienti dalla storia dell’architettura. Pietre di paragone illustri, ma non in grado di affrontare la peculiarità della materia.
Inutile precisare che questa incertezza si traduce poi in una didattica che denuncia i medesimi problemi, le stesse lacune, altrettante contraddizioni e una pari disomogeneità.
Compito primario dell’Associazione dovrebbe dunque essere quello di elaborare un progetto culturale capace di definire la matrice formativa dello storico (quale facoltà dovrà laurearlo? Architettura o lettere?), individuare le conoscenze indispensabili al suo lavoro (quale curriculum di studi?), mettere a punto le eventuali ramificazioni del corso di studi in specializzazioni diversificate (il progetto, la produzione, il consumo, l’estetica, l’impatto sociale, la tecnologia), classificare i modelli narrativi della materia (catalogazione, ricostruzione storica, analisi critica).

Punto di partenza dovrebbe essere una riflessione approfondita sull’oggetto di design: non opera d’arte, non struttura architettonica, ma prodotto industriale o artefatto caratterizzato da utilità e funzionalità, inserito in una dinamica catena di eventi (progetto-produzione-prodotto-merce-consumo-presenza estetica-bene culturale), soggetto a continue e persistenti oscillazioni economiche, sociali e culturali. La figura dello storico del design è di necessità modellata su questi caratteri fondativi della sua materia, e da essi dovrà prendere spunto per definire la propria identità.

Riflessioni sui linguaggi della comunicazione visiva e il design

  1. L’universo “Design” tende ad abbracciare sempre più settori produttivi e no, nel terziario, nei servizi, nella distribuzione, e quant’altro, ma il Graphic Design degli anni Duemila può considerarsi ancora una branchia di quell’universo?
  2. Dopo la mostra di fine 2010 in Triennale dal titolo: «Graphic Design Worlds/Words» a cura di Giorgio Camuffo e Maddalena Dalla Mura, ci sembra lecito chiedersi se i nuovi orientamenti possono ancora fregiarsi di quel termine. Oppure, se la stagione del Graphic Design non è forse finita con la fissità delle immagini, da memorizzare e contemplare nella poetica della cultura del non figurativo in arte, nei loro equilibri armonici, oppure ambigui, ma sempre dettati dalla psicologia della visione?
  3. La comunicazione (anche visiva) diventa sempre più “mobile”, fluida, metaforica, fatta più di sequenze frammentate che di artefatti concreti. Cosa resterà nella storia? Anche nel campo della corporate image, c’è più strategia, più ambiguità, più marketing che immagine aziendale dichiarata ed esibita.
    La carta del «Progetto Grafico» scritta forse con un po’ di enfasi negli anni Ottanta e sottoscritta da alcuni tra i maggiori protagonisti della grafica, va stracciata e riscritta? Oppure, soltanto corretta e aggiornata?

I convegno – commissione: la formazione dello storico

A/I/S/Design / Convegno 2011: Il design e la sua storia

La commissione intende concentrarsi su due questioni fondamentali:

  1. Formazione dello storico del design;
  2. Come è attualmente organizzato l’insegnamento di storia del design e come dovrebbe migliorare?
  1. Formazione dello storico del design
    Di questo tema si occupa in particolare il testo di Maurizio Vitta.
    Riteniamo utile sottolineare come attualmente i docenti di storia del design provengano prevalentemente dalle facoltà di architettura o da quelle umanistiche (inquadrati poi nel settore scientifico-disciplinare ICAR/13) ma soprattutto che a essi non viene richiesta una reale formazione da storico, né in senso generale né specifico. Infatti non esiste nessuna scuola o master o dottorato per la preparazione dello storico del design. Riteniamo necessario riaffermare, come specificato nel testo di Pasca che cita anche Castelnuovo: lo storico del design è uno storico e occorre assuma “l’abito e il comportamento dello storico”.
    Come può essere allora ipotizzato un percorso adeguato per formare lo storico del design?
  2. Formazione degli studenti di design e ruolo della storia
    Non sembra che il grande sviluppo di corsi di design negli ultimi due decenni abbia visto crescere l’attenzione al senso e all’importanza dei corsi di storia del design (anche in termini di ore di insegnamento e di crediti). Sembra piuttosto che si assista a una relativa perdita di peso dei corsi di storia, a volte visti semplicemente come alfabetizzazione preliminare, a volte visti come funzionali a corsi di progettazione su temi specifici, e molto spessi riferiti in gran parte alla storia del design italiano.

    • Il design oramai, com’è noto, ha visto allargarsi i propri ambiti, sia dal punto di vista geografico (i paesi in cui si sviluppa), sia tipologico, sia per le specificazioni che lo accompagnano (social design, design for all, ecodesign, web design e così via). Tutto ciò è, almeno in parte, oggetto di riflessione da parte della critica odierna, ma deve spingere a una rilettura della storia del design e di conseguenza influire sul suo insegnamento? Ciò sembra in parte stia avvenendo all’estero: si vedano i temi dei recenti congressi internazionali di Design History: “Design Activism and Social Change” (2011), “Networks of Design” (2008), “Design and Craft” (2010) ecc.
    • In particolare vanno modificandosi le relazioni tra design di artefatti tridimensionali e design della comunicazione visiva. Ciò modifica o deve modificare la lettura della storia e il suo insegnamento, finora condotto in buona parte nei termini classici di design del prodotto da un lato e visual design (laddove ne è previsto un insegnamento specifico) dall’altro?
    • È utile rivolgersi domanda analoga in rapporto all’enorme sviluppo odierno delle tecniche e delle tecno-scienze: non spinge forse tutto ciò a una riformulazione dell’insegnamento della storia del design che fuoriesca dai riferimenti esclusivi alla cultura dell’architettura o dell’arte, dando peso e significato diverso agli sviluppi storici della tecnica (sintomatica la pratica assenza di testi di storia come quello di Siegfried Giedion dalle riflessioni storiche e dalle bibliografie dei corsi di storia del design)?
    • Infine: come potrebbero svilupparsi i rapporti dell’insegnamento della storia del design con quello di altre storie, della scienza, della tecnica, della cultura materiale ecc., oltre che dell’architettura e dell’arte, all’interno degli attuali corsi di laurea? Essendo impossibile moltiplicare gli insegnamenti di storie diverse, non comporta questo l’attenzione al peso, in termini di ore erogate e crediti, che dovrebbe avere un corso (o due corsi) di Storia del Design nel Corso di studi in relazione agli altri “complementari” (laddove esistano) di Storia dell’Architettura, della Cultura Materiale o di Storia dell’Arte?

Nel
 mito 
del 
made 
in 
Italy

Il
 contributo 
della
 storia
 del 
design
 alla 
costruzione
 dell’identità
 nazionale.


Il 
2011 
sarà 
la 
ricorrenza 
del 
centocinquantesimo
 anniversario 
della
 nascita
 dell’Italia
 come
 nazione.

L’occasione
 a 
mio 
parere
 va 
attentamente
 considerata,
 sia
 perché 
sarà 
un 
palcoscenico
 di 
visibilità
 importante,
 sia 
perché
 ci 
può 
offrire
 uno
 spunto 
di 
riflessione
 forse 
non 
banale 
per
 il
 tema 
del 
nostro 
convegno.
 Io
 credo 
che
 questo
 ci
 aiuterebbe
 anche
 a 
uscire 
dal 
dubbio 
se 
organizzare 
un 
convegno
 di
 analisi
 storiografica,
 uno 
di
 analisi
 di
 modelli
 o 
uno 
diciamo 
così 
ontologico.
 Se
 non
 partiamo 
da 
questioni 
generali,
 ma
 da 
un 
tema
 specifico, 
potremmo 
forse
 far
 convergere 
su 
quel 
tema
 tutti
 i 
punti 
di 
vista.


La 
mia 
proposta
 è 
di
 lavorare 
sull’idea
 del 
rapporto
 fra
 storia
 (o 
storie) 
del
 design
 e 
formazione 
dell’identità
 nazionale. 
Questo
 tema
 ci 
permetterebbe 
di tenere 
insieme,
 in
 diverse
 sezioni
 del 
convegno, 
tutti
 gli
 approcci
 sopra
citati,
 di
 analizzare 
e 
discutere 
i 
diversi
 testi
 dei 
vari 
autori 
 e 
le 
loro 
metodologie,
 di 
capire
 come 
si 
è 
formato
 il 
mito
 del 
made
 in 
Italy 
e 
molto 
altro 
ancora, 
compreso 
uno
 sguardo 
a 
livello
 internazionale.



Questo 
taglio
 potrebbe
 anche
 rispondere
 a 
una 
giusta 
preoccupazione 
espressa 
da
 Daniele:
 a
 chi 
ci 
rivolgiamo? 
Fermo 
restando
 che 
a 
mio 
parere
 una 
iniziativa 
di
 questo
 genere
 –
soprattutto
 perché
 è 
la 
prima
– 
ha 
ancora
 la
 funzione
 di 
farci
 conoscere
 e 
di 
accreditarci 
presso
 la 
comunità 
universitaria, 
culturale
 e 
editoriale
 del 
design
 italiano
 e 
presso
 le 
altre 
associazioni
 o
 istituzioni
 italiane
 e 
straniere,
 questo 
tema 
ci 
permetterebbe
 anche
 di 
allargare 
un 
po’
 lo
 spettro
 degli
 interlocutori: 
storici
 di
 campi 
limitrofi,
 se 
non
 studenti
 almeno
 dottorandi,
 forse
 un pubblico 
più 
allargato 
e 
interessato 
alla 
storia 
d’Italia
 tout 
court 
(e 
alla 
ricorrenza).



Ecco 
qui 
alcuni 
punti
 che 
aggregano 
pensieri 
sparsi,
 che 
però
 cominciano
 a 
delineare
 possibili
 sezioni,
 argomenti
 e
 sottoargomenti.



  • Storia
 del 
design: 
una 
storia 
nazionale?
 

    Si 
può
 allora
 parlare 
di
 storie
 e 
identità 
nazionali
 per 
il 
design 
(sia
 del
 prodotto
 che
 della
 comunicazione),
 come 
hanno 
fatto
 molti 
degli
 autori
 che
 hanno 
trattato 
il
 tema? 
(Pensiamo
 alla
 suddivisione 
in 
aree
 nazionali
 di 
una 
ricerca
 come
 quella
 edita
 da
 Electa 
in 
tre 
volumi).

 Il 
problema 
della
 “geografia”
 della
 storia 
e 
della 
“geografia”
 del
 design

 Critica 
ai 
modelli
 anglocentrici 
e 
nascita 
delle
 storiografie
 autoctone.
 


    In 
questa 
sezione 
si 
potrebbe 
affrontare
 il
 tema
 posto
 da
 Enrico
 sull’approccio
 italiano
 alla
 storia 
del 
design
 (grandi
 racconti
 di 
tipo 
sintetico
 e 
non 
storie 
di 
fatti)
 che 
a
 mio
 parere 
ha 
contribuito
 a 
determinare
 una 
visione
 “mitica”
 e 
non 
storica
 del 
fenomeno 
italiano
 (vedi 
punto
 2).


 Potrebbero
 essere
 invitati
 anche 
ospiti 
stranieri
 che 
hanno
 sviluppato 
questi 
temi
 (molti
 ne 
conosciamo 
personalmente
 e
 quindi 
possiamo
 facilmente
 invitarli). 
Negli
 ultimi
 anni
 sono 
usciti
 numerosi
 contributi,
 soprattutto
 nell’area
 dell’America
 Latina,
che 
permettono
 di 
riflettere 
molto
 bene 
sulle 
differenze.

  • 
 




  • La 
storia
 del 
design 
e 
la 
costruzione 
del 
mito
 del
 made 
in 
Italy


    La 
storia 
del 
design 
italiano 
è 
stata 
fortemente 
segnata 
dalle
 particolari 
vicende
 progettuali, 
produttive 
e 
del 
mercato 
del 
“made 
in 
Italy”.

 Ruolo
 della
 storia
 nella 
costruzione 
dell’immagine 
del 
made 
in 
Italy.

 La 
storia 
del 
design
 e 
le
 altre
 storie
 (dell’arte, 
dell’architettura, 
dell’impresa 
ecc.).
 Il 
contributo
 delle
 riviste.

 L’autorappresentazione 
come 
storia.
 Le 
mostre 
sul 
design
 italiano 
come
 storia.

 I
 luoghi 
della
 memoria: 
archivi, 
musei,
 musei
 d’impresa.
 Unità
 e 
frammentazione.
 La
 rinuncia 
al 
Museo 
del 
design
 come
 fallimento 
della
 storia
 del 
design 
italiano?
 In 
questa 
sezione 
si 
potrebbe 
affrontare
 anche 
il 
tema
 posto 
da 
Maurizio,
 analizzando 
i 
diversi
 modelli 
che
 hanno
 concretamente 
partecipato
 a 
questa
 costruzione 
mitica 
(storia 
“vasariana”,
 storia
 alla
 Gregotti, 
monografie
 di 
autori 
e
 di
 aziende)
 anche 
come
 spunto 
per ridefinire 
l’approccio
 alla 
storia
 del
 design. 


  • Il 
design 
italiano 
fuori
 dell’Italia
.

    È 
evidente
 che
 studiosi,
 media
 e 
musei 
in 
tutto
 il 
mondo
 hanno 
avuto
 un 
ruolo
 importante 
non 
solo 
nella 
divulgazione
 del 
mito 
del 
design
 italiano, ma 
anche
 nello
 studio
 delle 
vicende
 nazionali. 
Mi 
pare 
interessante 
provare
 a 
vedere 
la
 storia
 del
 design 
italiano 
nelle 
storie
 del
 design
 straniere.
 Come 
gli
 stranieri
 vedono 
il 
design
 italiano:
 le 
riviste, 
i 
libri, 
le 
mostre.
    Iniziative
 sul
 design 
fuori
 dell’Italia
.

  • Sui temi

    Per quanto riguarda la mia risposta, alla luce dei temi proposti da Morteo, Vitta e Baroni (fondativi e condivisibili, ma che poi mi sembrano sostanzialmente lo stesso tema), penso che le sei proposte di titoli, con brevi spiegazioni, per il nostro convegno che avevo già avanzato nella mia lettera (di quasi un anno fa) che hai pubblicato sul sito siano ancora validi. Se devo suggerirne uno o due in particolare penso che “Le storie dimenticate” e “Oggetti, strutture, ambienti”, siano tra i più papabili, ma forse questo per i miei attuali interessi. Se credi che occorra una specifica lettera nella quale descriva più approfonditamente questi temi o altri dei sei (quello su storia e Internet può interessare ai più giovani) che ho già elencato fammi sapere.

    Esibire le merci

    Cultura materiale, progresso scientifico e internazionalizzazione dei saperi nelle esposizioni, nelle fiere e nelle mostre di design.

    L’intento è quello di intercettare anche l’interesse di molti giovani studiosi, dagli ottocentisti ai contemporaneisti, proponendo un tema che ha molti addentellati con l’attualità. Il sottotitolo è piuttosto esplicativo, crediamo possa avere un certo appeal, anche a livello internazionale.

    Su interlocutori e obiettivi

    Oggi è il 15 novembre e entro questa data tutti noi ci eravamo impegnati a fornire qualche idea per il primo convegno degli storici del design, che, se non sbaglio, si dovrebbe tenere a Milano fra circa dieci mesi.

    Come già avevo sottolineato in assemblea, ritengo fondamentale chiarirci le idee su quali saranno gli interlocutori a cui vogliamo rivolgerci: l’ambiente universitario (docenti e dottorandi)? Oppure i professionisti e gli imprenditori? Naturalmente, che si vada in un senso o nell’altro non si esclude nessuno, ma il “taglio” e la scelta dei contenuti devono essere “mirati”.

    Io sostengo un “esprit” elevato e penso a tematiche di grande rilievo per mettere ordine nella storiografia del design. Il tema che ho già proposto e che qui ribadisco, potrebbe anche non essere trattato nel primo convegno, ma spero che se ne tenga conto per uno successivo, o forse, per più di un seminario, con molteplici studi in proposito.

    «Quali i compendi alla formulazione di una storiografia del design: i contributi teorici, le idee, gli studi interdisciplinari nel XX secolo».
    (Solo qualche esempio. “Dall’urbanistica al design”: da Rogers a Tafuri; “La ricerca interdisciplinare”: da Maldonado a Eco; “La disciplina dell’estetica”:da Dino Formaggio a Dorfles), ecc.