Fede Cheti: 1936-1975. Tracce di una storia italiana

Questo saggio prova a ricostruire la storia di un’azienda, la Fede Cheti, e della sua omonima fondatrice, figura di rilevo nella storia del design italiano e milanese a cavallo tra gli anni trenta e gli anni sessanta del Novecento. Nei prodotti dalla Fede Cheti le sperimentazioni nel campo dell’industria tessile, si fondevano con le più sofisticate forme d’arte decorativa del tempo, realizzando tappeti, tappezzerie per interni e rivestimenti per arredi che hanno influenzato il gusto di quasi mezzo secolo. Le partecipazioni alle Triennali di Milano, i riconoscimenti internazionali e le mostre in tutto il mondo, le pubblicazioni più importanti e soprattutto la ricerca dai documenti originali, sono qui riportate nel tentativo di delineare più chiaramente questa piccola storia del design e delle arti decorative italiane del XX secolo.


1. Madame Fede Cheti

Fu in occasione di una Triennale, non ricordo se fosse la quinta o la sesta, comunque una Triennale di molti anni fa, gonfia tra l’altro di stoffe sperimentali. Tutti cercavano di trarre effetti straordinari dai più straordinari materiali. Le Triennali di allora non raccoglievano, come in un bel ordinato negozio, ciò che ci fosse di meglio in giro tra le produzioni dell’arte e della industria, scegliendo tra quello che c’è di già fatto, già convalidato dall’uso e già approvato, o almeno già inconsciamente inghiottito dal pubblico. Ma si ponevano di fronte a un programma più ambizioso: quello di formare un gusto e non solo nel pubblico, ma nel produttore stesso che a quei tempi era restio alle innovazioni. Fu, dunque, in occasione di una di quelle burrascose Triennali che Ponti mi propose: “Vieni con me a veder quel che fa questa donna: è una che comincia ma che ha qualcosa da dire. Ha coraggio” […]. Fu allora che vidi per la prima volta Fede Cheti. Andammo in un appartamento che mi sembra fosse in un quartiere lontano dal centro […]. Ricordo soprattutto quelle stoffe chiare, raggiate, trasparenti e pur fatte di fili consistenti che poi finirono per creare una moda per le tende e uno stile nell’arredamento che allora si voleva spoglio, lineare, essenziale funzionale. Fede Cheti mi parve alta, sottile, chiara, un po’ fredda tanto era assorta nelle ricerche del suo lavoro: quasi una nordica. Ci spiegò le sue stoffe una ad una, intenzioni e risultati. Fece da collegamento tra noi e loro con tale forza che quando uscimmo di lì ci parve di aver in qualche misterioso modo partecipato al loro essere. Da quella lontana sera ho spesso rivisto Fede Cheti tra le sue stoffe e sempre ho avvertito questa sua maniera di avvicinare noi, pubblico, all’oggetto di sua creazione. Ed ogni volta ho scoperto che la “novità” raggiunte da Fede Cheti erano, sotto l’apparenza di un fatto di estetica, in realtà una conquista tecnica. Direi che tale è la caratteristica dell’arte applicata se non avessi avvertito la stessa preoccupata passione nei pittori, sempre volti a una più chiara, profonda ricerca di espressione.[1] (La presenza di Fede Cheti alla X Triennale, 1954)1

Si può dire che in questo inciso sulla figura di madame Fede Cheti sono già presenti tutti gli elementi essenziali che ci fanno capire chi era questa donna e quanto abbia di fatto influito sulla storia italiana delle arti decorative e del design nel XX secolo.

Fede Cheti è nata nel 1905 a Savona, figlia di Emanuele Cheti e Gemma Sansevero. Il nonno, Giuseppe Sansevero, è il fondatore di una prestigiosa ditta di stoffe fondata nel 1880. Figlia unica, Federica (questo il suo nome di battesimo) studia per qualche tempo in Francia e, rimasta orfana di padre molto giovane, si trasferisce alla fine degli anni venti a Milano con la madre (che sarebbe stata la sua più assidua e preziosa collaboratrice in tutti gli anni di attività). A Milano, con un primo e rudimentale telaio, realizza in proprio i primi tappeti e inizia a disegnare alcune stoffe per arredamento su ordine di una ristretta, aristocratica, cerchia di amici (Folco, 1997).

In seguito Fede Cheti acquisterà direttamente dagli artisti i bozzetti che questi disegnavano per i tessuti, diventando così proprietaria a tutti gli effetti dei motivi; questo è il motivo per cui sui tessuti era impresso esclusivamente il marchio Fede Cheti e mai quello dell’autore del disegno (unica eccezione fu fatta per il disegnatore francese di origine italiana René Gruau) (Antonelli, 1988). Fede Cheti nel corso della sua carriera ha collaborato con i maggiori artisti dell’epoca, come Giorgio de Chirico, Fausto Melotti, Massimo Campigli, Renato Guttuso, de Filippo de Pisis, Raoul Dufy, Raymond Peynet, Mario Sironi e Gio Ponti, con il quale mantiene un lungo e fortissimo sodalizio nel corso di tutta la sua carriera (Antonelli, 1988).

2. 1930-1957. La Scuola tappeti Fede Cheti e le presenze alle Triennali di Monza e Milano

La presenza della Fede Cheti alle Triennali può essere testimoniata lungo un arco temporale di quasi trent’anni, a partire dal 1930 fino al 1957, ultimo anno in cui prese parte alla manifestazione milanese. Molte fonti (Alfonsi, 1975; Antonelli, 1988; Folco 1997; Pansera, 2002; Costamagna, 2010), indicano la presenza della Fede Cheti già alla IV Triennale di Monza delle Arti Decorative e Industriali Moderne del 1930; tuttavia, nel catalogo ufficiale, il suo nome non compare tra quello degli espositori in mostra all’interno della Galleria dei Tessuti[2], né tra i fornitori di tappeti o tessuti per l’arredamento (Catalogo Ufficiale della IV Esposizione Triennale Internazionale delle Arti Decorative e Industriali Moderne, 1930, pp. 272-273).

Ma questo è facilmente giustificabile dal fatto che la Scuola di tappeti e di tessitura Fede Cheti sarà fondata solo nel 1936, e quindi con molta probabilità i suoi lavori fanno ancora riferimento al nome della madre Sansevero e alla ditta originaria si Savona del nonno. Ed è plausibilmente riferibile a questo stesso momento anche l’incontro con Gio Ponti, il quale fu immediatamente colpito dalle capacità (e potenzialità) della Cheti: incontro dal quale avrà inizio quella collaborazione (e amicizia), che si sarebbe protratta per tutta la loro vita (Folco, 1997).

È data come certa invece la presenza alla V Triennale (Esposizione Triennale delle Arti decorative e industriali moderne e dell’Architettura moderna), tenutasi per la prima volta al Palazzo dell’Arte di Milano di Giovanni Muzio. Al primo piano fu allestita la sezione Tessuti, Pizzi, Ricami, ordinata da Luciano Baldessari, nella quale erano presenti anche Gio Ponti per le milanesi Ditta Figli di Livio Goff, e Ditta Vittorio Ferrari, e Lucio Fontana e Fausto Melotti per la Ditta De Angeli Foia, anch’essa di Milano. Il catalogo ufficiale ancora una volta non riporta il nome Fede Cheti, ma si ha testimonianza della presenza di alcuni suoi tappeti (De Giorgi, 1995, p. 175), fatti a telaio caratterizzati da motivi sovradimensionati e da tessuti che utilizzavano già filature miste, di stoffe per tende chiare e trasparenti e di un pouf in ciniglia “che solo solo, nuovissimo di invenzione e di gusto, attrae l’attenzione degli artisti e del pubblico”(Alfonsi, 1975, p. 41). Sarà questa quindi l’edizione della Triennale che presentò ufficialmente al pubblico e alla critica il lavoro della Fede Cheti, decretandone il primo successo e segnando una svolta decisiva nella sua carriera professionale. Tre anni dopo, infatti, nel luglio del 1936, nasce la ditta Fede Cheti, iscritta alla Camera di commercio di Milano come Scuola di tappeti e di tessitura, anche se il progetto di creare una scuola che conservasse la tradizione dello spolinato a mano non andò mai in porto. La sede della ditta e l’abitazione della Fede Cheti da allora sono sempre in via Manzoni 23 a Milano (Antonelli, 1997).

La sua presenza è rintracciabile per la prima volta, sotto il nome di Scuola tappeti Fede Cheti, sul catalogo della VI Triennale del 1936. Le presenze riguardanti la VI, VII e VIII Triennale sono tutte riferibili alla fornitura di tappeti e tessuti per elementi di arredo destinati alle diverse soluzioni di ambienti abitativi presenti alle Triennali, in collaborazione con i maggiori architetti del tempo (bisognerà invece aspettare la IX Triennale del 1951 per ritrovare la Fede Cheti nell’elenco degli espositori ufficiali). Una di queste prime collaborazioni è quella per la Mostra dell’Abitazione del 1936, curata fra gli altri da Franco Albini e Ignazio Gardella,[3] al piano terra di un nuovo padiglione costruito nel parco appositamente per questo evento su progetto di Pagano (Pansera, 1978), il cui intento era di riunire alcune possibili proposte relative all’arredamento moderno, ottemperando ai seguenti principi: 1) applicazione dei concetti di “serie” alla organizzazione dell’alloggio e agli elementi dell’arredamento; 2) componibilità, intercambiabilità, trasformabilità dell’arredamento ottenute con un modulo costante; 3) esclusione di materiali e di soluzioni di eccezione. La “Scuola tappeti Fede Cheti” viene indicata nella dicitura generica di “stoffe e tappeti” per gli allestimenti per la soluzione “1: Tipo di alloggio di un locale studiato per un albergo di soggiorno, per una pensione o per un edificio ad alloggi di un locale con servizi centralizzati” e la soluzione “2: Tipo di alloggio per quattro persone di 160 metri quadri” (Guida della Sesta Triennale, 1936, pp. 26-28).

In occasione della VII Triennale, nel 1940, la presenza di Fede Cheti è testimoniata negli ambienti della Mostra delle Vetrine, con più precisione all’interno della Mostra dell’E.N.A.P.I. (Ente Nazionale Artigianato e Piccole Industrie), allestita e ordinata dal pittore e architetto Giovanni Guerrini. Questa mostra (che sarebbe poi stata riproposta a Firenze), che voleva presentare “la continuità progressiva dell’assistenza artistica e tecnica agli artigiani attraverso opere eseguite da artigiani su modelli di artisti” (VII Triennale di Milano: Guida, 1940, p. 93), era articolata in diverse sezioni, tra cui quella dei tessuti e dei tappeti ed è in questa doppia produzione che si segnalano i contributi di Fede Cheti con quattro tappeti di cui tre annodati in lana e uno in ginestra. Fede Cheti è presente inoltre in sette ambienti dei quattordici complessivi della Galleria dell’Arredamento, tra cui la “Stanza di Soggiorno per una Villa” di Franco Albini[4] e alla Mostra dei Criteri della Casa d’oggi, ordinata e allestita, fra gli altri, da Piero Bottoni e Albini.

Rivestimenti Fede Cheti la Mostra dell'Abitazione. VI Triennale di Milano, 1936 (© Archivio fotografico Fondazione Franco Albini); Pagina del catalogo.

Rivestimenti Fede Cheti la Mostra dell’Abitazione. VI Triennale di Milano, 1936 (© Archivio fotografico Fondazione Franco Albini); Pagina del catalogo.

Sette anni dopo, nella VIII Triennale della Ricostruzione, tutta incentrata sul visionario progetto del quartiere sperimentale QT8 voluto dal commissario straordinario Piero Bottoni, Fede Cheti risultava fornitrice delle stoffe di arredamento in diverse soluzioni abitative. La mostra principale fu quella dell’Abitazione, che occupava una parte molto vasta del Palazzo dell’Arte e nella cui commissione figuravano gli architetti Lodovico Belgiojoso, Francesco Diomede, Luigi Mattioni, Franco Marescotti, Gabriele Mucchi e Marco Zanuso (T8, Ottava Triennale di Milano. Catalogo-Guida, 1947, p. 61). Ma soprattutto, Fede Cheti compare al primo posto nell’elenco del comitato ordinatore del Convegno delle Arti Decorative e Industriali Moderne, organizzato a margine della VIII Triennale nel giugno del 1947, i cui temi toccavano le funzioni, i limiti e i rapporti fra artigianato e industria nel campo delle arti applicate, con particolare riguardo ai problemi sociale, economico, artistico e delle scuole. Lo scopo era quello di definire le funzioni dell’industria nel campo delle arti decorative, le direttive per i due tipi di produzione con riferimento al mercato nazionale e a quello internazionale, le caratteristiche e i fini delle esposizioni triennali delle arti decorative e industriali in relazione anche a un loro nuovo statuto.

Tappeti annodati in lana, disegni di Bice Lazzari, esecuzione di Fede Cheti esposti alla VII Triennale di Milano (Domus n.151, luglio 1940).

Tappeti annodati in lana, disegni di Bice Lazzari, esecuzione di Fede Cheti esposti alla VII Triennale di Milano (Domus n.151, luglio 1940).

Molto importanti furono poi i due concorsi indetti congiuntamente da Fede Cheti e dalla Triennale; nel “Concorso disegni per tessuti d’arredamento Fede Cheti n.1”, il tema era lo studio di disegni per tessuti di spolinato a mano per arredamento ripresi su antichi motivi italiani. La giuria era composta da: Piero Bottoni, Ernesto N. Rogers, Fede Cheti, Aligi Sassu, Enrico Bordoni. Il premio consisteva in 50.000 lire. La giuria ritenne insufficienti gli elaborati e non attribuì alcun premio.[5] Si tentò nuovamente col “Concorso disegni per tessuti da arredamento Fede Cheti n.2”, con il tema dello studio di disegni per tessuti da arredamento stampati su motivi tipicamente italiani. La giuria, composta dagli stessi elementi, anche questa volta non assegnò alcun premio, infine il successivo “Concorso disegni per tessuti da arredamento Fede Cheti n.2 bis” vide vincitore Ettore Sottsass jr. cui andarono in premio 50.000 lire.

Domus - n° 218

Fu in occasione della IX Triennale del 1951 che Fede Cheti comparve per la prima volta tra gli espositori della sezione dei tessuti, in una sala del lato est del Palazzo dell’Arte, ordinata da Maria Cristina Boeri Mariani insieme a Marco Zanuso, il quale curò l’allestimento, che disponeva i tessuti a guisa di lunghe cascate. In questa edizione si decise di suddividere gli espositori in tre categorie: industrie, studi d’arte e artisti, e Fede Cheti vi figurava nella seconda categoria. E, come indicato nel catalogo della Nona Triennale di Milano (1951), anche la sezione dell’Arredamento e Mobili Isolati, ordinata e allestita dagli architetti Pep Calderara e Guglielmo Ulrich al primo piano del palazzo, vide il contributo di Cheti per la fornitura di tappeti, delle stoffe e dei rivestimenti delle pareti (tutti su disegni suoi) nello Studio di una Creatrice di Tessuti, progettato dall’architetto Ulrich, e come creatrice dei tessuti per il Soggiorno dell’architetto Osvaldo Borsani.

Domus - n° 234

Sempre all’interno di questa sezione Cheti lavorò come progettista insieme a Gianni Ratto, con la collaborazione di Marco Zanuso, alle tende per il campeggio “La Garetta”, per il quale fornì i tappeti, le tende e i tessuti e del quale si riporta la seguente descrizione tratta dall’articolo “Fede Cheti alla Triennale”, pubblicato su Domus numero 259 del giugno 1951.

La “Garretta” si chiama questa tenda da week-end di Fede Cheti, che è una delle cose che più hanno attratto e incuriosito i visitatori della Triennale. È una tenda circolare in cinz progettata da Fede Cheti e da Gianni Ratto […]. È una leggera e smontabile tenda per signore, che possono farla innalzare qui o là nel giardino, o sulla spiaggia, o nel bosco, o portarsela dietro in un week-end non molto avventuroso […]. La struttura metallica che sorregge questo cilindrico padiglione, semplicissima, è composta da due cerchi, l’uno alla base, l’altro alla cima, collegati da cinque o sei persone sedute – non occupa più spazio, né ha maggior perso, di un ombrellone chiuso. I sedili per gli ospiti che partecipano al picnic o alla conversazione, sono delle piccole e ottime poltroncine da campo in due pezzi, ideate dall’arch. Zanuso, con struttura in legno, braccioli in tessuto plastico, imbottiture di sedile e schienale in cuscini di cinz di Fede Cheti […]. Su questo elegantissimo cinz essa si è certamente divertita a comporre, in bianco e nero, un paesaggio di copertine romantiche e comiche di Toulouse-Lautrec […]. Oltre al grande tema verticale della “colonna di fiori” coloratissima, sul fondo bianco della stoffa – tema ormai suo classico – qui appare – in nuovi bellissimi esemplari – il grande motivo unico orizzontale: sono paesaggi boscosi romantici, tratti con la freschezza e la libertà di una immensa gouache che pare si sia appena asciugata sulla tela, e con la sapienza della monocromia o del colore appena accennato […]. Dopo simili stoffe, non si desidera se non che ne vengano inventate altre e altre ancora, come nuovi spettacoli. (p. 61-64)

Allestimento “La Garretta”, di Fede Cheti, progetto di Marco Zanuso (Domus n. 259, giugno 1951); Allestimento del Soggiorno dell’architetto Borsani con tendaggio in tessuto Cheti. IX Triennale di Milano.

Allestimento “La Garretta”, di Fede Cheti, progetto di Marco Zanuso (Domus n. 259, giugno 1951); Allestimento del Soggiorno dell’architetto Borsani con tendaggio in tessuto Cheti. IX Triennale di Milano.

La X Triennale del 1954, vede invece Fede Cheti per la prima volta come protagonista, fu questa, infatti, l’occasione in cui la Triennale volle tributarle una mostra personale, ordinata da Carlo Mollino, dove l’allestimento voleva ricreare un telaio da tessitore (Decima Triennale di Milano, 1954, p. 313). Tutte le stoffe in mostra erano per arredamento, tessute e stampate a Milano su disegni della stessa Fede Cheti, e della cui descrizione si riporta una breve descrizione, pubblicata su Domus numero 301 del dicembre 1954 nell’articolo La presenza di Fede Cheti alla X Triennale:

Misteriosamente Fede Cheti ha raggiunto una profondità di tinte che dà un eccezionale rilievo al disegno. Non mi stupirei di contare venticinque o trenta passaggi di grigi di Dégas o ai blu di quel bosco. E il disegno non rivela un punto di saldatura tra un “rapporto” e l’altro ma ha una fluida continuità. Sono stoffe che possono creare una parete dando uno straordinario sfondo all’ambiente. Hanno la stessa unzione che in antico avevano gli arazzi, ma adattata al gusto di oggi e alle dimensioni degli ambienti di oggi. La bravura tecnica è qui, come negli arazzi, messa a disposizione di un voluto effetto estetico. Chiamerei questa “pittura su stoffa” se il termine non tradisse l’intenzione. Con queste stoffe Fede Cheti si impegna su una nuova strada.

Anche in occasione della X Triennale Fede Cheti avrà come maggiore incarico quello dei due concorsi banditi insieme alla Triennale: il “Concorso Internazionale per disegni di tessuti stampati per mobili imbottiti” (Decima Triennale di Milano, 1954, p. 27); la giuria era composta dal presidente della Triennale, l’onorevole Ivan Matteo Lombardo, da Fede Cheti, Lucio Fontana, Cesare Pedrini e Marco Zanuso che decise ancora una volta di non assegnare alcun premio. La giuria decise quindi di indire un nuovo “Concorso Internazionale per Mobili Imbottiti”, ma né il catalogo della X Triennale, né i documenti d’archivio fanno riferimenti all’esito che il concorso ebbe.

Esauritasi la parentesi dei concorsi, nel 1957 Fede Cheti tornò per l’ottava e ultima volta all’XI Triennale di Milano e anche in questa occasione, come nell’edizione precedente, le fu dedicata una mostra personale. Se tre anni prima si trattava di una piccola sala dove Cheti aveva esposto da sola, in questa XI Triennale ebbe a disposizione una parte del padiglione allestito da Edoardo Sianesi e da Piero Prampolini per ospitare la sezione dei tessuti. I due progettisti avevano, infatti, deciso di collocare le personali di quattro importanti studi d’arte (Fede Cheti, Irene Kowaliska, Gegia Bronzini e Myricae), appendendo i tessuti alla struttura interna del padiglione, per una effetto semplice ma chiaro (Undicesima Triennale Milano, 1957, p. 89). Lo stile di Fede Cheti si è evoluto rispetto alle edizioni precedenti, avvicinandosi molto agli andamenti astratti e geometrici che caratterizzeranno la sua produzione negli anni settanta, abbandonando in parte i temi floreali (Antonelli, 1988).

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Una visitatrice tra le stoffe esposte nella sezione dei tessuti; un particolare di una stoffa Fede Cheti, IX Triennale di Milano (©Archivio fotografico della Triennale).

3. 1948-1949: Lo stile nell’arredamento moderno e Il mobile singolo.

Appare evidente già dalla lunga storia tra Fede Cheti e le Triennali che il ruolo di questa donna, e del suo lavoro, non risulta centrale solo nell’ambito delle arti applicate o nell’evoluzione delle tecniche di produzione dei tessuti, bensì va molto oltre, intrecciandosi con la storia dell’architettura e del design dando slancio a quella rinascita che caratterizzò il panorama intellettuale e culturale italiano dal dopoguerra fino all’apice degli anni settanta.

Prova della simbiosi con il mondo dell’architettura e del design sono le mostre promosse insieme a Domus. La prima, nel 1948, fu una mostra intitolata Lo stile nell’arredamento moderno, che fra i progettisti invitati vedeva i nomi di Franco Albini, Fabrizio Clerici, Gio Ponti insieme a Carlo Mollino, Ettore Sottsass, Pietro Chiesa, Carlo Enrico Rava, Guglielmo Ulrich, Ico e luisa Parisi, Giulio Minoletti e altri ancora. In questa occasione fu pubblicato anche il volume di Guglielmo Ulrich col titolo Arredatori contemporanei di cento facciate con trecento fra illustrazioni e disegni (edito da Göerlich, Milano) che completava questa manifestazione voluta da Fede Cheti. È data testimonianza nell’articolo “Dimostrazione di qualità del nostro lavoro” pubblicato su Domus numero 226 del luglio 1948 e firmata da Enrico Freyrie:

Questa mostra è stata ideata da Fede Cheti – impetuosa creatrice di tessuti di arredamento che tutti conoscono – come una prova di qualità: sotto un certo punto di vista di considerazione internazionale e nei riguardi di una esportazione (cioè di una diffusione e di un potenziamento del lavoro italiano) essa era dunque necessaria. Fede Cheti ha invitato a parteciparvi architetti di divergenti opinioni […]. Ognuno che ha partecipato è stato garantito dalla simultanea presenza di tutte le tendenze che questa iniziativa di Fede Cheti era, almeno essa, fuori dagli spiriti polemici che al momento d’oggi annullano, con deplorevoli conseguenze, quella solidarietà fra gli architetti che pur deve rinascere […]. Albini espone cose che riflettono con valore polemico il suo punto di vista. Il suo tavolo fatto di piccole travi ricoperto di una tela ciclamino, sembra una costruzione razionale, una affermazione contro tutti gli stilismi, ma ameremmo discuterne con lui poiché in verità non pare lo sia […]. Ponti ha presentato due cose “dedicate agli americani”, cioè per l’esportazione in U.S.A. ideate quando egli collaborava all’APEM […]. Sot-sas invece, il più giovane di tutti, ha esposto un mobile i cui battenti, traforati con forme sulle quali noi giovani ameremmo discutere con lui, sono compensati con un numero grandissimo di strati. Non riusciamo a spiegare la ragione se non con l’affermazione della ricerca di una plastica spaziale […]. Queste le nostre impressioni sulla mostra. Non sappiamo se Fede Cheti proseguirà in queste iniziative […]. Noi vorremmo che la produzione di lusso, intesa come alta capacità esecutiva (nostra vera materia prima), fosse esclusivamente riservata all’esportazione verso quei mercati che la possono assorbire – e darei per questo mezzo della valuta- e che invece all’interno tutta la nostra attività fosse dedicata ad ottenere un massimo di bellezza (che tutti sappiamo che la bellezza formale non costa), pur rimanendo entro quelle condizioni concrete di costo, alle quali deve rispondere la nostra vita.

Allestimento e dettaglio delle stoffe Fede Cheti esposte alla X Triennale del 1954 (Domus n. 301 dicembre, 1954).

Allestimento e dettaglio delle stoffe Fede Cheti esposte alla X Triennale del 1954 (Domus n. 301 dicembre, 1954).

L’esperienza si ripeterà prontamente l’anno successivo con l’organizzazione della mostra Il mobile singolo, e per la quale nuovamente sarà pubblicato un secondo volume con l’omonimo titolo, curato da Ulrich (edito da Göerlich, Milano), che è nuovamente ben descritta nell’articolo di Domus numero 234 del marzo 1949, “Il mobile singolo”:

C’è stato in questa mostra l’impegno a voler affermare un principio di libertà nell’arredamento della casa. Il mobile deve essere finito in se stesso ed oltre a una sua forma, una sua linea, una sua funzionalità deve avere una “personalità” così forte da poter resistere a qualsiasi accostamento o composizione. Se il mobile è capace di resistere, le sue possibilità di ambientazione sono infinite, le composizioni che possono essere immaginate attorno ad esso danno libertà alla fantasia: l’arredamento diventa più vivo; non più un problema di simmetrie o asimmetrie, di stile o di non stile, è un problema di equilibrio tra un certo numero di mobili adatti a particolari funzioni, dimensioni opportunamente, che hanno una specifica caratteristica di linea, di colore, di funzione, di fisionomia […]. L’arredamento, così sviluppato, dà la possibilità di creare nell’ambiente tante composizioni o gruppi di composizioni, con una maggiore aderenza alle esigenze funzionali e con una maggiore possibilità di fantasia. Ci siamo confortati di non vedere in questa mostra mobili estrosi, inutili, costosi e ingombranti […]. Tavolini leggerissimi che si possono accumulare, poltrone smontabili e trasformabili, provviste di accessori vari, poltroncine girevoli, carrelli di servizio, poltroncine pieghevoli, tavoli e divani trasformabili, librerie non più pesanti ed ingombranti di una scaletta da guardaroba: tutta una serie di motivi vivi, che si rinnovano e trasformano proprio per una casa che deve potersi rinnovare e trasformare […]. Per alcuni mobili (i più riusciti diciamo subito) c’è da dire un’altra cosa: una progettazione particolarmente attenta e controllata nell’impiego e nella lavorazione dei materiali crea mobili che possono accoppiare al loro elevato clima estetico una facile e moderna possibilità produttiva che, senza volerla chiamare di serie, può raggiungere risultati economici interessanti. Questo, è ciò che sul piano pratico più interessa. Il lavoro, lo studio e l’esperienza che un mobile ben progettato richiede è solo giustificato per una produzione che possa accedere a un mercato sufficientemente vasto perché i problemi costruttivi siano sviluppati.

4. 1950-1975: Riconoscimenti e panorama internazionale

Le sperimentazioni della Fede Cheti sono considerate punti di arrivo nella tecnica di stampa su stoffa;[6] le sue grandi stoffe stampate contribuirono a segnare un cambiamento del gusto in quel momento in cui, anche in Italia, si sviluppava una forte tendenza alla decorazione degli interni, e soprattutto alla fine della seconda guerra mondiale, quando il riapparire di un certo benessere e il rapido evolversi dell’industria avevano creato le condizioni per uno stile di vita più ricercato. Le sue capacità artistiche e imprenditoriali la portarono rapidamente alla notorietà all’estero. Le stoffe della Fede Cheti furono, infatti, esposte nel 1937 a Parigi, nel 1938 a New York, nel 1939 a Berlino (Antonelli, 1988). A metà degli anni cinquanta i punti vendita delle stoffe d’arte Fede Cheti erano ormai diffusi in tutte le maggiori città italiane e all’estero in particolare a Zurigo e a New York. Nel 1948 a New York la ditta Fede Cheti è presente all’importante mostra Italy at Work: Her Renaissance in Design Today, che, sotto la guida di Gio Ponti, rappresentò un cruciale punto di contatto tra il mercato statunitense e il mondo del design italiano del dopoguerra.[7]

Un grande riconoscimento per Fede Cheti arrivò dalla Biennale di Venezia del 1950, quando, all’interno del settore arti decorative, i suoi tessuti artistici furono premiati con la medaglia d’oro. Un altro significativo successo risale al febbraio 1960, quando a Londra Fede Cheti fu l’unica donna e l’unica italiana a partecipare ai festeggiamenti per il centenario dei grandi magazzini Sanderson, la più importante casa inglese per stoffe d’arredamento (Alfonsi, 1975). In questa occasione le fu dedicato un articolo su Domus numero 365 dell’aprile 1960 con il titolo “La ‘personale’ di Fede Cheti a Londra” di cui è interessante riportare un breve estratto che ben sottolinea l’importanza di questa occasione:

Se è vero che oggi donne e uomini lavorano sullo stesso piano, mirano alle stesse mete e le raggiungono spesso, perché donne e uomini hanno le medesime possibilità e la stessa preparazione tecnica, anche a prescindere dalle particolari doti di genialità che gli uni come le altre possono possedere, è anche vero che non facilmente una donna riesce a imporsi con la forza della sua capacità, della sua preparazione e del suo gusto, sul piano nazionale prima ed internazionale poi. Nel campo puramente artistico, come nel campo dell’arte applicata, la conquista di una fama internazionale rappresenta veramente la meta più alta e non sono molti a raggiungerla: pochi gli uomini e pochissime le donne. Fra queste, Fede Cheti ha ormai da gran tempo raggiunto il traguardo, ma fondamentalmente inquieta e vibrante, ella mostra di non contentarsi di ciò che ha già dato e continua a studiare, a realizzare, a proporre sempre qualche cosa di nuovo in uno sforzo creativo che non conosce soste […]. Subito architetti, pittori, disegnatori la sentirono fraternamente vicina e lavorarono per lei che, modesta, ebbe l’intelligenza di capire come le sue idee potessero essere interpretare anche dalla sensibilità di altri artisti in modo da ottenere un gusto che, filtrato in questo modo, non sarebbe più stato solo un gusto Fede Cheti, ma piuttosto quello di un determinato periodo […]. Per questo stile, Fede Cheti ha avuto i più ambiti riconoscimenti e l’ultimo è stato l’invito a partecipare con i suoi tessuti alla mostra internazionale allestita nel nuovo palazzo della società Sanderson di Londra in occasione del centenario di questa Casa. In questa magnifica sede è stata raccolta la produzione più significativa di ogni paese e Fede Cheti ha avuto l’onore di esporre i suoi tessuti accanto a quelli dell’architetto Wright il quale, pur non essendo uno specialista in questo ramo dell’arredamento, ha un nome tanto spendente nel campo della casa che è motivo di orgoglio essere affiancati con le proprie creazioni alle sue. Fede Cheti è stata la sola donna invitata ad esporre nel nuovo “building” della Sanderson, la più grande Casa commerciale inglese per tessuti di arredamento. A lei è stato affidato il compito impegnativo di rappresentare l’arte e il lavoro italiano in una mostra che raccoglieva il meglio della produzione.

Nel settembre 1961 Cheti aprì a New York un nuovo negozio al numero 877 di Medison Avenue e in seguito le furono affidati gli arredamenti delle residenze di alcune importanti personalità americane, fra cui diverse abitazioni nella zona di Central Park, oltre a quella del cosiddetto “appartamento dei papiri” nella torre del Waldorf Astoria, che Harper’s Bazaar dirà essere “in assoluto un capolavoro” (Antonelli, 1988). Negli stessi anni collaborerà anche con l’Alfa Romeo per l’elaborazione degli interni delle vetture, oltre che di diverse imbarcazioni. Anche il New York Herald Tribune celebrerà Fede Cheti con il titolo su sei colonne “Vincitrice della Malinconia” (Down With Contemporary… It’s Bleak, mercoledì 22 febbraio 1961, New York Herald Tribune). Cinque anni dopo, nell’ottobre 1966 a New York, riporta un nuovo grande successo e un riconoscimento delle più importanti riviste di arredamento di interni. E in coincidenza con la mostra personale che il grande centro di vendita J.H. Thorpe & Co.Inc. di New York allestisce al 171 della 56ma strada est a Manhattan, le viene dedicato tutto il salone d’onore (Alfonsi, 1975).

Inserto pubblicitario che elenca tutte le riviste americane che pubblicano i prodotti Fede Cheti (Domus n. 445, dicembre 1966); lettera dalla redazione di Harper’s Bazaar su una pagina pubblicitaria Fede Cheti (Domus n. 380, luglio 1961).

Inserto pubblicitario che elenca tutte le riviste americane che pubblicano i prodotti Fede Cheti (Domus n. 445, dicembre 1966); lettera dalla redazione di Harper’s Bazaar su una pagina pubblicitaria Fede Cheti (Domus n. 380, luglio 1961).

Questo evento preannunciò una svolta nello stile di Fede Cheti, perché avviava l’abbandono negli anni settanta dei toni tenui in favore di motivi arcaici e astratti (Antonelli, 1988). Non solo la stampa italiana celebra l’evento, ma anche i giornali americani ne tessono le lodi, primo fra tutti il New York Times e anche Vogue America Home. Anche l’Italia consacrerà il successo e il talento di Fede Cheti e nel 1965 Milano le conferirà la medaglia d’oro del “Premio Città Milano”, come miglior artefice italiano particolarmente distintosi nel campo delle arti decorative (il premio inoltre fu assegnato a Lucio Fontana) (Lucio Fontana e Fede Cheti premiati per il 1964-65, giovedì 24 giugno 1965, Il Giorno); infine nel 1970, a 65 anni, fu la prima donna in Italia a essere eletta Socia d’Onore della U.I.S.T.A. (Unione Italiana Stampa Tessile e Abbigliamento) (Folco, 1997).

Gli anni settanta continuarono a vederla protagonista, in un contesto però fortemente mutato dalla crescente concorrenza nel settore tessile, con la quale indubbiamente doveva fare i conti. A tal proposito sono interessanti le dichiarazioni che Fede Cheti fa nel 1975 alla giornalista di moda

[…] Lavoro esclusivamente con donne, sono ottime collaboratrici (la mia segretaria, con la quale ho parlato prima, è qui da ventotto anni), validissime, puntuali […]. D’altra parte riesco a inquadrare perfettamente la mia vita essendo molto attiva, alzandomi presto al mattino e riordinando bene le ore di lavoro: questo mi permette di non trascurare mai me stessa, di badare a tutto, di conciliare lavoro-casa-vita culturale (amo molto la musica, il concerto, il teatro), di coltivare i miei hobby che consistono nella raccolta di cose preziose, nelle collezioni africane (ventagli, maschere, costumi della Costa d’Avorio da 1200 a 1500), di pietre, secondo il momento e le tendenze […]. Ma si! sono femminista: al cento per cento; anche se possiedo una buona dose di femminilità – che non voglio trascurare! – perché adoro i vestiti, i fiori, tutto quanto – come prima ho detto – viene dalla natura o la rappresenta; e desidero non indurire il mio temperamento per una vita commerciale.
Perché la donna, indubbiamente, può dedicarsi a qualsiasi attività ritenuta “maschile” senza perderla, la propria femminilità. Ed oggi, in generale, è simpaticissima, emancipata, sa quello che vuole: abbiamo donne che possiamo portare ad esempio agli uomini”.

Provata dalla malattia, decide di ritirarsi nella natia Liguria, a Sant’Ilario, provincia di Genova, dove morì il 18 novembre 1979. Dopo la morte, l’azienda fu rilevata da un gruppo di persone tra le quali figurava Vittoria Toniolo, figlia della più stretta collaboratrice di Fede Cheti (Folco, 1997).

5. L’‘archivio Fede Cheti’ e l’eredità culturale da ricostruire

Al termine di questa storia così densa di contenuti, appare forse difficile comprendere il lavoro di ricostruzione che è stato necessario compiere per tracciarla in tutti i suoi aspetti. Oggi lo Spazio Fede Cheti in via Manzoni 23 è ancora attivo come atelier, grazie al lavoro di Teresa Clerici e Alessia Fugazzola Zeni, che dalla fine degli anni ottanta ne hanno preso la guida. Sebbene i tessuti costituiscano ancora l’identità e l’immagine di questo spazio storico milanese, il marchio oggi si occupa esclusivamente di selezionare i tessuti delle migliori aziende italiane e internazionali, anche attraverso l’organizzazione di mostre di artisti emergenti, e non ha più al suo interno alcun tipo di materiale storico Fede Cheti. Purtoppo infatti, in parte perché distrutto in un incendio negli anni ottanta, in parte per necessità economiche dovute alla forte crisi che questo settore ha affrontato negli ultimi vent’anni, l’archivio dei disegni, delle stoffe e della documentazione sulla Fede Cheti non è più reperibile nella sede di via Manzoni. Quello che resta dell’archivio dei tessuti della Fede Cheti e di alcuni pochissimi disegni originali è ora proprietà del Gruppo Ratti, che sebbene sia attualmente visitabile nella sede di Guanzate (CO), non è più utilizzabile a scopo di ricerche esterne o esposizioni in quanto sotto copyright dell’azienda, condizione che vincola in un certo modo la potenzialità che questo materiale storico potrebbe ancora avere come stimolo per nuovi giovani creativi nel provare a rivalorizzare la firma che Fedi Cheti era un tempo. Il materiale storico come documenti, lettere, cataloghi e rassegne stampa dell’epoca risulta disperso, sebbene Teresa Clerici e il marito, l’architetto Sergio Allori, abbiano iniziato da alcuni anni a raccogliere per quanto possibile alcuni documenti, anche grazie all’interessamento di (pochi) giovani ricercatori.[8] La documentazione più ricca è sicuramente riferibile ai cataloghi delle Triennali e ai numerosissimi articoli comparsi su Domus lungo tutta la storia della Fede Cheti, che compare anche in tutti i libri e i saggi dedicati alla storia del tessuto del XX secolo, ma sarebbe certo necessaria (e interessante) un’opera di recupero più completa dedita a ricostruire e rivalorizzare questo pezzo di storia del design italiano.


Bibliografia

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Note    (↵ returns to text)

  1. Il testo è indicato a piè pagina come tratto dalla rivista Novità. La rivista Novità (mensile fondato da Bebe Kuster nel 1950 e diretto da Lidia Tabacchi), fu acquistato poi nel 1964 dall’americana Condé Nast di Samuel Irving Newhouse. Novità era destinato ad un pubblico d’élite e trattava di stile, arredamento e moda. La nuova proprietà ribattezza la testata Vogue e Novità, per poi diventare definitivamente Vogue nel 1966, diretto da Franco Sartori.
  2. Dopo le esperienze delle prime tre Biennali monzesi, è con la IV edizione del 1930, la prima con cadenza triennale ma l’ultima tenutasi a Monza, che la realtà del tessile fa il suo pieno ingresso nell’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa e Industriale Moderna; è infatti in quell’anno che per la prima volta è presente una definita e autonoma Galleria dei tessuti, ordinata dall’architetto Luciano Baldessari.
  3. Con Renato Camus, Paolo Clausetti, Giuseppe Mazzoleni, Giulio Minoletti, Gabriele Mucchi, Giancarlo Palanti e Giovanni Romano.
  4. Sarebbe quindi possibile ipotizzare che il famoso tessuto rigato bianco e blu delle due sedute “seggiovia” progettate per l’occasione da Albini sia di esecuzione della Fede Cheti, anche se non è presente un riferimento specifico ma solo l’indicazione “stoffe ditta Fede Cheti”.
  5. Milano, Archivio storico della Triennale, TRN-VIII 47.1 Fede Cheti, verbale dattiloscritto della Giuria del Concorso T8 Fede Cheti n. 1 su carta intestata.
  6. Cheti non solo innovò il linguaggio artistico dei tessuti, ma anche le tecniche e i materiali con cui venivano realizzati; durante la seconda guerra mondiale, nel 1940, sperimentò una paglia sintetica fatta al 90% di viscosa e al 10% di cotone, che ribattezzò lin-lan e che impiegò per la tappezzeria, mentre negli anni Cinquanta ideò una nuova fibra sintetica trasparente, abbinandola a quelle già in uso, pur senza mai rinunciare del tutto a queste ultime, come la canapa (Venturelli, 1999, p. 178).
  7. Nell’estate del 1948 Fede Cheti fu immortalata in uno splendido scatto del fotografo americano Irvin Penn, che durante un suo viaggio in Italia visitò Milano per ritrarre tutte le più importanti figure del panorama intellettuale e artistico del dopoguerra (Penn Foundation).
  8. Un importante lavoro di ricerca è stato compiuto in maniera specifica sul rapporto della Fede Cheti con la Triennale di Milano, raccolto nella tesi laurea di Emanuele Costamagna, relatore prof. Giovanni Bianchi, con il titolo Storia della Triennale di Milano: le sezioni del tessuto fra gli anni ‘30 e ‘50. Il caso Fede Cheti, per il Corso di Laurea Magistrale in Economia e Gestione delle Arti e delle Attività culturali, dell’Università Ca’Foscari di Venezia (Anno Accademico 2009/2010).