È solo una questione di spazio? Il rito del cibo nella storia delle missioni spaziali (1961-2015)

Fornire cibi familiari rendendo il pasto un momento di piacere e relax di tutti i sensi ma prestando attenzione a liofilizzazione e lunga conservazione senza alterare le proprietà. Questo è il Space Food: la nuova frontiera dell’alimentazione dalla Terra allo Spazio.


“Il tavolo diventa tavola se gli uomini vivono e praticano insieme il rito più profondo di una comunità: l’alimentarsi”. D. Rampello, chief curator Padiglione ZeroExpo Milano 2015

“Il cibo rappresenta un importante supporto psicologico e poter gustare un espresso italiano potrà essere il giusto completamento del menù studiato appositamente per ogni astronauta, aiutandolo a sentirsi più vicino a casa”. D. Avino, managing director Argotec, 2015

Nel giugno del 2014 l’editore Castelvecchi pubblicava per la prima volta in lingua italiana un libro ʽpiccoloʼ se si focalizza l’attenzione sull’esiguo numero di pagine (appena 76), ma dai contenuti estremamente densi se si considera la caratura dell’autore e la natura dell’argomento trattato. Ci riferiamo allʼopera di Marc Bloch Che cosa chiedere alla Storia?, versione italiana di Que domander à lʾhistoire? curata e tradotta da Grado Giovanni Merlo e Francesco Mores[1].
Nellʼobiettivo di sottolineare efficamente la rilevanza assunta dal saggio in relazione al tema in esame risulta fondamentale ricostruire il contesto da cui esso scaturisce.
Il 29 gennaio del 1937, trascorsi appena 25 giorni dalla sua nomina a ʽProfesseur sans chairʼ presso la cattedra di Storia Economica de La Sorbone, Marc Bloch venne invitato dal Centre polytechnicien d’études économiques, un circolo intellettuale interessato a dibattito intorno ad argomenti di carattere economico, a tenere una conferenza avente come oggetto: la definizione del contributo della storia nell’elaborazione di un metodo economico positivo.
Scongiurato l’iniziale timore reverenziale subordinato ad una tale situazione, e dopo aver perorato una personale captatio benevolentiae nei confronti dell’uditorio davanti al quale si accingeva a prendere la parola, dato che la prova a cui doveva sottoporsi rappresentava un vero e proprio esame di coscienza pubblico, Bloch rafforzò il proprio ragionamento indirizzando l’attenzione verso un’argomentazione che, nonostante a primo acchito possa apparire non scevra da critiche, perpetuava uno tra i tratti distintivi della sua riflessione: la costruzione dell’ipotesi.
Ad unʼidea tutt altro che infrequente circa lʼinefficacia della metodologia della ricerca storica nel fornire risposte adeguate a questioni ricadenti nell’ambito della disciplina, sì da determinarne un autentico discredito non solo da parte dell’opinione pubblica ma, in taluni casi, anche degli stessi addetti ai lavori, si contrapponenvano proprio le tesi Bloch il quale, auterovolmente, asseriva quella che a suo parere costituiva la lezione più importante apportata dalla storia: lʼanalisi ed il racconto di un futuro prossimo venturo estremamente differente dal passato, ma attraverso cui intravvedere quelle differenze rappresentate sia dai più piccoli mutamenti, sia dalle più macroscopiche discrepanze. E non fu un caso se da ciò ne sia scaturita una definizione di storia a cui egli attribuiva l’appellativo di scienza del cambiamento o, per essere più precisi, scienza delle differenze.
Sebbene siano trascorsi circa ottanta anni da quel 1937, il significato insito in quelle considerazioni non solo è riuscito ad attraversare indenne lo scorrere del tempo ma, inconsciamente, ha trovato un’efficace declinazione anche nella riflessione sul design, come testimoniano le parole pronunciate da Maurizio Vitta nel corso de Il design e la sua storia 1° Convegno dell’A/I/S/Design svoltosi nel dicembre 2011 presso la Triennale di Milano. In quel frangente, infatti, è stato sottolineato come la questione del design, ancora prima che come problema di ricerca, vada intesa come autentico tema storiografico ovvero: un campo nel contesto del quale progettare ogni volta, una metodologia storica capace di far collimare gli strumenti d’indagine con la materia in oggetto. Ciò determina un vero e proprio capovolgimento di prospettiva corrispondente con la trasformazione della storia del design in un rinnovato momento di design della storia, ovvero in un progetto scientifico capace di definire strumenti, metodologie e paradigmi di una riflessione critica in grado di restituire il contesto culturale, economico e sociale entro cui il design stesso si manifesta[2].
Quanto sostenuto da Vitta sembra porsi quale naturale complemento alle parole esplicitate già nel 1991 da Vanni Pasca il quale, intervenendo al 1° Convegno Internazionale di studi storici sul design incentrato sul tema Design: storia e storiografia sottolineò come per consolidare più efficacemente la riflessione intorno alla propria natura il design, più che interrogarsi su cosa fosse, avrebbe dovuto avviare un lavoro di decostruzione/ricostruzione delle modalità e delle norme con cui, a partire dalla realtà coeva e traguardando le varie fasi storiche che si sono succedute, il concetto stesso di design sia stato via via rappresentato, facendone così conseguire una continua (ri)definizione del ruolo e della figura stessa del designer[3].
Declinando quanto fin qui affermato nel campo in esame è importante notare come in un contesto così al limite come quello rappresentato dalle missioni nello spazio il cibo e la sua assunzione rivestono un’importanza che supera il mero valore nutritivo poiché, rimanendo in orbita fino a 6 mesi (tempo che ad oggi rappresenta la massima durata temporale delle missioni spaziali) e in un ambiente caratterizzato dalla microgravità (come, ad esempio, quello della Stazione Spaziale Internazionale) l’essere umano è soggetto ad un invecchiamento cellulare così accelerato tanto da lambire i 10 anni in più.
Questo dato, tra gli altri, pone l’astronauta ad assumere la stessa valenza di un vero e proprio ‘fossile guida del comportamento umano’[4], in quanto fondamentale testimonianza per riscontrare quale sia, dal punto di vista tipologico, il regime alimentare alimentazione più salutare per il corpo umano.

Si va sullo Spazio per vivere meglio sulla Terra?

Da quel lontano 12 aprile 1961 data del ‘primo pasto’ consumato dal cosmonauta sovietico Jurij Alekseevič Gagarin a bordo della capsula Vostok 1, e che più un pasto propriamente detto si configurava come un esperimento scientifico funzionale a dimostrare che un essere umano fosse in grado di mangiare e deglutire anche in assenza di peso, al 3 maggio 2015 data in cui il Samantha Cristoforetti ha potuto coronare il desiderio espresso da tutti gli astronauti: prendersi una pausa-caffè sorseggiando un vero espresso italiano grazie all’installazione sulla Stazione Spaziale Internazionale – ISS della prima macchina espresso a capsule in grado di lavorare nelle condizioni estreme dello spazio e denominata in ossequio al nome della Stazione ISSpresso[5],

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il cibo ha completamente abbandonato l’esclusivo ruolo di carburante per il corpo umano per divenire a, tutti gli effetti, uno tra gli ingredienti che concorrono a preservarne la salute fisica e mentale.

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Se come racconta Antonio Pilello, PR & Communications Office di Argotec, nella sua breve storia del cibo spaziale contenuta nel portale Avamposto 42, il primo spuntino spaziale della storia non fu particolarmente invitante, poiché Gagarin consumò il cibo contenuto in tre tubetti analoghi a quelli del dentifricio e contenenti, rispettivamente, i primi due una purea di carne ed il terzo una crema di cioccolato[6], a partire dalle successive missioni Mercury[7], Gemini[8], Apollo[9], Skylab[10], STS-Space Trasportation System (comunemente conosciuto come Shuttle)[11], fino ad arrivare all’attuale ISS-International Space Station, di cui l’azienda italiana Argotec è stata nominata dall’ESA sia responsabile dello human space flights and operations addestrando gli astronauti europei allo European Astronaut Center di Colonia, sia della preparazione del loro Bonus Food, la piccola serie di ingredienti e di alimenti scelti autonomamente da ogni astronauta che può così portarsi in orbita i sapori di casa, si può vedere come i pasti per gli astronauti siano diventati sempre più sofisticati.

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In particolare, prendendo a riferimento il bonus food preparato da Argotec per le ultime due missioni a cui hanno preso parte due astronauti italiani: Luca Parmitano che nel corso della missione Volare (dal 28 maggio 2013 all’11 novembre 2013) ha portato in orbita l’italianità più verace delle pietanze preparate dallo chef torinese Davide Scabin (lasagne, parmigiana, risotto al pesto, caponata, tiramisù), e Samantha Cristoforetti che nel corso della missione Futura (dal 23 novembre 2014 all’11 giugno 2015) consumando i cibi preparati dal giovane chef padovano Stefano Polato e composti da cereali integrali, pesce, tanta frutta e verdura, è stato possibile verificare come in una situazione così particolare come quella rappresentata dalla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) mangiare il proprio piatto preferito, o qualcosa di tipico della propria regione di provenienza, rappresenti non solo un elemento con cui sentirsi più vicini a casa, e di conseguenza faccia sentire meglio, ma concorra anche ad aumentarne le proprie performance quotidiane.
Ed è proprio nella (ri)proposizione di questa familiarità domestica e quotidiana che l’astronauta progetta e riprogetta continuamente il sistema di relazioni che coinvolgono gli elementi/alimenti di questo nuovo ambiente, portando così il progetto del cibo ad assumere sempre più i connotati del rito, ovvero di una pratica che in quanto utile e necessaria per la sopravvivenza si compone di una notevole quantità di regole in grado di garantirne la consuetudine e la ripetizione[12], analogamente a ciò che accade in ambito religioso in cui ‘il credente’, come ha sottolineato Mons. Vincenzo Paglia nella lezione inaugurale della IX edizione del Festival Biblico di Vicenza: «Non è colui che crede una volta per tutte ma chi, proprio come esprime il verbo al participio presente, rinnova il suo credo continuamente»[13]. In tal senso l’azione progettuale del design si deve porre lungo la valorizzazione di un evento rituale come quello del cibo che si (auto)alimenta continuamente.

Se come evidenziato al punto 7 del Manifesto dell’A/I/S/Design presentato nel 2014 presso il Salone Internazionale del Mobile di Milano nel contesto dell’edizione del Brera Design District: «Raccontare microstorie attraverso personaggi, eventi e prodotti iconici è fondamentale per comprendere il presente»[14], conformemente a quanto indicato dallo stesso Marc Bloch quando sosteneva che se non ci si china sul presente fosse impossibile capire il passato, la natura performativa di un rito quale si configura quello del cibo evidenzia come anche nel corso delle missioni spaziali, pur partendo da esigenze di spazio, esso si configuri come la perpetuazione di un familiare progetto di relazioni: quelle della tavola

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Bibliografia:

Bloch, M. (2014). Che cosa chiedere alla Storia?, Merlo G.G. e Mores F. (a cura di). Roma: Castelvecchi.

Manacorda, D. (2010) Lezioni di Archeologia, Roma-Bari: Laterza

Origlia, G. (1981) “Mangiare come progetto”, in Album: annuario di progetto e cultura materiale, N. 1, p.8

Vitta, M. (2013). Il design e l’analisi multidisciplinare, in Il design e la sua storia. Primo Convegno dell’Associazione Italiana Storici del Design, Milano: Lupetti, p. 33.

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Note    (↵ returns to text)

  1. Bloch, M. (2014). Che cosa chiedere alla Storia?, Merlo G.G. e Mores F. (a cura di). Roma: Castelvecchi. Ed. or. Que demander à lʼhistoire? (1937). «Centre polytechnicien d’études économiques», Paris; ora in Bloch, M. (1963), pp. 3-15)
  2. Vitta, M. (2013). Il design e l’analisi multidisciplinare, in Il design e la sua storia. Primo Convegno dell’Associazione Italiana Storici del Design, Milano: Lupetti, p. 33.
  3. Pasca, V. (1991). Design: storia e storiografia, in Pasca, V. e Trabucco, F. (a cura di). Design: storia e storiografia, Atti del 1° convegno internazionale di studi storici sul design, Milano: p. 20.
  4. Un’efficace spiegazione riguardo al concetto di fossile guida è riportata da Daniele Manacorda il quale attinge alle Prima lezioni di Psicologia di Giovanni Jervis. (cfr. Manacorda, D. (2010) Lezioni di Archeologia, Roma-Bari: Laterza, p.18)
  5. ISSpresso è un prodotto interarmente italiano realizzato da un team di giovani ingegneri di Argotec con il supporto di Lavazza e dell’Agenzia Spaziale Italiana ASI. Come sottolineano David Avino e Valerio Di Tana, Responsabili del Progetto per conto di Argotec: «ISSpresso è una macchina a capsule multifunzionale in grado di servire bevande calde tra le quali il tipico caffè espresso italiano a bordo della Stazione Spaziale Internazionale (ISS). L’esperimento consiste in una serie di cicli di erogazione di caffè, espresso o americano, e in un flus di pulizia finale del sistema. Inoltre grazie a questa macchina è possibile anche preparare tè, tisane e vari tipi di brodo, consentendo la reidratatzione degli alimenti. […] L’obiettivo principale è quello di dimostrare la corretta funzionalità di un sistema a capsule in assenza di peso, offrendo allo stesso tempo la possibilità di migliorare il benessere dell’equipaggio. Si tratta di un’importante supporto psicologico per gli astronauti, che così possono sentirsi meno lontani da casa, avvicinarsi alle abitudini terrestri e affrontare meglio la loro missione».
  6. Http://avamposto42.esa.inte/blog/vostok, del 27/6/2014.
  7. «[…] Nel corso del programma Mercury (1961-1963) gli astronauti americani hanno avuto a disposizione alimenti poco accattivanti: si trattava principalmente di cibi frullati, contenuti in tubetti, polveri liofilizzate oppure piccoli prodotti alimentari a cubetti rivestiti con una pellicola commestibile per evitare la produzione di briciole. Questo food space, che potremmo definire primitivo, era progettato per avere la minore massa possibile e occupare poco spazio» (http://avamposto42.esa.int/blog/mercury/) dello 07/07/2014. «La dispensa del Programma Gemini (1965-1966), chiamato così per via della navicella spaziale in grado ospitare un’equipaggio di due persone, includeva nuovi prodotti e un packaging in polietilene. I tubetti, spesso più pesanti del loro contenuto, furono invece abbandonati. In generale le restrizioni di peso e di volume portarono a preferire alimenti concentrati, mentre la sicurezza assunse un ruolo sempre maggiore. Le nuove procedure di controllo diedero inizio al programma Hazard Analysis Critical Control Point (HACCP), che è ormai prassi comune per la sicurezza alimentare in tutto il mondo» (http://avamposto42.esa.int/blog/gemini) dell’1/08/2014.
  8. «Se durante i programmi spaziali precedenti, Mercury e Gemini il consumo di cibo degli equipaggi era spesso inadeguato, con il passare del tempo, la qualità e la varietà dello space food iniziò ad aumentare.Gli abitanti delle missioni Apollo furono i primi a poter utilizzare l’acqua calda, che rese possibile la reidratazione degli alimenti e migliorò allo steso tempo il gusto del cibo, rendendolo più appetibile. Gli equipaggi diretti verso la luna furono i primi a poter utilizzare lo “spoon bowl”, un contenitore di plastica che può essere aperto e il cui contenuto può essere mangiato con un cucchiaio […].
    Agli astronauti fu messa a disposizione una sorta di dispensa da cui scegliere le pietanze in base ai propri gusto e necessità. Tra questi erano presenti alcuni dessert reidratabili come il budino alla banana, alle mele, o al cioccolato.
    Oppure prodotti per la colazione come pesche, macedonia di frutta, pancetta, cornflakes, cubetti di fragola, o albicocca. Senza dimenticare vari tipi di insalate, carni e persino un cocktail di gamberi» (http://avamposto42.esa.int/blog/apollo) del 28/08/2014.
  9. «Se durante i programmi spaziali precedenti, Mercury e Gemini il consumo di cibo degli equipaggi era spesso inadeguato, con il passare del tempo, la qualità e la varietà dello space food iniziò ad aumentare.Gli abitanti delle missioni Apollo furono i primi a poter utilizzare l’acqua calda, che rese possibile la reidratazione degli alimenti e migliorò allo steso tempo il gusto del cibo, rendendolo più appetibile. Gli equipaggi diretti verso la luna furono i primi a poter utilizzare lo “spoon bowl”, un contenitore di plastica che può essere aperto e il cui contenuto può essere mangiato con un cucchiaio […].
    Agli astronauti fu messa a disposizione una sorta di dispensa da cui scegliere le pietanze in base ai propri gusto e necessità. Tra questi erano presenti alcuni dessert reidratabili come il budino alla banana, alle mele, o al cioccolato.
    Oppure prodotti per la colazione come pesche, macedonia di frutta, pancetta, cornflakes, cubetti di fragola, o albicocca. Senza dimenticare vari tipi di insalate, carni e persino un cocktail di gamberi» (http://avamposto42.esa.int/blog/apollo) del 28/08/2014.
  10. «Dopo la fine delle missioni Apollo, negli anni settanta la Nasa ha concentrato i propri sforzi sul progetto Skylab, un laboratorio spaziale composto dal secondo stadio di un razzo vettore saturn. Tra il 1973 e il 1974 questa piccola stazione ha ospitato tre equipaggi per un totale di 171 giorni di volo. La tecnologia utilizzata per la conservazione degli alimenti è stata una delle più sofisticate mai utilizzate dalla NASA, anche se molto dispendiosa. Nel menu standard, infatti, per la prima volta, sono stati inclusi anche prodotti alimentari congelati e refrigerati. Un altro aspetto importante è stato certamente l’utilizzo di una sorta di tavolo per il consumo del pasto. In generale l’apporto calorico per ogni astronauta è stato molto più elevato rispetto al passato, probabilmente grazie ai progressi logistici, ma anche grazie ai numerosi studi sul metabolismo effettuati in quegli anni.
    Lo Skylab poteva disporre di un grande volume interno, così fu possibile posizionare un tavolo con sopra diverse vaschette per gli alimenti. I vassoi oltre a contenere il cibo, avevano anche la funzione di scaldavivande sino a una temperatura di 66°C. Per quanto riguarda il packaging gli astronauti avevano a disposizione alcune lattine contenenti del cibo termostabilizzato, con un’apposita membrana protettiva per non far uscire il contenuto al momento dell’apertura, oppure con una valvolina per la reidratazione. Invece dei classici sacchetti per bere venivano usate delle bottigliette comprimibili ed espandibili come una fisarmonica.
    Mangiare sullo Skylab era un’attività piuttosto facile: coltello, forchetta, cucchiaio e forbici erano tenuti attaccati al vassoio tramite un magnete. Il menù era piuttosto ampio con 72 portate, vista anche la grande possibilità di stoccaggio. Infine c’era anche un frigorifero per poter conservare gelato reidratabile, bevande e frutta. Il cibo dello skylab era migliore rispetto a quello di Apollo, ma ancora abbastanza insoddisfacente e poco gustoso». (http://avamposto42.esa.int/blog/skylab) dello 09/10/2014.
  11. «Utilizzato dalla NASA dal 1981 al 2011, lo Space Trasportation system (STS) questo era il nome ufficiale dello space Shuttle, era una navetta spaziale riutilizzabile in grado di raggiungere in orbita oltre 600KM. In totale sono stati costruiti 5 orbiter, impiegati nell’arco di 135 missioni, ma purtroppo due di questi sono andati distrutti nei terribili incidenti di Challenger 1986 e del Columbia del 2003. Di questi Shuttle fu l’Atlantis a portare in orbita Franco Malerba, il primo astronauta italiano che ha volato con la missione STS-46. Fu grazie alla partecipazione dell’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) alla costruzione della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) costruita proprio durante le missioni shuttle che altri 5 italiani hanno potuto volare nello spazio, e di cui Samantha Cristoforetti è stata la sesta. Progettata per le missioni di breve durata, circa due settimane, la navetta non aveva lo spazio e nemmeno la potenza per poter ospitare frigoriferi o congelatori quindi la nasa concentrò i propri sforzi nello sviluppo di un sistema alimentare a lunga conservazione senza catena del freddo. Avendo spazio a disposizione venne sviluppato un nuovo vassoio in sostituzione del tavolo da pranzo utilizzato sullo skylab. L’imballaggio fu perfezionato passando da pacchetti rigidi ad altri più flessibili.
    Nel programma shuttle sono stati utilizzati molti prodotti alimentari disponibili in commercio: biscotti, crackers, frutta secca, bevande in polvere. Altri, come per esempio le verdure, sono stati trasformati in prodotti liofilizzati per lo spazio. L’uso di articoli commerciali ha ridotto i costi e permesso all’equipaggio di mangiare prodotti più familiari, tuttavia la maggior parte di questi aveva grassi e sodio in quantità maggiore rispetto a quanto raccomandato dagli astronauti.
    Il cibo termoutilizzato ha il vantaggio di mantenere pressoché intatta la consistenza e il gusto del cibo. Questo è uno dei motivi per cui Argotec e Stefano Polato hanno preferito questa tecnica di conservazione.
    Il menu Shuttle ha permesso agli astronauti di avere più scelta rispetto ai decenni precedenti, dando loro la possibilità di comporre un menù personalizzato selezionando tra i numerosi prodotti disponibili. Purtroppo i loro menù avevano a disposizione più sodio e ferro di quanto richiesto». (http://avamposto42.esa.int/blog/il-programma-shuttle/) del 30/10/2014.
  12. Origlia, G. (1981) “Mangiare come progetto”, in Album: annuario di progetto e cultura materiale, N. 1, p.8
  13. Paglia, V. (2013) Incontratevi nel dubbio, “IX edizione del Festival Biblico di Vicenza”, Lectio Magistralis ascoltata dall’autore a Vicenza il 31 maggio 2013.
  14. Tratto dal Manifesto dell’Associazione Italiana Storici del Design (A/I/S/Design) presentato nel corso del Salone Internazionale del Mobile e del Complemento d’Arredo di Milano, Milano 2014

Progetto mangiare. Il primo numero della rivista Album

Improntata a un’indagine sistematica dei fattori che determinano le qualità materiali e immateriali dell’ambiente costruito, la rivista italiana Album intraprende la propria vicenda editoriale al principio degli anni ottanta con un corposo numero monografico dedicato al tema dell’alimentazione, inteso quale fondamentale terreno di negoziazione fra progettualità e cultura. I contenuti della rivista, che questo contributo recensisce, inquadrano l’indagine entro una cornice interpretativa di respiro interdisciplinare, che prende le mosse dalla fenomenologia del design, dell’architettura e della cultura materiale per sconfinare nel dominio di discipline quali l’antropologia, le scienze sociali, la semiotica e la storia del progresso tecnologico.


Dal punto di vista del design, il confronto con la cultura dell’alimentazione rappresenta indubbiamente uno dei più prolifici scenari di intervento. Che l’obiettivo del lavoro progettuale risieda nella possibilità di codificare nuove abitudini, affermare modelli di consumo, recuperare tradizioni preesistenti, implementare sinergie produttive o far fronte a condizioni di emergenza, la riflessione sul tema del cibo presenta indubbiamente innumerevoli opportunità di declinazione. Al tempo stesso, il grado di progettualità implicito nei rituali connessi con la preparazione, la presentazione e la fruizione degli alimenti ci rammenta come il rapporto fra cibo e design costituisca in realtà l’esito di un lungo processo di negoziazione, che si colloca ineludibilmente al centro di una fitta trama di condizionamenti di ordine fisiologico, psicologico e sociale: un vero e proprio palinsesto di stratificazioni culturali con cui progettisti di tutte le epoche si sono cimentati, contribuendo talvolta a ridefinirne o sovvertirne i canoni tramite la proposta di soluzioni innovative ma anche, in molti altri casi, conformando la propria pratica al servizio del progetto collettivo che ne risiede alla base.

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È a partire da tali presupposti che si sviluppa Progetto mangiare, il primo numero della rivista sperimentale di teoria e critica del design Album, diretta da Mario Bellini nei primi anni ottanta. Improntata all’indagine dei fattori che determinano le qualità materiali e immateriali dell’ambiente costruito, la pubblicazione gestiva la propria periodicità con l’uscita, a cadenza annuale, di corposi volumi di taglio monografico, ciascuno dei quali incentrato sull’approfondimento di uno specifico tema progettuale. Appare sintomatico che, nella parabola editoriale dei soli tre numeri che videro effettivamente la stampa, Album abbia scelto di impiegare come banco di prova della propria linea editoriale proprio il tema della dialettica fra progetto e alimentazione, con l’intento di ribadire l’imprescindibile esistenza di una “complessa cultura del mangiare che coinvolge cibi, attrezzature e ambienti al di là del semplice bisogno di nutrirsi” (p. 6). Scelta che assume ulteriore significato in considerazione dei cambiamenti contingentemente in atto nell’organizzazione del sistema alimentare globale, nel momento in cui la diffusione della cucina internazionale iniziava a prefigurare l’avvento di un modello di consumo basato sulla delocalizzazione delle usanze locali e, anche in un Paese con una tradizione gastronomica ricca e consolidata come l’Italia, alla cultura del mangiare bene andava affiancandosi, con sempre maggiore insistenza, quella del mangiare svelto.

Nel dar voce al punto di vista di diverse personalità di rilievo nazionale e internazionale, il primo numero di Album analizza le relazioni che intercorrono fra l’universo della progettualità e quello dell’alimentazione tramite la proposta di diverse tipologie di contributi – dal saggio critico al reportage fotografico, fino all’intervista, la recensione e la citazione letteraria –, facendo riferimento a un intervallo temporale esteso, secondo una modalità non lineare, dalla preistoria all’epoca contemporanea. I tre grandi capitoli che organizzano i contenuti inquadrano l’indagine sul cibo all’interno di una cornice interpretativa di ampio respiro che, prendendo le mosse dalla fenomenologia del design, dell’architettura e della cultura materiale, sconfina nei domini disciplinari relativi alla semiotica, alle scienze sociali e alla storia del progresso tecnologico.

Il primo capitolo della rivista Album affronta la cultura dell’alimentazione intendendola nella sua più estensiva accezione di espressione progettuale collettiva, risultante da un millenario processo di graduali slittamenti e assestamenti nell’economia dei valori condivisi. Nelle caverne dell’età della pietra così come nei banchetti medievali, nelle sale da pranzo borghesi così come nei moderni fast food, l’uomo ha sempre attribuito ai momenti e ai contesti delegati all’assunzione del cibo un ruolo cruciale nella manifestazione dei propri valori etici, morali e spirituali. Nel loro insieme, i contributi inclusi all’interno del capitolo si confrontano con lo sterminato sistema di utensili, scenografie e cerimoniali che configura l’esperienza del mangiare scandagliando criticamente alcuni dei principali spazi fisici e metaforici entro cui questa si articola: dal contesto intimo e partecipativo della cucina domestica alla dimensione pubblica e performativa dei luoghi preposti alla ristorazione; dall’ambiente morfologico e anatomico dell’apparato gustativo allo spazio dell’immaginazione rispetto al quale il cibo esercita la propria valenza simbolica; dalla condizione di interdipendenza che lega le tradizioni culinarie ai loro territori d’origine alla sfuggente opacità che connota le dinamiche di produzione e distribuzione degli alimenti nell’era dei consumi di massa.

Roger Perrinjaquet, Roger Rotmann, “La sala da pranzo, a che serve? Mangiare in casa dal ‘700 a oggi”.

Roger Perrinjaquet, Roger Rotmann, “La sala da pranzo, a che serve? Mangiare in casa dal ‘700 a oggi”.

“Mangiare in centro. Un campione di indagine su sei ristoranti di Milano”. Foto di Gabriele Basilico.

“Mangiare in centro. Un campione di indagine su sei ristoranti di Milano”. Foto di Gabriele Basilico.

Nathan H. Shapiro, “Mangiare svelto. Macchine, luoghi e segni in California”.

Nathan H. Shapiro, “Mangiare svelto. Macchine, luoghi e segni in California”.

Mediante un capovolgimento di prospettiva, il secondo capitolo si concentra sugli strumenti attraverso cui la pratica dei progettisti si è storicamente relazionata con lo spazio materiale e culturale del cibo, evidenziandone le ricadute sul piano dei comportamenti sociali. L’eterogeneità fenomenologica di tali interventi, operati di volta in volta in base a motivazioni di carattere igienico, funzionale o rappresentativo, riverbera in quella dei contenuti della sezione, che si collegano diacronicamente i criteri di epoca rinascimentale e premoderna relativi alla disposizione degli alimenti sulla tavola con l’industrializzazione dei processi artigianali connessi con la produzione di stoviglie e suppellettili, fino al confezionamento delle vivande per l’approvvigionamento delle navicelle spaziali. Nel determinare una continua polarità fra il dominio del design d’autore – che si esplicita nella descrizione di esperienze puntuali connotate da un alto livello di sperimentalismo – e quello relativo a ciò di cui oggi parleremmo in termini di design anonimo – che restituisce una panoramica delle esigenze basilari che hanno contribuito a configurare i più importanti settori dell’industria per il mercato alimentare – la successione dei contributi mette in luce la pluralità dei modelli di dialogo che è possibile attuare fra il contesto della pratica progettuale e quello del sistema produttivo.

Pietro Frassica, “La rinascenza del piacere a tavola. Le origini del saper vivere in occidente dopo i secoli bui”.

Pietro Frassica, “La rinascenza del piacere a tavola. Le origini del saper vivere in occidente dopo i secoli bui”.

“Un museo immaginario. Le Ultime Cene”.

“Un museo immaginario. Le Ultime Cene”.

Pietro Frassica, “Il ‘Dinner Party’ di Judy Chicago”.

Pietro Frassica, “Il ‘Dinner Party’ di Judy Chicago”.

Ironicamente introdotto dal programma di un bizzarro Pranzo astronomico tratto dall’antologia La cucina futurista a cura di Filippo Tommaso Marinetti e Luigi Colombo (1923), il terzo e ultimo capitolo è dedicato a quello che rappresenta probabilmente il principale strumento di cui, da sempre, l’uomo si serve per metabolizzare la complessità del proprio rapporto con l’alimentazione: la produzione artistica. Attraverso l’analisi di una selezione di opere che si dipana dalle varie versioni dell’Ultima Cena realizzate in Europa fra il XIV e il XVI secolo all’esperienza conviviale immersiva ed estetizzante promossa in seno alle avanguardie del primo Novecento, fino alle performance dedicate al cibo messe a punto da esponenti del contesto artistico contemporaneo come Daniel Spoerri e Judy Chicago, il capitolo rileva la tendenza a una sempre maggiore immedesimazione dell’arte con la sfera del quotidiano, prendendo simultaneamente atto del singolare statuto della progettualità che essa a sua volta presuppone. Alcuni ulteriori contributi accennano infine al particolarissimo ambito di progetto, situato a cavallo fra arte, cucina e design, che fa riferimento alla creazione di simulacri commestibili di oggetti, architetture o anatomie: argomento che, introducendo al lettore la connotazione intrinsecamente primordiale, grottesca e autodistruttiva del mangiare, chiude metaforicamente il cerchio delle tematiche trattate all’interno della rivista.

“Parla Roberto Sambonet”. Intervista di Giorgio Origlia.

“Parla Roberto Sambonet”. Intervista di Giorgio Origlia.

Elaine Attias, “Mangiare nello spazio. Cibi, attrezzi e modi di nutrirsi sulle astronavi”.

Elaine Attias, “Mangiare nello spazio. Cibi, attrezzi e modi di nutrirsi sulle astronavi”.

Pranzo astronomico tratto dal volume La cucina futurista.

Pranzo astronomico tratto dal volume La cucina futurista.

Oltre a fornire una panoramica estensiva e particolareggiata in merito a un tema, quello del cibo, che negli anni recenti ha assunto rinnovato slancio motivazionale, a più di trent’anni dalla sua pubblicazione il primo numero della rivista Album rappresenta un riferimento di rilevante interesse critico sia per coloro che si dedicano operativamente alla pratica del progetto che per gli studiosi che si occupano di ricostruirne e tramandarne la storia. A partire dal presupposto secondo cui l’indagine relativa alle dinamiche culturali alla base del rapporto fra progettualità e alimentazione non possa necessariamente estinguersi nella proposta di un’unica interpretazione, i contenuti della rivista attuano un modello di approccio alla conoscenza basato su un’impostazione metodologica rigorosa ma, al tempo stesso, flessibile, il cui senso emerge, oltre che dalla lettura dei singoli contributi, anche in funzione della loro rispettiva giustapposizione. Ed è proprio attraverso il ritmo che scandisce la condizione di reciproca consequenzialità e trasversalità fra i diversi contenuti che, in una magistrale prova di sintesi argomentativa e redazionale, trova espressione il principale contributo di Album alla cultura contemporanea del progetto: una considerazione non internalista del design quale specchio di una pratica pluralistica e multiscalare, sdoganata da qualunque pretesa di rigida afferenza disciplinare e permeata, al contrario, di una connotazione intimamente umanistica.

Cucine e Ultracorpi verso il Design degli Ultracibi

L’edizione VIII del Triennale Design Museum si trova nella galassia di eventi che gravitano intorno ad EXPO Milano 2015, il cui tema noto è “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” e per cui la Triennale di Milano rappresenta il primo padiglione aperto, una “Area tematica” culturale nel cuore della città, di pertinenza della grande manifestazione internazional-popolare del sito EXPO, ai margini della città stessa.
Data l’occasione generale e il tema basilare dell’Esposizione Universale, la Triennale di Milano, quale tradizionale “Palazzo delle Arti”, ha deciso di affrontare il ruolo del “Cibo” indagandolo nelle arti visive e plastiche, moderne e contemporanee, oltre a un preciso punto di vista sul design. “Arts & Foods. Rituali dal 1851” (fino al 1 novembre 2015) è il titolo della ricchissima mostra principale, che occupa 3/4 dell’intero edificio, curata e preparata da Germano Celant in anni di ricerche e riflessioni sul ruolo del cibo nell’arte e nella società. Tre grandi sezioni dividono gli ultimi 150 anni in tre tempi dilatati e in successione: tra la prima esposizione universale di Londra e le avanguardie artistiche di inizio novecento, tra il secondo dopoguerra e la pop art americana con relative influenze internazionali, e in conclusione un focus sulla contemporaneità più attuale e criticamente puntuale.
Alla fine di questa “grande abbuffata”, meticolosamente organizzata ma evidentemente sovrabbondante, si apre l’ultimo capitolo delle ricerche messe in campo dalla Triennale, ovvero la mostra “Cucine & Ultracorpi” (fino al 21 febbraio 2016) che si inserisce nel programma annuale del Museo del Design.
Seppur in stretta collaborazione con Silvana Annichiarico (Direttrice del Triennale Design Museum), la cura di questa mostra (nella mostra) è stata affidata nuovamente a Germano Celant, con la regia spaziale di Italo Rota che ne ha curato l’allestimento scenografico (con progetto grafico di Irma Boom), oltre a significative modifiche distributive in tutto l’edificio, che riconfigurano gli ambienti reinventandoli con nuovi percorsi che rendono tutto lo spazio integrato. La Triennale non è più un tradizionale contenitore di tante mostre ma è una grande dimora di un racconto continuo, avvolgente e molto strutturato.
Quindi, per parlare di design, era necessaria questa premessa ma è anche idealmente necessario partire dal fondo di questa avventura espositiva. Una grande esposizione artistica nella grande esposizione universale.

Gerardo Dottori, Sala da pranzo di Casa Cimino, Collezione privata, Archivio Gerardo Dottori, Perugia

Gerardo Dottori, Sala da pranzo di Casa Cimino, Collezione privata, Archivio Gerardo Dottori, Perugia

Filippo Tommaso Marinetti, Il poema del vestito di latte, a cura dell’Ufficio Propaganda SNIA Viscosa, Milano, Officina Grafica Esperia, 1937. Copertina illustrata a colori di Bruno Munari, Collezione Guido Andrea

Filippo Tommaso Marinetti, Il poema del vestito di latte, a cura dell’Ufficio Propaganda SNIA Viscosa, Milano, Officina Grafica Esperia, 1937. Copertina illustrata a colori di Bruno Munari, Collezione Guido Andrea

Tom Sachs, Nutsy’s McDonald’s, 2001, Vanhaerents Art Collection Brussels, Londra-Bruxelles, copyright of Tom Sachs

Tom Sachs, Nutsy’s McDonald’s, 2001, Vanhaerents Art Collection Brussels, Londra-Bruxelles, copyright of Tom Sachs

Partendo da una riflessione tra tradizione e modernità sull’ambiente domestico che più di tutti ha forse subito modifiche sostanziali nel corso dell’ultimo secolo, ovvero la cucina, si è provato qui a ipotizzarne uno stato dell’arte , aprendo a scenari futuri, tra futuristico e futuribile, per un racconto realizzato in assenza dell’alimento e in assenza degli oggetti per il consumo diretto.
La cucina è il luogo dove, nella casa, il corpo è più produttivo, dove è stato necessario nel corso della storia vedere la tecnica entrare (ed essere messa) in scena, a volte sottotraccia, inserita dentro arredi che la nascondevano, altre volte invece esibita, fino a vedere macchine, strumenti, oggetti, utensili al nostro servizio, per la preparazione di quel cibo che necessariamente tutti i giorni dobbiamo procurarci per alimentarci e sopravvivere.
Prendendo le distanze dalla tradizionale cucina artigianale a favore delle innovazioni della cucina industriale (mentre oggi si è anche alla riscoperta della cucina contadina o alla scoperta della cucina sperimentale) in questa mostra si racconta la storia degli elettrodomestici, gli elettroutili, ovvero quel preciso momento in cui l’elettrificazione degli strumenti e la miniaturizzazione dei motori ha iniziato a trasformare gli utensili manuali in piccoli automatismi di servizio per la lavorazione del cibo, sostituendo la forza manuale con la forza meccanica. Affettatrici, caffettiere, tostapane, tritarifiuti, cappe assorbenti, bollitori, miscelatori, gelatiere, frigoriferi, forni e microonde fino alla domotica più sofisticata, che si è sviluppata in modo esponenziale proprio partendo da quella Rivoluzione Industriale che affidava tutto il necessario alle macchine, dalla prima industrializzazione (1800), alla successiva rivoluzione tecnologica (1900), fino alla recente informatizzazione (2000).
Gli “elettrodomestici” hanno lentamente sostituito i “domestici”, diventando prima servi muti ed acquisendo, altrettanto lentamente, con l’intelligenza artificiale anche un proprio linguaggio e autonomia. La visione generale dell’oggetto è di tipo animista, dove lo strumento apparentemente inanimato, grazie alla tecnologia, diventa animato di vita virtuale propria, magari collegato in rete, in quella cosa che oggi stiamo iniziando a chiamare “Internet delle Cose”.
Ispirazione diretta e dichiarata è al mondo letterario con il riferimento al libro “L’invasione degli Ultracorpi”, testo fantascientifico del 1955 scritto da Jack Finney, e messo in scena nell’omonimo film di Don Siegel nel 1956, in cui alieni extraterrestri e invasori si confondono tra gli abitanti del nostro pianeta, assumendone le sembianze durante il sonno e attuando una rivoluzione interna e insidiosa per prendere il dominio sull’umanità.
Con questo riferimento immaginifico e con la sua relativa influenza cinematografica, la mostra “Cucine & Ultracorpi” testimonia il lungo inesorabile sviluppo degli strumenti usati nell’ambiente cucina, che da semplici utensili si sono lentamente trasformati in macchine tecnologicamente “intelligenti”, ultracorpi tecnologici, automi autonomi, invasori del nostro mondo, non solo aiuti pratici ma sostituti dell’uomo in molte pratiche del cucinare che si prendono cura della conservazione e lavorazione del nostro cibo.

Marco Prizzon, Fifty, Prizzon-Arcom, 1950

Marco Prizzon, Fifty, Prizzon-Arcom, 1950

Virgilio Forchiassin, Spazio Vivo, 1968, Snaidero Rino SpA, Udine

Virgilio Forchiassin, Spazio Vivo, 1968, Snaidero Rino SpA, Udine

L’allestimento della mostra rappresenta un universo casalingo sorprendente, rievocando paesaggi meccanizzati, utilitaristi quanto alieni, sottolineando anche tematiche comiche, ironiche o inquietanti del rapporto tra “essere umano” e “essere macchina”.
Si tratta di una vera e propria messa in scena di sequenze tematiche fatte con istallazioni complesse, divise secondo un preciso percorso che scompone la sinestesia in capitoli didascalici e attraversa gli “elementi della natura e i sensi del corpo”, e che parte con la messa in guardia dai pericoli per l’uomo (sapendo che gli incidenti domestici avvengono soprattutto in cucina).
Ci accoglie la “Satellite Kitchen” di Luigi Colani (1969) che fronteggia un esercito dispiegato di frigoriferi semiaperti, per poi essere condotti, attraverso un tunnel che ospita un innumerevole raccolta di allarmi da cucina, nella prima delle stazioni. In sequenza, poi, si trovano grandi macchine sceniche indipendenti che parlano prima di Acqua, ovvero il ghiaccio e il freddo per la conservazione con i frigoriferi; di Fuoco, ovvero il calore come strumento principale per cucinare con i forni; di Terra, ovvero il tema dei rifiuti e del loro smaltimento con la reintegrazione nell’ambiente con le compostiere; di Aria, ovvero la necessità di purificazione degli ambienti dagli odori con ventole e cappe filtranti.
Successivamente, rimanendo invariato il linguaggio scenico di grandi e puntuali istallazioni interattive, si affrontano i Sensi attraverso il tema del Suono, con una concerto di rumori elettrodomestici proveniente da un teatrino (con colonna sonora di fondo composta dal designer musicista Lorenzo Palmeri); dell’Environment, con un omaggio al grande Ettore Sottsass e i suoi moduli esposti a New York nel 1972; del Tagliare& Mixare, con un totem semovente che ospita tutti gli strumenti del caso; dell’Aroma, con un grande box contenitore caffettiere di ogni foggia; chiude la sequenza di istallazioni una grande sfera che ospita una visione cosmonautica della Minikitchen di Joe Colombo (1963).

Ambrogio Pozzi, Servizio impilabile CONO, Environement Pierre Cardin-Franco Pozzi, 1969, DDD Collection, Genova, Courtesy Vittorio Dapelo

Ambrogio Pozzi, Servizio impilabile CONO, Environement Pierre Cardin-Franco Pozzi, 1969, DDD Collection, Genova, Courtesy Vittorio Dapelo

Joe Colombo e Ambrogio Pozzi, Set prima classe Alitalia, 1970-1972, courtesy Alessandro Pedretti Design Collection

Joe Colombo e Ambrogio Pozzi, Set prima classe Alitalia, 1970-1972, courtesy Alessandro Pedretti Design Collection

Gaetano Pesce, Pescecappa, Elica, 2009

Gaetano Pesce, Pescecappa, Elica, 2009

Uscendo si attraverso un ultimo spazio, estraniante, luogo di una performance “La Cucina. Luogo di passione” ideata da Gaetano Pesce per gli studenti del Laboratorio di teatro dell’Università IULM coordinati da Bruno Bigoni e Elisa Bottiglieria. Gaetano Pesce ha proposto una riflessione sulla cucina contemporanea intesa come “centro nevralgico di passione, creazione e sperimentazione” con ribaltamento del punto di vista. Si osserva dal basso verso l’alto, da sotto, un soffitto che è un pavimento trasparente e su cui degli attori muovono elementi ingigantiti e paradossalmente figurativi: una grande bistecca, un grande salame, una grande fetta di pane e così via, si trasformano in arredi per una cucina abitata.

Un po’ storditi da tante suggestioni, si rimane sicuramente impressionati da questa storia del design, così preciso e così utile tanto da chiederci proprio il senso contemporaneo di quel soggetto che volutamente non è messo in gioco nella mostra: il cibo.
Come la tecnologia ha velocemente cambiato i corpi inerti per la preparazione del cibo, e sta cambiando i nostri corpi con l’uso sempre più prevedibile di protesi informatiche, arriverà presto a cambiare anche gli alimenti. Con le biotecnologie, gli OGM, le sofisticazioni più tecniche, è un futuro molto possibile e molto vicino. Si parla sempre più spesso di “Smart food” e nella cronaca contemporanea non è difficile leggere di bistecche sintetiche, involucri commestibili, cucina molecolare, oltre agli integratori che sono già parte consolidata della nostra alimentazione.
Con la speranza che il cibo non possa mai diventare una forma di alienazione, chiudiamo questo scritto con una domanda che sorge spontanea: è questa mostra una ragionevole premessa per capire il percorso inesorabile dagli Ultracorpi agli Ultracibi?


dati:

Arts&Foods. Rituali dal 1851, Triennale di Milano, 9 aprile – 1 novembre 2015

Cucine&Ultracorpi, Triennale di Milano, 9 aprile 2015 – 21 febbraio 2016

riferimenti bibliografici:

Arts&Foods. Rituali dal 1851, catalogo della mostra, a cura di G. Celant, Electa, Milano 2015

Cucine&Ultracorpi, catalogo della mostra, a cura di G. Celant e S. Annichiarico, Electa, Milano 2015

FOOD dal cucchiaio al mondo

Nell’anno dell’Esposizione universale di Milano il MAXXI – Museo nazionale delle Arti del XXI secolo offre il proprio contributo alla riflessione sul tema della nutrizione e della sostenibilità del pianeta mettendo in mostra lo spazio “in between” del cibo dalla monoporzione ai nuovi scenari geopolitici mondiali. Così si configura Food dal cucchiaio al mondo: un palinsesto che vuole raccontare come il cibo attraversi, cambi e influenzi il corpo, la casa, le strade, le città e i paesaggi di tutto il mondo.


“Riteniamo che solo la nostra azione collettiva di cittadine e cittadini, insieme alla società civile, alle imprese e alle istituzioni locali, nazionali e internazionali, possa consentire di vincere le grandi sfide connesse al cibo: combattere la denutrizione, la malnutrizione, lo spreco e promuovere un equo accesso alle risorse naturali, garantendo una gestione sostenibile dei processi produttivi”. (Carta di Milano, 2015)

“Food dal cucchiaio al mondo: lo spazio in between del cibo dalla monoporzione alla geopolitica dei nuovi scenari mondiali”. Così potrebbe sintetizzarsi il progetto con cui, nell’anno dell’Esposizione universale di Milano incentrata sul tema Nutrire il Pianeta. Energia per la vita, il Museo Nazionale delle Arti del XXI Secolo (MAXXI) ha deciso di offrire il proprio contributo al tema della nutrizione e della sostenibilità del pianeta focalizzando l’attenzione su una relazione che non è azzardato definire simbiotica: quella tra il cibo e lo spazio che esso concorre a progettare.
Curata da Pippo Ciorra, Senior Curator della sezione architettura, con la partecipazione di tutto lo staff curatoriale del MAXXI (appartenente sia alla sezione di Architettura, sia a quella d’Arte), la mostra si pone in perfetta continuità con la filosofia che sta alla base di un museo dell’età contemporanea che il XXI secolo, il tempo nel quale siamo immersi, non si accontenta soltanto di guardarlo ma vuole comprenderlo e provare a raccontarlo al pubblico facendo leva sulla curiosità che hanno gli architetti ad espandere e rinnovare la propria disciplina, relazionandola con le urgenze e le emergenze del nostro tempo.
Ottemperando ad un tale obiettivo, quindi, Food dal cucchiaio al mondo si pone come la conclusione più naturale di un trittico di esposizioni, anch’esse curate da Ciorra, e iniziate nel Dicembre 2011 con RE-CYCLE. Strategie per l’architettura, la città e il pianeta in cui l’idea di riciclo, intesa nella sua valenza più prettamente ecologica, è stata declinata e trasfigurata al punto da trasformarsi in un fertilissimo dispositivo estetico ed interdisciplinare: una sorta d’innesto, mutuandone il significato dalla scienza botanica, fortemente radicato nel contesto della riflessione filosofica contemporanea. Il programma espositivo è proseguito, successivamente, con il progetto Energy, che ha caratterizzato la stagione espositiva del MAXXI lungo tutto il 2013. Aperta al pubblico dal 22 marzo la mostra, (che si sarebbe dovuta concludere il 29 settembre ma è stata prorogata fino al 10 novembre) ha visto i progettisti confrontarsi con l’impellente tema delle nuove forme di energia e dei problemi subordinati al loro approvigionamento quali uso, consumo, spreco e smaltimento. Ma, soprattutto, si è concentrata sul tema del ruolo politico e sociale assunto dalle risorse.
Ed è riprendendo questi termini che Food dal cucchiaio al mondo ha deciso di catalizzarli verso il conseguimento di un duplice obiettivo: da un lato quello di portare il pubblico a comprendere come ogni aspetto della riflessione eco-tecnico-sociale comporti anche un risvolto spaziale, e quindi estetico e progettuale, che, se trascurato, potrebbe pesare in modo molto negativo sul percorso d’innovazione e sulla crescita complessiva delle comunità, dall’altro, spingendo i progettisti ad una riflessione critica sul proprio operato, li ha portati ad abbandonare un eccesso di autoindulgenza e autorefenzialità.
Ma a fronte di tali obiettivi quali sono le premesse che ne stanno alla base? E attraverso quali modalità rappresentative si è scelto di comunicarlo al pubblico?
Per quanto concerne le premesse esse sono efficacemente esplicitate dal Direttore Artistico del MAXXI Hou Hanru che nel saggio contenuto nel catalogo e intitolato “Hai mangiato?”, tipica espressione in lingua cinese abitualmente ancora in uso per rivolgersi ad una persona al posto del tradizionale “Buongiorno, buonasera, come stai?” dalla quale è possibile leggere in trasparenza sia l’importanza del cibo come fonte di nutrizione, poichè subordinato alle ataviche paure di un popolo che ha dovuto affrontare terribili carestie, sia il ruolo chiave da esso assunto nella creazione dei rapporti sociali e nella costituzione della società stessa.

«Che rapporto c’è fra una tendenza globale come questa e l’evoluzione di un museo, e in particolare di un museo d’arte e architettura contemporanee? – si chiede Harnu – Quanto l’introduzione del tema del cibo può aiutarci a ripensare e a reinventare il museo, sia come luogo di produzione di sapere, sperimentazione, raccolta,conservazione e manifestazione, sia come una nuova sfera pubblica in cui le persone sono invitate, riunite e mobilitate per discutere problematiche comuni del nostro mondo che cambia e dello “stile di vita” che ruota attorno alle “esperienze rituali” della “pratica alimentare”? […] Quanto i confini che separano tradizionalmente le “pratiche creative”, l’arte, l’architettura, la ricerca scientifica e sociologica, etc., dalla vita di tutti i giorni, cosi come i confini fra cultura e natura, società e individuo e fra le diverse comunità, possano essere oltrepassati, persino smantellati e inevitabilmente ridefiniti e ridiscussi?»
Le risposte a queste domande hanno portato l’intero team curatoriale, ed in particolare Valentina Zappatore (responsabile dell’allestimento), ad elaborare una modalità fruitiva lontana dai caratteri tradizionali di una mostra sul cibo ma più prossima a quelli propri di un palinsesto: un sistema di lettura grazie al quale è possibile decostruire ed interpretare quello spazio in between in cui cibo e progetto (declinato nelle sue dinamiche architettoniche, urbanistiche ed artistiche) si relazionano, contribuendo a definire quella dimensione fisica e concettuale nella quale siamo immersi: poichè ogni volta che si affronta un argomento come quello del cibo, contestualmente, viene anche elaborata una forma spaziale ad esso correlata.
Ed è partendo da questo assunto che Food dal cucchiaio al mondo si è articolata in sei sezioni le quali, dallo spazio del corpo, ascendono in maniera scalare attraverso la dimensione spaziale della casa, della strada, della città, del paesaggio, e arrivando fino alle grandi questioni della geopolitica e degli assetti mondiali della produzione/distribuzione del cibo. In tal senso è stata di fondamentale importanza la collaborazione con le Istituzioni delle Nazioni Unite responsabili del Programma di Alimentazione e Agricoltura (FAO) e del Programma Alimentare Mondiale (WFP) ed impegnate in Zero Hunger Challenge (Sfida Fame Zero) che rappresenta il progetto di partecipazione delle Nazioni Unite all’Esposizione Univerale di Milano.
Differentemente da altre Istituzioni Internazionali come l’Unione Europea presesente a Rho con un padiglione propriamente detto, il sistema United Nations non si avvale di un padiglione fisico bensì un padiglione diffuso in 18 punti: 18 landmark i a forma di cucchiaio blu intorno al quale si raccontano, con tecnologie contemporanee, i paradossi della distribuzione del cibo e dell’acqua.
Uno di questi è in mostra anche al MAXXI a chiusura di Food che, dal canto suo, si apre con un omaggio all’arte barocca: la Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre del Domenichino.
Da lì il visitatore viene accompagnato alla scoperta di come i gesti necessari al maestro de tè siano essenziali alla definizione del modulo dello spazio domestico giapponese; di come, nelle fotografie di Hargreaves, la rappresentazione del pasto possa far riflettere sulla misura spaziale e temporale della cella del condannato; o di come il cibo, nel caso del bonus food dell’astronauta Samantha Cristoforetti interpreti lo straniamento dello spazio “fuori dallo spazio”.
Da questa prima sezione dedicata alla dimensione intima del corpo si passa alla seconda incentrata sulla casa dove, mentre i maestri della Bauhaus ridefinivano il concetto complessivo di abitazione, Margarethe Schütte-Lihotzky dava forma allo spazio domestico moderno con il suo rivoluzionario concetto di “cucina componibile” (Frankfurt Kitchen).

Margarete Schütte-Lihotzky Frankfurt Kitchen, Frankfurt, Germany 1926

Ma la sezione ospita altri progetti di spazi per la preparazione o la conservazione del cibo che hanno concorso a modificare radicalmente il nostro modo di pensare: dall’introduzione dei contenitori Tupperware in pvc al primo frigo domestico, fino alle immagini delle cucine “sicure” e a basso consumo energetico realizzate dal Programma Alimentare Mondiale (WFP) per le donne dei paesi in via di sviluppo.
Dalla casa il passaggio in strada è automatico, e qui l’attenzione si concentra in particolare intorno al ruolo sociale del cibo come generatore di vita pubblica: dalla performance di Gordon Matta-Clark e del suo ristorante a Lower Manhattan, ai dabbawala di Mumbai,

RMA Architects Dabbawala Lunch Delivery System 2014 Mumbai Photo Credits : Rajesh Vora

dalla ricostruzione della White Limousine Yatai, il ristorante mobile dei giapponesi Atelier Bow-Wow, al supermercato virtuale made in Corea dove per far spesa basta usare il QR codementre si aspetta la metropolitana.
Salendo di scala è il tempo della città in cui, fin dal Settecento, gli architetti inseguono l’idea utopica dell’integrazione perfetta tra città e agricoltura. Ecco quindi che dai disegni di Ledoux si passa alla Ferme Radieuse di Le Corbusier, alla Broadacre di Wright, ai progetti contemporanei di agricoltura urbana. Città/mercati/luoghi di incontro e integrazione nei quali il cibo è l’attore principale della qualità sociale e dell’“effetto città” come nei casi del Markt Hal di MVRDV a Rotterdam,

MVRDV MarktHal Rotterdam 2014 © Daria Scagliola & Stijn Brakkee © Ossip van Duivenbode

o la riqualificazione del famoso mercato di Santa Caterina a Barcellona da parte di Miralles Tagliabue, oppure gli alveari urbani di Snøhetta.

Snøhetta Vulkan Beehives 2014 Oslo, Norway © Finn Ståle Felberg © Morten Brakestad

Ma qui è presente anche un progetto site specific: l’orto urbano “agricivico” di Richard Ingersoll.
Agricoltura, cibo, paesaggio: un trinomio onnipresente in ogni discussione sul territorio contemporanei. Così vengono esposti quei progetti che meglio traducono la centralità di questo tema declinato da un lato in termini di bellezza e innovazione, e dall’altro in immagini potenti e controverse: dal progetto fotografico di Ziv Koren sull’estrazione del sale in Etiopia, alla Génoscope de Lanaud progettata da Jean Nouvel in Francia,
Infine il mondo. Il cibo è un tema essenziale della geopolitica e dell’antropologia globale, e quest’ultima parte presenta i dati e le mappe su popolazione urbana e rurale, urbanizzazione, produzione, denutrizione forniti da FAO e WFP e che lo staff curatoriale del MAXXI ha tradotto in immagini, animazioni e info-grafiche. Ma insieme ai dati anche progetti-simbolo come il Centro norvegese di raccolta globale dei semi e la Seed Cathedral di Thomas Heatherwick realizzata in occasione di EXPO 2010 Shangai, o il progetto di Chris Terry per il Family Meals di WFP e Commissione Europea che racconta gli spazi come luoghi di condivisione attraverso il cibo.

WFP (World Food Programme) - The Family Meal The Family Meal è un progetto fotografico realizzato dal Programma Alimentare Mondiale (WFP) e il Dipartimento di Aiuti Umanitari e protezione civile della Commissione Europea (ECHO) con foto di Chris Terry scattate in Ciad, Birmania, Ecuador, Niger e Giordania, visitando le famiglie assistite dal WFP con il sostegno di ECHO, su un tema: cosa significa un pasto in famiglia?

Alimentazione, energia, pianeta, vita. Pur essendo nato essenzialmente come il contributo alla riflessione sul tema della nutrizione e della sostenibilità del nostro pianeta offerto dal MAXXI Food dal cucchiaio al mondo guarda oltre Expo: all’eredità che mediante la carta di Milano l’esposizione meneghina propone di lasciare al mondo. Un’eredità immateriale poichè costituita non tanto da soluzioni immaginifiche e irrealistiche, quanto di un serio percorso di ricerca e di condivisione di conoscenze, esperienze e best practices, capaci di rendere consapevole ogni essere umano che, come si legge nel Memorandum Expo 2015-Fao – «con gli strumenti del suo vivere e del suo lavoro, contribuisce a trasformare in positivo o in negativo la natura nella quale vive», perchè come è scritto nell’ incipit della Carta di Milano tratto da Human Development Report 2011: «Salvaguardare il futuro del pianeta e il diritto delle generazioni future del mondo intero a vivere esistenze prospere e appaganti è la grande sfida per il 21° secolo. Comprendere i legami tra sostenibilità ambientale ed equità è essenziale se vogliamo espandere le libertà umane per le generazioni attuali e future».

Women in Darfur graduate from WFP's SAFE program that enables them to make their own fuel efficient cook stoves. Copyright: Pia Skjelstad / WFP


Bibliografia:

Ciorra, P. e Rosati, A. (a cura di) (2015). Food dal cucchiaio al mondo. Macerata: Quodlibet.

Le ragioni della forma

Per ricordarci e ricordare come esista una letteratura critica legata al prodotto alimentare e alle sue relazioni con il sistema del design, si è deciso di proporre la rilettura di un saggio di Augusto Morello del 1996, Le ragioni della forma, contenuto in un numero monografico di “Stile Industria”, dove l’autore affronta il tema del cibo in relazione al progetto. 

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Materiale Cibo: sperimentazioni su pane, pasta e zuccheri edibili

Dal 10 al 12 ottobre 2014 i Corsi di laurea in Design dell’Università degli Studi della Repubblica di San Marino hanno partecipato ad “Operae”, festival del design indipendente di Torino, con la mostra Materiale Cibo: sperimentazioni su pane, pasta e zuccheri edibili, allestita presso gli spazi di Torino Esposizioni.

Materiale Cibo. Pane, pasta, zuccheri edibili, mostra dei Corsi di laurea in Design di San Marino ad “Operae” 2014. Foto: Nico Polidori.

“Materiale Cibo. Pane, pasta, zuccheri edibili”, mostra dei Corsi di laurea in Design di San Marino ad “Operae” 2014. Foto: Nico Polidori.

Il festival, alla quinta edizione, è pensato per stimolare occasioni di incontro, condivisione e approfondimento sui temi del design indipendente e dell’autoproduzione, proposti nei loro aspetti culturali, economici e sociali. La sezione espositiva, in particolare, affronta tali argomenti presentando una ricca selezione di prodotti volti a documentare il “saper fare” di designer italiani e internazionali, progetti in cui l’attenzione ai materiali e la riscoperta del know-how artigianale si misurano con l’uso delle più attuali tecniche produttive, l’autoproduzione e i nuovi modelli produttivi.  
Sollecitato dal periodo di cambiamento e transizione – in parte dovuto alla crisi economica e alla conseguente messa in discussione e riconfigurazione del mercato globale e globalizzato della grande industria –, il designer pare trovare oggi in differenti modi di produzione e distribuzione dei prodotti un diverso sistema di riferimento per i propri progetti che da un lato riconosce rinnovata importanza al pensiero e all’esperienza individuale, dall’altro introduce nuove modalità di lavoro e tipologie di spazi per la condivisione fisica e virtuale del progetto. Allontanatasi dal concetto di figurazione e confutata la prioritaria definizione formale dell’elemento, la ricerca nel campo del design ragiona quindi su modelli, strumenti e processi rivalutando, in particolare, specifiche competenze ed esperienze locali, tipiche del fare artigianale o del sistema della piccola e media impresa che contraddistingue il contesto italiano. Tale attenzione al “saper fare”, proiettata nella collettività, porta le esperienze do it yourself – nate dalla collaborazione di più specialisti –, ad essere pubblicate in rete dove trovano, oltre a condivisione e mercato, un ambiente open-source che nega al prodotto la propria unicità a favore di una declinazione e personalizzazione nei confronti del fruitore, chiamato in alcuni casi anche ad una partecipazione attiva.

L’indagine su queste direzioni del design contemporaneo, ovvero la riflessione sulle relazioni tra progetto, processo di produzione e società, riguarda tanto l’ambito professionale quanto quello universitario, il cui obiettivo è la formazione di persone capaci di intervenire criticamente in tutte le fasi del processo progettuale avendo piena consapevolezza del contesto contemporaneo.
L’università, centro di formazione, sperimentazione e ricerca, partecipa quindi generalmente a queste iniziative mostrando una selezione dei migliori elaborati di fine corso e progetti di tesi, consapevole però del fatto che, fin dall’esperienza a Weimar del 1923, esporre i lavori degli studenti delle scuole di design ha sempre voluto dire sottoporsi a un duplice rischio, perché da un lato esse creano una notevole aspettativa, dall’altro mostrano qualcosa in divenire e perciò gli esiti di un processo ancora incompiuto.
“Operae” è stata occasione per i Corsi di laurea in Design dell’Università di San Marino per presentare i risultati di alcune ricerche svolte durante i Laboratori di design del prodotto del primo anno e i Laboratori di tesi del terzo anno.

I progetti, inseriti in un contesto di riflessione più ampio e generale sulla filiera agroalimentare nel suo svolgersi e nel suo attuale ridefinirsi, ipotizzano la possibilità di lavorare sul cibo di consumo quotidiano – pane, pasta e zucchero – come materiale “progettabile” e “di progetto” su cui sperimentare a partire dalla rivisitazione e ridefinizione degli ingredienti e dunque dalla loro composizione, ragionando tanto sulla funzione quanto sulla soddisfazione degli utenti a cui si rivolgono. In questo caso, si introducono variabili di consistenza, odore e sapore, ma ancor più di corrispondenza ai gusti che caratterizzano la gastronomia locale e regionale italiana che, piuttosto di dedicarsi a soddisfare un’esclusiva élite di esigenti palati, trova il suo obiettivo nel comune e più allargato consenso.
Introdursi nei sistemi consolidati e apparentemente chiusi della cultura del cibo tradizionale italiano affiancandola o accompagnandola con un prodotto inedito significa misurarsi con la composizione come con lo studio di nuovi processi di trasformazione della materia-cibo, ma soprattutto con il comportamento che esso induce come creatore di senso del progetto.
Il prodotto prescinde dall’essere esclusivamente oggetto funzionale. “L’insegnamento – come sosteneva Achille Castiglioni, ripreso da Eugenio Bettinelli in La voce del maestro. Achille Castiglioni, testo pubblicato da Corraini nel 2014 – considera il progetto quell’attività che costituisce gli oggetti come strutture di relazione determinanti della qualità dei comportamenti. Si considerano positivamente i prodotti scaturiti da un’approfondita ricerca di progetto e da un’evidente attenzione per il ‘significato’ dell’oggetto: in particolare si considera, nella qualità dei rapporti umani e dei rapporti con l’ambiente, ciò che fa nascere relazioni d’affetto” (p. 23).
Così, all’accurata indagine sui processi produttivi artigianali e industriali della tradizione si affianca, in queste ricerche, la volontà di identificare il modo per realizzare un nuovo prodotto in grado di accompagnare, esaltandone le caratteristiche, uno specifico alimento della cultura regionale o locale e di ridefinire l’esperienza funzionale e multisensoriale della fruizione dello stesso.

Il tema di progetto diviene, ad esempio, determinare la composizione del più corretto impasto di farina e acqua e la morfologia dello stampo in cui cuocere il pane/tagliere per servire e apprezzare la grana del ciauscolo marchigiano, approntare un nuovo sistema modulare per assaggiare l’olio, trafilare grissini a sezione e impasto differenziati per accompagnare la degustazione dei differenti formaggi, o ancora testare come l’aria può combinarsi nel processo di estrusione del parmigiano ridefinendone il sapore oltre alla consistenza.
Il metodo progettuale adottato – chiaramente esplicitato in mostra dove su un grande tavolo, composto da otto cavalletti e tre lastre di cartongesso sono stati “apparecchiati” oggetti e relativi materiali informativi a raccontare esiti e processi – prevede, dopo le sperimentazioni sulla struttura della materia, nelle sue caratteristiche fisiche, meccaniche e formali, di affrontare lo studio della morfologia del prodotto che, strettamente legata al valore comportamentale che deve suscitare e dunque alla modalità di relazione che questi cibi instaurano con il consumatore-fruitore, deriva dalla composizione materica scelta e verificata ed, al contempo, dalla progettazione del processo produttivo più adeguato e degli strumenti esecutivi con i quali portarlo a termine.
L’iter di progetto media quindi le esigenze del fruitore, senza il quale il prodotto non troverebbe compiuta realizzazione, le verifiche sulla composizione del materiale, garanzia di qualità e buona riuscita del processo, con il progetto di un sistema di produzione semplice o semplificato perché possa essere approntato, sperimentato e impiegato direttamente dallo studente.
La verifica dell’effettiva realizzabilità, migliorata e resa più efficace nel corso dell’esecuzione dei prototipi, garantisce allo studente il controllo sul processo di produzione dell’artefatto che, almeno in piccole serie, può essere in grado di autoprodurre, sperimentando il questo modo una delle modalità che anche il festival propone come design indipendente.
Esibirsi ed esibire in mostra prodotti, modelli, progetti e processi è un’attività critica che comporta una messa in discussione degli autori e della scuola, ma rappresenta altresì, almeno per come è stata concepita in questo caso, la chiusura significativa di un esperienza didattica, in cui lo studente può osservare e capire come e se i risultati delle sue ricerche sono in grado di comunicare con il pubblico, attraendolo, incuriosendolo, stimolando domande o, semplicemente invogliandolo all’assaggio.

Ultima iniziativa espositiva dei Corsi di laurea in Design di San Marino, che negli ultimi anni hanno partecipato a varie manifestazioni come la Biennale di Venezia, il Salone del Mobile di Milano, il Bologna Water Design e la Biennale del disegno di Rimini, Materiale Cibo: sperimentazioni su pane, pasta e zuccheri edibili è stata curata da Riccardo Varini, Massimo Barbierato e Dario Scodeller con la collaborazione di Gianni Sinni per il progetto grafico – tutti docenti dei Corsi di laurea in Design –, e allestita assieme agli studenti.

Chiara Amatori, Vittorio Solleciti, Ex Novo, progetto sviluppato nel Laboratorio di fondamenti del design tridimensionale, docente: Massimo Barbierato. Foto: Nico Polidori.

Chiara Amatori, Vittorio Solleciti, Ex Novo, progetto sviluppato nel Laboratorio di fondamenti del design tridimensionale, docente: Massimo Barbierato. Foto: Nico Polidori.

Andrea Casali, Alessandro Moretti, San Brillo, progetto sviluppato nel Laboratorio di fondamenti del design tridimensionale, docente: Massimo Barbierato. Foto: Nico Polidori.

Andrea Casali, Alessandro Moretti, San Brillo, progetto sviluppato nel Laboratorio di fondamenti del design tridimensionale, docente: Massimo Barbierato. Foto: Nico Polidori.

Nico Polidori, Marche pasta, progetto di tesi sviluppato nel Laboratorio di tesi coordinato da Massimo Barbierato, massimo Brignoni, Riccardo Varini. Foto: Nico Polidori.

Nico Polidori, Marche pasta, progetto di tesi sviluppato nel Laboratorio di tesi coordinato da Massimo Barbierato, massimo Brignoni, Riccardo Varini. Foto: Nico Polidori.

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Dati

Materiale Cibo: sperimentazioni su pane, pasta e zuccheri edibili, Operae: Inependent Design Festival, Torino, 10-12 ottobre 2014, Torino Esposizioni.