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L’articolo “The Straw Donkey”: Riscoprire una mostra

Era il 1998 quando l’articolo della eminente storica britannica del design Penny Sparke, “The Straw Donkey: Tourist Kitsch or Proto-Design? Craft and Design in Italy, 1945-1960” (“L’asino di paglia: kitsch per turisti o proto-design? Artigianato e design in Italia, 1945-1960”) veniva pubblicato nelle pagine del Journal of Design History. L’arguto titolo, e il saggio nel suo insieme, prendeva spunto da un piccolo asino giocattolo di paglia, che appariva illustrato nelle pagine del catalogo di Italy at Work: Her Renaissance in Design Today, una mostra che venne allestita al Brooklyn Museum of Fine Arts di New York nel 1949 e che successivamente fu esposta in altre undici sedi negli Stati Uniti. Nonostante siano trascorsi oltre quindici anni dalla prima apparizione di “The Straw Donkey”, questo articolo, che viene ripubblicato e tradotto in italiano in questo numero di AIS/Design Storia e Ricerche, è ancora oggi di notevole rilevanza per gli storici del design.

In esso, Sparke si concentrava su una mostra fino ad allora rimasta presso che sconosciuta, e sul suo catalogo, per avanzare una rilettura originale della storia del design italiano. L’autrice offriva in effetti la prima analisi approfondita di Italy at Work, una iniziativa che svolse un ruolo importante nella maturazione del design moderno italiano e che all’epoca della sua organizzazione fu considerata un evento cruciale, attentamente orchestrato e organizzato per sostenere le relazioni economiche e culturali italo-americane nella cornice dell’America del dopoguerra.[1] La rilevanza storico-culturale di questo evento, che Sparke ha messo in luce, è stata peraltro recentemente confermata dalla ristampa del catalogo, realizzata nel 2010. Gli editori hanno scelto di riprodurre semplicemente una copia del documento originale, restituendo anche le imperfezioni prodotte dal tempo, e si sono limitati a sostituire l’immagine di copertina disegnata dall’artista Corrado Cagli con una fotografia della Galleria Vittorio Emanuele a Milano. Nelle loro parole, la decisione di ripubblicare il catalogo è giustificata dalla convinzione che “questo lavoro è culturalmente importante” (Meyric , 1950, p. 2; dichiarazione del nuovo editore, 2010).

Sparke, d’altra parte, non solo riportava in superficie Italy at Work, ma con “The Straw Donkey” adottava un approccio inedito, non ortodosso, allo studio del design italiano moderno. Contribuendo in modo significativo ad aprire nuove cornici attraverso cui affrontare lo studio della cultura materiale e del design italiani, il suo articolo ha stimolato successivamente ulteriori ricerche e influenzato vari altri campi di studio – ben oltre quel che l’autrice stessa poteva prevedere.

L’articolo “The Straw Donkey” e il precedente saggio di Sparke “Industrial Design or Industrial Aesthetics?: American Influence on the Emergence of the Italian Modern Design Movement, 1948-58” (1995) sono stati tra i primi testi che si sono concentrati sulla relazione fra gli sviluppi del design americano e italiano nel dopoguerra, e sono divenuti il riferimento per vari storici del design che hanno in seguito analizzato, da diverse prospettive, la mostra Italy at Work. Fra questi si può ricordare, per esempio, il libro di Nicola White Reconstructing Italian Fashion: America and the Development of the Italian Fashion Industry (2000); l’importante lavoro di ricerca di Wava J. Carpenter (2006) sull’influenza che le relazioni economico-politiche italo-americane ebbero sullo sviluppo del design moderno italiano; infine la ricerca che io stessa ho svolto in particolare sul ruolo strumentale che la produzione ceramica italiana ebbe, nei primi anni del dopoguerra, nella elaborazione dell’idea di made in Italy, attraverso iniziative culturali fra cui Italy at Work fu certamente una delle più significative (Hockemeyer, 2013).

Includendo nelle sue analisi per lo più prodotti artigianali, manufatti di gusto popolare e lavori artistici come quelli presentati nella mostra Italy at Work, con la sua indagine sulla produzione della cultura materiale in Italia nel secondo dopoguerra, Sparke ha fornito una prima testimonianza del contributo che il lavoro artigianale tradizionale, la cultura popolare e l’arte hanno dato non solo all’immediata ripresa economica e sociale del paese ma anche alla maturazione di una autonoma estetica progettuale. Negli anni novanta Sparke ha quindi sfidato l’eredità di una lettura della storia del design italiano – prevalentemente in lingua italiana e ampiamente accettata – che escludeva dal proprio orizzonte il ruolo delle imprese artigiane, e ha quindi avanzato una interpretazione della storia della cultura materiale italiana del secondo dopoguerra distinta rispetto alle narrazioni di stampo modernista del design italiano, tuttora diffuse.[2] Lo studio intrapreso da Sparke sull’artigianato quale componente importante nella formazione del design italiano, e nella storia del design in Italia, proseguito dagli autori già citati, è stato ulteriormente sviluppato dalle recenti ricerche della storica del design Catharine Rossi che, con la sua tesi di dottorato Crafting Modern Design in Italy, from Postwar to Postmodernism, ha esaminato il ruolo che l’artigianato ha avuto nella cultura italiana del design fino agli anni ottanta del secolo scorso (Rossi, 2011).

Per tornare alla mostra Italy at Work, certamente molto ancora resta da raccontare di questa iniziativa, a proposito della quale non esiste ancora un chiaro resoconto dell’impatto che ebbe nelle undici città statunitensi in cui fece tappa, dopo l’inaugurazione a New York. Inoltre, mentre la estesa ricerca di Wava Carpenter (2006), già menzionata, ha offerto un’approfondita indagine della rete americana di persone e istituzioni coinvolte nella pianificazione e organizzazione della mostra, ancora molto rimane da scoprire in merito alle reti che sostennero l’evento dall’Italia. Italy at Work, insomma, promette di aprire nuovi sguardi a proposito della storia del design italiano e della cultura materiale in Italia nel dopoguerra.

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Riferimenti bibliografici

Carpenter, W. J. (2006). Designing freedom and Prosperity: The emergence of Italian Design in Postwar America. Tesi di Master, Cooper-Hewitt, National Design Museum, Smithonian Institution and Parsons the New School for Design. Disponibile presso http:/hdl.handle.net/10088/8788 (ultimo accesso 10 gennaio 2012).

De Fusco, R. (2007). Made in Italy: Storia del design Italiano. Roma-Bari: Laterza.

Hockemeyer, L. (2008). Italian Ceramics 1945-58: A Synthesis of Avant-Garde Ideals, Craft Traditions and Popular Culture. Tesi di dottorato, Kingston University, Londra.

Hockemeyer, L. (2013). Manufactured Identities: Ceramics and the Making of (Made In) Italy. In G. Lees-Maffei & K. Fallan (a cura di), Made in Italy: Rethinking a Century of Italian Design (pp. 127-143), Londra: Bloomsbury Academic.

Rogers, M. R. (1950). Italy at Work: Her Renaissance in Design Today. Catalogue of the travelling exhibition. Roma: Istituto Poligrafico dello Stato. Riproduzione dell’originale, Charleston, South Carolina: Nabu Press, 2010.

Rossi, C. (2011). Crafting Modern Design in Italy, from Postwar to Postmodernism. Tesi di dottorato, Royal College of Art/Victoria and Albert Museum, Londra.

Sparke, P. (1995). Industrial Design or Industrial Aesthetics?: American Influence on the Emergence of the Italian Modern design Movement, 1948-58. In C. Duggan & C. Wagstaff (a cura di), Italy in the Cold War: Politics, Culture and Society, 1948-58 (pp. 159-165), Oxford: Berg.

White, N. (2000). Reconstructing Italian Fashion: America and the Development of the Italian Fashion Industry. Oxford: Berg.

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Note    (↵ returns to text)

  1. Quando la mostra venne aperta, ma già durante i due anni della sua preparazione, vari articoli apparvero sul New York Times che presentavano la mostra Italy at Work come l’evento più atteso e importante mai portato dall’Europa in America. Si veda Hockemeyer (2013).
  2. Fino a tempi recenti la narrazione della storia del design italiano ha seguito la traccia segnata dalla scuola del modernismo internazionale, escludendo l’esistenza di altre possibili storie del design e non cogliendo i benefici di approcci maggiormente interdisciplinari. Un esempio in questa direzione è il saggio di Renato De Fusco Made in Italy: Storia del design Italiano (2007), un libro che viene sovente adottato dai docenti nelle università italiane e che presenta una interpretazione d’impronta modernista della storia del design italiano, e che fatica ad abbracciare metodologie nuove e prospettive interdisciplinari.
Questo articolo è stato pubblicato in AIS/Design Storia e Ricerche, numero 3 marzo 2014

Lisa Hockemeyer

Nata a Brema, in Germania, nel 1972, è storica dell’arte e del design. Laureata presso la UCL, ha conseguito un Master presso il Royal College of Art e il Victoria and Albert Museum, e il dottorato di ricerca presso la Kingston University, a Londra. Attualmente è coordinatrice del programma di Design del prodotto presso l’Istituto Marangoni di Milano, Visiting Research Fellow presso la Faculty of  Art, Design and Architecture della Kingston University, e docente presso il Politecnico di Milano. Tra il 1999 e il 2005 ha insegnato Storia del design presso le Università di Kent e Bedfordshire e presso il Design Museum di Londra.
Hockemeyer svolge ricerca multi- e interdisciplinare, in particolare su design, cultura materiale, e arte italiani e tedeschi del Novecento. È curatrice della sezione tedesca della mostra Design al femminile – Creatività a confronto, dedicata alla produzione artigianale e di design delle donne di diverse nazioni europee, che sarà allestita in occasione dell’Expo 2015. Le sue pubblicazioni recenti includono: The Hockemeyer Collection: 20th Century Italian Ceramic Art (Hirmer, 2009) e “Manufactured Identities: Ceramics and the Making of (Made in) Italy” nel volume Made in Italy: Rethinking a Century of Italian Design (Bloomsbury, 2013). Curatrice e consulente di gallerie d’arte e collezioni private, ha curato la mostra Terra Incognita: Italy’s Ceramic Revival presso la Estorick Collection of Modern Italian Art, a Londra (2009). 

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