Cucine e Ultracorpi verso il Design degli Ultracibi

L’edizione VIII del Triennale Design Museum si trova nella galassia di eventi che gravitano intorno ad EXPO Milano 2015, il cui tema noto è “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” e per cui la Triennale di Milano rappresenta il primo padiglione aperto, una “Area tematica” culturale nel cuore della città, di pertinenza della grande manifestazione internazional-popolare del sito EXPO, ai margini della città stessa.
Data l’occasione generale e il tema basilare dell’Esposizione Universale, la Triennale di Milano, quale tradizionale “Palazzo delle Arti”, ha deciso di affrontare il ruolo del “Cibo” indagandolo nelle arti visive e plastiche, moderne e contemporanee, oltre a un preciso punto di vista sul design. “Arts & Foods. Rituali dal 1851” (fino al 1 novembre 2015) è il titolo della ricchissima mostra principale, che occupa 3/4 dell’intero edificio, curata e preparata da Germano Celant in anni di ricerche e riflessioni sul ruolo del cibo nell’arte e nella società. Tre grandi sezioni dividono gli ultimi 150 anni in tre tempi dilatati e in successione: tra la prima esposizione universale di Londra e le avanguardie artistiche di inizio novecento, tra il secondo dopoguerra e la pop art americana con relative influenze internazionali, e in conclusione un focus sulla contemporaneità più attuale e criticamente puntuale.
Alla fine di questa “grande abbuffata”, meticolosamente organizzata ma evidentemente sovrabbondante, si apre l’ultimo capitolo delle ricerche messe in campo dalla Triennale, ovvero la mostra “Cucine & Ultracorpi” (fino al 21 febbraio 2016) che si inserisce nel programma annuale del Museo del Design.
Seppur in stretta collaborazione con Silvana Annichiarico (Direttrice del Triennale Design Museum), la cura di questa mostra (nella mostra) è stata affidata nuovamente a Germano Celant, con la regia spaziale di Italo Rota che ne ha curato l’allestimento scenografico (con progetto grafico di Irma Boom), oltre a significative modifiche distributive in tutto l’edificio, che riconfigurano gli ambienti reinventandoli con nuovi percorsi che rendono tutto lo spazio integrato. La Triennale non è più un tradizionale contenitore di tante mostre ma è una grande dimora di un racconto continuo, avvolgente e molto strutturato.
Quindi, per parlare di design, era necessaria questa premessa ma è anche idealmente necessario partire dal fondo di questa avventura espositiva. Una grande esposizione artistica nella grande esposizione universale.

Gerardo Dottori, Sala da pranzo di Casa Cimino, Collezione privata, Archivio Gerardo Dottori, Perugia

Gerardo Dottori, Sala da pranzo di Casa Cimino, Collezione privata, Archivio Gerardo Dottori, Perugia

Filippo Tommaso Marinetti, Il poema del vestito di latte, a cura dell’Ufficio Propaganda SNIA Viscosa, Milano, Officina Grafica Esperia, 1937. Copertina illustrata a colori di Bruno Munari, Collezione Guido Andrea

Filippo Tommaso Marinetti, Il poema del vestito di latte, a cura dell’Ufficio Propaganda SNIA Viscosa, Milano, Officina Grafica Esperia, 1937. Copertina illustrata a colori di Bruno Munari, Collezione Guido Andrea

Tom Sachs, Nutsy’s McDonald’s, 2001, Vanhaerents Art Collection Brussels, Londra-Bruxelles, copyright of Tom Sachs

Tom Sachs, Nutsy’s McDonald’s, 2001, Vanhaerents Art Collection Brussels, Londra-Bruxelles, copyright of Tom Sachs

Partendo da una riflessione tra tradizione e modernità sull’ambiente domestico che più di tutti ha forse subito modifiche sostanziali nel corso dell’ultimo secolo, ovvero la cucina, si è provato qui a ipotizzarne uno stato dell’arte , aprendo a scenari futuri, tra futuristico e futuribile, per un racconto realizzato in assenza dell’alimento e in assenza degli oggetti per il consumo diretto.
La cucina è il luogo dove, nella casa, il corpo è più produttivo, dove è stato necessario nel corso della storia vedere la tecnica entrare (ed essere messa) in scena, a volte sottotraccia, inserita dentro arredi che la nascondevano, altre volte invece esibita, fino a vedere macchine, strumenti, oggetti, utensili al nostro servizio, per la preparazione di quel cibo che necessariamente tutti i giorni dobbiamo procurarci per alimentarci e sopravvivere.
Prendendo le distanze dalla tradizionale cucina artigianale a favore delle innovazioni della cucina industriale (mentre oggi si è anche alla riscoperta della cucina contadina o alla scoperta della cucina sperimentale) in questa mostra si racconta la storia degli elettrodomestici, gli elettroutili, ovvero quel preciso momento in cui l’elettrificazione degli strumenti e la miniaturizzazione dei motori ha iniziato a trasformare gli utensili manuali in piccoli automatismi di servizio per la lavorazione del cibo, sostituendo la forza manuale con la forza meccanica. Affettatrici, caffettiere, tostapane, tritarifiuti, cappe assorbenti, bollitori, miscelatori, gelatiere, frigoriferi, forni e microonde fino alla domotica più sofisticata, che si è sviluppata in modo esponenziale proprio partendo da quella Rivoluzione Industriale che affidava tutto il necessario alle macchine, dalla prima industrializzazione (1800), alla successiva rivoluzione tecnologica (1900), fino alla recente informatizzazione (2000).
Gli “elettrodomestici” hanno lentamente sostituito i “domestici”, diventando prima servi muti ed acquisendo, altrettanto lentamente, con l’intelligenza artificiale anche un proprio linguaggio e autonomia. La visione generale dell’oggetto è di tipo animista, dove lo strumento apparentemente inanimato, grazie alla tecnologia, diventa animato di vita virtuale propria, magari collegato in rete, in quella cosa che oggi stiamo iniziando a chiamare “Internet delle Cose”.
Ispirazione diretta e dichiarata è al mondo letterario con il riferimento al libro “L’invasione degli Ultracorpi”, testo fantascientifico del 1955 scritto da Jack Finney, e messo in scena nell’omonimo film di Don Siegel nel 1956, in cui alieni extraterrestri e invasori si confondono tra gli abitanti del nostro pianeta, assumendone le sembianze durante il sonno e attuando una rivoluzione interna e insidiosa per prendere il dominio sull’umanità.
Con questo riferimento immaginifico e con la sua relativa influenza cinematografica, la mostra “Cucine & Ultracorpi” testimonia il lungo inesorabile sviluppo degli strumenti usati nell’ambiente cucina, che da semplici utensili si sono lentamente trasformati in macchine tecnologicamente “intelligenti”, ultracorpi tecnologici, automi autonomi, invasori del nostro mondo, non solo aiuti pratici ma sostituti dell’uomo in molte pratiche del cucinare che si prendono cura della conservazione e lavorazione del nostro cibo.

Marco Prizzon, Fifty, Prizzon-Arcom, 1950

Marco Prizzon, Fifty, Prizzon-Arcom, 1950

Virgilio Forchiassin, Spazio Vivo, 1968, Snaidero Rino SpA, Udine

Virgilio Forchiassin, Spazio Vivo, 1968, Snaidero Rino SpA, Udine

L’allestimento della mostra rappresenta un universo casalingo sorprendente, rievocando paesaggi meccanizzati, utilitaristi quanto alieni, sottolineando anche tematiche comiche, ironiche o inquietanti del rapporto tra “essere umano” e “essere macchina”.
Si tratta di una vera e propria messa in scena di sequenze tematiche fatte con istallazioni complesse, divise secondo un preciso percorso che scompone la sinestesia in capitoli didascalici e attraversa gli “elementi della natura e i sensi del corpo”, e che parte con la messa in guardia dai pericoli per l’uomo (sapendo che gli incidenti domestici avvengono soprattutto in cucina).
Ci accoglie la “Satellite Kitchen” di Luigi Colani (1969) che fronteggia un esercito dispiegato di frigoriferi semiaperti, per poi essere condotti, attraverso un tunnel che ospita un innumerevole raccolta di allarmi da cucina, nella prima delle stazioni. In sequenza, poi, si trovano grandi macchine sceniche indipendenti che parlano prima di Acqua, ovvero il ghiaccio e il freddo per la conservazione con i frigoriferi; di Fuoco, ovvero il calore come strumento principale per cucinare con i forni; di Terra, ovvero il tema dei rifiuti e del loro smaltimento con la reintegrazione nell’ambiente con le compostiere; di Aria, ovvero la necessità di purificazione degli ambienti dagli odori con ventole e cappe filtranti.
Successivamente, rimanendo invariato il linguaggio scenico di grandi e puntuali istallazioni interattive, si affrontano i Sensi attraverso il tema del Suono, con una concerto di rumori elettrodomestici proveniente da un teatrino (con colonna sonora di fondo composta dal designer musicista Lorenzo Palmeri); dell’Environment, con un omaggio al grande Ettore Sottsass e i suoi moduli esposti a New York nel 1972; del Tagliare& Mixare, con un totem semovente che ospita tutti gli strumenti del caso; dell’Aroma, con un grande box contenitore caffettiere di ogni foggia; chiude la sequenza di istallazioni una grande sfera che ospita una visione cosmonautica della Minikitchen di Joe Colombo (1963).

Ambrogio Pozzi, Servizio impilabile CONO, Environement Pierre Cardin-Franco Pozzi, 1969, DDD Collection, Genova, Courtesy Vittorio Dapelo

Ambrogio Pozzi, Servizio impilabile CONO, Environement Pierre Cardin-Franco Pozzi, 1969, DDD Collection, Genova, Courtesy Vittorio Dapelo

Joe Colombo e Ambrogio Pozzi, Set prima classe Alitalia, 1970-1972, courtesy Alessandro Pedretti Design Collection

Joe Colombo e Ambrogio Pozzi, Set prima classe Alitalia, 1970-1972, courtesy Alessandro Pedretti Design Collection

Gaetano Pesce, Pescecappa, Elica, 2009

Gaetano Pesce, Pescecappa, Elica, 2009

Uscendo si attraverso un ultimo spazio, estraniante, luogo di una performance “La Cucina. Luogo di passione” ideata da Gaetano Pesce per gli studenti del Laboratorio di teatro dell’Università IULM coordinati da Bruno Bigoni e Elisa Bottiglieria. Gaetano Pesce ha proposto una riflessione sulla cucina contemporanea intesa come “centro nevralgico di passione, creazione e sperimentazione” con ribaltamento del punto di vista. Si osserva dal basso verso l’alto, da sotto, un soffitto che è un pavimento trasparente e su cui degli attori muovono elementi ingigantiti e paradossalmente figurativi: una grande bistecca, un grande salame, una grande fetta di pane e così via, si trasformano in arredi per una cucina abitata.

Un po’ storditi da tante suggestioni, si rimane sicuramente impressionati da questa storia del design, così preciso e così utile tanto da chiederci proprio il senso contemporaneo di quel soggetto che volutamente non è messo in gioco nella mostra: il cibo.
Come la tecnologia ha velocemente cambiato i corpi inerti per la preparazione del cibo, e sta cambiando i nostri corpi con l’uso sempre più prevedibile di protesi informatiche, arriverà presto a cambiare anche gli alimenti. Con le biotecnologie, gli OGM, le sofisticazioni più tecniche, è un futuro molto possibile e molto vicino. Si parla sempre più spesso di “Smart food” e nella cronaca contemporanea non è difficile leggere di bistecche sintetiche, involucri commestibili, cucina molecolare, oltre agli integratori che sono già parte consolidata della nostra alimentazione.
Con la speranza che il cibo non possa mai diventare una forma di alienazione, chiudiamo questo scritto con una domanda che sorge spontanea: è questa mostra una ragionevole premessa per capire il percorso inesorabile dagli Ultracorpi agli Ultracibi?


dati:

Arts&Foods. Rituali dal 1851, Triennale di Milano, 9 aprile – 1 novembre 2015

Cucine&Ultracorpi, Triennale di Milano, 9 aprile 2015 – 21 febbraio 2016

riferimenti bibliografici:

Arts&Foods. Rituali dal 1851, catalogo della mostra, a cura di G. Celant, Electa, Milano 2015

Cucine&Ultracorpi, catalogo della mostra, a cura di G. Celant e S. Annichiarico, Electa, Milano 2015

Trame. Le forme del rame tra arte contemporanea, design, tecnologia e architettura

2Manifesti-ok01Il rame è un elemento antichissimo eppure del futuro, certo molto contemporaneo. Conosciuto come uno dei primi materiali ornamentali per il corpo oppure per le sue altissime prestazioni tecniche nella modernità, oggi acquisisce anche un alto valore economico e quindi, in “tempi di crisi”, è sempre più importante e simbolico. È materia prima e materiale puro, cavato e ricavato direttamente dal sottosuolo, per un sopraffino uso tecnico ed estetico.
Questa premessa di attraversamento temporale e di trasversalità applicativa sta all’origine della mostra Trame. Le forme del rame tra arte contemporanea, design, tecnologia e architettura, allestita alla Triennale di Milano dal 16 settembre al 9 novembre 2014, in cui il copper crossing (ovvero una sequenza di intrecci di rame da cui la mostra prende il titolo) dimostra come il rame sia stato spesso punto di contatto e intersezione tra varie discipline.

Il progetto generale è a cura di Elena Tettamanti, che insieme ad Antonella Soldaini ha curato anche la sezione specifica dedicata all’arte contemporanea, mentre le singole altre sezioni si sono avvalse della accurata curatela di esperti chiamati a formare un comitato scientifico composto da: Giampiero Bosoni, Maurizio Decina, Fiorenzo Galli, Ico Migliore, Vicente Todolí.
Il catalogo della mostra, che riprende il titolo Trame, è edito da Skira e oltre alle testimonianze delle presenze esposte in mostra con testi dei singoli curatori, contiene saggi di approfondimento che esplorano ulteriormente le caratteristiche di questo materiale, da un punto di vista storico e tecnico fino a tratteggiare visioni filosofiche e spirituali.
L’ordinamento della mostra, allestito dallo studio Migliore+Servetto Architects, procede idealmente per sezioni concentriche: un anello esterno dedicato all’arte contemporanea, uno stadio intermedio concentrato sulle applicazioni tecnologiche, dalla meccanica all’architettura, e un cuore centrale destinato al design.

Arte contemporanea

Nella sezione principale dell’esposizione, dedicata alle arti visive del Novecento e curata da Antonella Soldaini ed Elena Tettamanti, si collocano le ricerche compositive di un selezionato gruppo di artisti che, dalla seconda metà del secolo scorso, hanno avviato nuovi linguaggi artistici partendo da una diversa visione sui materiali.

Sono rappresentati importanti autori e movimenti, come l’Arte Povera italiana e l’Arte Minimal americana, fino alle nuove ricerche individuali dell’emergente generazione di giovani artisti, che hanno tutti indagato questa materia per le sue qualità espressive e semantiche, per renderla supporto dei loro messaggi più o meno codificabili. Per questo, seppur con intenti e linguaggi molto diversi, riconosciamo ogni volta in queste opere esposte, il materiale rame con le sue qualità scultoree di duttilità e le sue sfumature cromatiche, tra superfici opache e lucide, dal rosso vivo al complementare verde pallido.
All’inizio del rinnovamento linguistico postbellico le curatrici posizionano Lucio Fontana con i suoi Concetti spaziali di cui in mostra troviamo una speciale edizione dedicata a New York: non più con tagli e buchi su tela, ma graffi e lacerazioni su una sottile lamiera di rame.

Lucio Fontana, Concetto Spaziale, New York Grattacielo, 1962

Lucio Fontana, Concetto Spaziale, New York Grattacielo, 1962

Tra gli altri artisti presenti segnaliamo Fausto Melotti e le sue ricerche formali e minimali con l’uso dei metalli più raffinati, Gilberto Zorio, Eliseo Mattiacci, che in un periodo di grande sperimentazione “povera”, hanno ragionato sul valore dell’energia dell’arte, spesso usando il rame come superficie cangiante; Joseph Beuys e Anselm Kiefer che in modi diversi, pur avendo avuto molti contatti tra loro, hanno usato il rame per raccontare storie misteriose e un po’ mistiche; Carl Andre con le sue composizioni astratte e minimaliste, che insieme a Donald Judd (non presente in mostra, pur facendo grande uso del rame) hanno posto le basi dell’Arte Minimal più pura. E tra i giovani, ben rappresentati, spiccano le soluzioni raffinate e spiazzanti di Alicja Kwade, Andrea Sala, Tatiana Trouvè.

Anselm Kiefer - Under der Linden.

Anselm Kiefer – Under der Linden.

Gilberto Zorio,

Gilberto Zorio, “Senza titolo”, 1968 (a sin); Meg Webster, “Copper containing salt”, 1990 (al centro); Pier Paolo Calzolari, “Omaggio a Fontana”, 1988 (a destra) – Fotografia © Attilio Maranzano

Damian Ortega,

Damian Ortega, “Being I”, 2007 (a sin); Cristina Iglesias, “Untitled (Diptych X)”, 2003 (a destra) – Fotografia © Attilio Maranzano

Tecnologia

A cura di Vincenzo Loconsolo, direttore dell’Istituto Italiano del Rame, e Francesca Olivini, curatore del Museo Nazionale della Scienza e Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, la sezione della tecnologia si apre con il “rame nativo”, piccolo frammento di terreno minerale in cui affiora il rame con il suo tipico colore lucente, dopodiché ci si trova immersi in numerose storie tecniche: dal racconto della sua produzione e delle sue proprietà fisico-chimiche, all’antichissimo utilizzo in campo medico di strumenti operatori in rame utilizzato per le sue naturali proprietà antibatteriche, al fondamentale rapporto di questo materiale con l’energia, nella meccanica, nelle telecomunicazioni e nell’elettronica, essendo un meraviglioso conduttore elettrico e termico che oggi è anche alla base della produzione dei microprocessori per i nostri computer. Inoltre esso è perfettamente, totalmente e infinitamente riciclabile.
Chiude la sezione, emblematico, un rilevatore di particelle, meccanismo straordinario della ricerca contemporanea sulla materia e l’antimateria.

Rame nativo in matrice carbonatica e silicatica. Minerale naturale, miniera dell’Impruneta, Firenze. Museo Civico di Storia Naturale, Milano, Collezioni Mineralogiche.

Rame nativo in matrice carbonatica e silicatica. Minerale naturale, miniera dell’Impruneta, Firenze. Museo Civico di Storia Naturale, Milano, Collezioni Mineralogiche.

Tracciatore di vertice a silici dell’esperimento BaBar, 2010. Silicio, plastica, rame, acciaio, gomma 90 x 55 x 45 cm Collezione Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci”, in comodato da INFN, Milano. Fotografia di Tomás Pinto Nogueira.

Tracciatore di vertice a silici dell’esperimento BaBar, 2010. Silicio, plastica, rame, acciaio, gomma. Collezione Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia “Leonardo da Vinci”, in comodato da INFN, Milano. Fotografia di Tomás Pinto Nogueira.

Architettura

A cura di Ico Migliore, architetto e docente di Interior Design al Politecnico di Milano, la sezione sull’architettura è un concentrato ma sostanzioso approfondimento sull’utilizzo del rame nelle costruzioni che, come dice il curatore, “scende dai tetti” per diventare elemento tecnico ed espressivo degli involucri architettonici degli autori e maestri contemporanei: da Steven Holl a Renzo Piano che ad Amsterdam hanno realizzato, l’uno gli uffici di Sarphatistraat e l’altro il NEMO, National Center for Science and Technology, fino ad Herzog & de Meuron con il Signal Box di Basilea e il Museo De Young Memorial di San Francisco, non dimenticando Aldo Rossi con la sommità della copertura del Teatro del Mondo per Venezia (sorprendentemente presente al vero in mostra) e lo Studio BBPR con la caratteristica copertura della Torre Velasca di Milano.

Aldo Rossi,

Aldo Rossi, “Teatro del Mondo”, 1979-80 (primo piano); Sezione Architettura – Fotografia © Attilio Maranzano.

Design

Infine si giunge alla sezione dedicata al design, curata da Giampiero Bosoni, storico e critico del design, professore del Politecnico di Milano. Punto di contatto per eccellenza tra arte e tecnica, la sezione dedicata al design contiene più di cento storie suddivise in sottosezioni, per meglio comprendere quanto questo materiale sia presente e importante per gli oggetti della nostra quotidianità.
Di primaria importanza è la visione del “design per il corpo” che vuole testimoniare l’origine antica del disegno degli oggetti, intesi come ornamenti per il corpo, gioielli o abiti che fossero, dove spesso il rame veniva lavorato o ricamato per finalità estetico-decorative e simboliche. In mostra si trovano espressioni recenti che vanno dai gioielli di Eliseo Mattiacci e Giorgio Vigna, agli abiti di Romeo Gigli e Miuccia Prada.

Il “design del paesaggio domestico” prova invece a fare il punto tra gli sterminati oggetti d’uso quotidiano che comprendono tanto gli oggetti d’arredo quanto gli apparecchi di illuminazione. L’ambito della cucina è sempre stato uno dei migliori laboratori per l’applicazione del rame nell’uso degli utensili e dei contenitori, e qui citiamo la serie La cintura di Orione (1986) di Richard Sapper e la caffettiera Conica (1983) di Aldo Rossi, alla cui base si trova un disco di rame che migliora la diffusione del calore e quindi la preparazione del caffè.
Nella tipologia degli oggetti per l’illuminazione, alcuni lavori usano il rame per precise qualità tecniche, come la lampada Pierrot (1990) di Afra e Tobia Scarpa, nella quale poche lastre fustellate in rame compongono una struttura che trasmette direttamente la corrente elettrica al terminale luminoso; oppure la lampada a sospensione Lastra (1998) di Antonio Citterio dove strisce serigrafate di rame su una lastra di vetro si evidenziano nella conduzione dell’elettricità fino ai faretti incastonati che sembrano sospesi; oppure ancora il recente lavoro di Tom Dixon (2010), che in numerose tipologie di lampade usa quasi esclusivamente il rame per disegnare paralumi che fondono una materia tradizionale in un’idea di nuova produzione postindustriale.
Tra gli oggetti d’arredamento, molti sono i contenitori, i tavoli e le sedute. Citiamo tre autori che confrontandosi sul classico tema della sedia hanno prodotto soluzioni originali dove il rame è protagonista. Ron Arad con 2RNOT (1992) fissa un punto nella ricerca che per primo ha iniziato, sull’uso dei metalli per gli oggetti d’arredo, sperimentando l’elasticità delle lastre aggregate con varie finiture; Oskar Zieta con Plopp copper standard (2006) inventa una stupefacente tecnica di gonfiaggio di un lamierino di rame che acquista rigidità e diventa autoportante; Martí Guixé con 27kg of copper (2009) ragiona sul valore di trasformazione del rame, sulla potenzialità di cambiamento della forma data dalla possibilità di riciclo e riutilizzo all’infinito senza perdere le sue qualità e quindi, tra le tante forme che un designer può dare ai suoi ragionamenti tipologici, ipotizza anche la sedia, simbolo e sfida di ogni designer! Un discorso a parte è necessario per l’eccezionale presenza in mostra di alcuni oggetti testimoni di una collaborazione storica negli anni quaranta, tra Gio Ponti e Paolo De Poli, dove il primo disegnava tipologie e decori tra complementi e arredi, mentre il secondo garantiva con la sua raffinatissima tecnica di smaltatura su rame, il miglior risultato tecnico ed estetico che ancora oggi possiamo ammirare.

Tom Dixon, Cu29, 2006. Rame elettroformato su polistirolo. Produzione: Tom Dixon, 2006 Courtesy Mitterrand + Cramer, Ginevra.

Tom Dixon, Cu29, 2006. Rame elettroformato su polistirolo. Produzione: Tom Dixon, 2006 Courtesy Mitterrand + Cramer, Ginevra.

Sezione Design - Fotografia © Attilio Maranzano

Sezione Design – Fotografia © Attilio Maranzano

Sezione Design - Fotografia © Attilio Maranzano

Sezione Design – Fotografia © Attilio Maranzano

Chiude la sezione sul design una selezione di esemplari di “design anonimo” che tra paioli, tegami e componenti tecnico-impiantistiche della casa, riconosce nella classica spugna per la pulizia delle stoviglie fatta con paglietta di trafilati di rame, perfetta per forma d’uso e caratteristiche antibatteriche del materiale, un emblema elementare, efficace e intramontabile, della cultura materiale applicata.

Stampi da budino, epoche varie - Fotografia © Attilio Maranzano.

Stampi da budino, epoche varie – Fotografia © Attilio Maranzano.

Immersi in una mostra così ricca di opere, oggetti, spunti, e dimostrazioni di cosa si possa ottenere indagando intorno a un tema apparentemente semplice come un singolo materiale, ci si chiede se esista un modo per esporne la storia: forse raccontando le origini e le evoluzioni, dimostrando come le trasformazioni e le potenzialità siano applicate in tutti i settori possibili o sperimentali, tra arte, scienza e design passando sempre dalla verifica del progetto.

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Dati

Trame. Le forme del rame tra arte contemporanea, design, tecnologia e architettura, Triennale di Milano dal 16 settembre al 9 novembre 2014.

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Riferimenti bibliografici

Trame. (2014). Catalogo della mostra. Milano: Skira

www.mostrarame.com