MicrostorieID: 1006

Per una storia del prodotto nel Distretto dello Sportsystem di Montebelluna: museo, archivi, fonti

Il contributo si concentra sulla storia del Distretto dello Sportsystem di Montebelluna e sulle problematiche legate all’individuazione e all’utilizzo delle fonti per essa rilevanti. Oltre a contestualizzare questo caso nella cornice della storia del design italiano, l’articolo discute il processo e i risultati di un progetto volto alla costituzione di un museo dedicato al Distretto. La trattazione è suddivisa in tre parti: il primo paragrafo affronta il principale luogo di confluenza e sedimentazione della memoria, il Museo dello scarpone e della calzatura sportiva; la seconda parte analizza nello specifico le tipologie di fonti legate al prodotto fornendo al contempo lo stato dell’arte sugli archivi del territorio; l’ultima parte traccia un bilancio di quanto emerso dalla ricerca.


Il design di prodotto del Distretto dello Sportsystem: una ricezione difficile

La storia del Distretto dello Sportsystem di Montebelluna, situato nella provincia di Treviso, vanta una lunga tradizione che risale agli artigiani “scarperi” dell’Ottocento (Durante, 1997). Nella piazza del mercato di Montebelluna, infatti, si incontravano da un lato l’offerta dei produttori e dall’altra le esigenze dei consumatori: i boscaioli del Montello che richiedevano calzature da lavoro robuste e quanto più possibile impermeabili. Da quei tempi ormai lontani come nell’attuale scenario, la progettazione di calzature dalla spiccata vocazione sportiva rappresenta il centro della produzione di questo Distretto. Alcune di queste calzature sono state riconosciute e premiate nel campo del design, attraverso l’attribuzione di due premi Compasso d’oro: nel 1954 per uno scarpone da montagna e nel 1957 per uno scarpone da sci, entrambi progettati dall’azienda La Dolomite (Fossati, 1972, p. 159). Eppure, nonostante i riconoscimenti di settore e i numerosi spunti di riflessione che le produzioni del Distretto potrebbero offrire alla storia del design italiano, va notato da subito che essa se n’è interessata soltanto marginalmente. I prodotti del Distretto sono, ad esempio, inseriti in alcuni atlanti del design, come accade nell’Atlante del Design italiano 1940-1980, in cui si sintetizza:

Alla progettazione e alla produzione italiana di scarponi da sci appartiene quasi il monopolio mondiale di questi attrezzi sportivi, che vedono la loro evoluzione sin dagli anni Cinquanta […]. Ma è con l’invenzione della chiusura a ganci e con la progettazione di scafi in plastica che, negli anni Sessanta e Settanta, la produzione italiana invade il mercato internazionale (Grassi & Pansera, 1980, p. 258).

Sebbene si riconosca quindi da qualche decennio l’importanza di tali innovazioni di prodotto apportate al settore – a partire dalla realizzazione nel 1967 del primo scarpone a iniezione da parte dell’azienda Nordica – la letteratura riguardante la storia del design continua a dedicare loro una scarsa attenzione. Ne è prova anche la recentissima miscellanea Plastic objects in italian design 1950-1973 (Cecchini, 2015) che tratta, come preannunciato dal titolo, nello specifico gli oggetti in plastica, ma non riporta alcun riferimento agli scafi degli scarponi da sci.

In anni recenti, pare invece ricevere maggiore interesse il doposci Moon Boot, introdotto dall’azienda Tecnica nel 1970, introducendo una nuova tipologia di prodotto che ha garantito grande fortuna commerciale, tanto da ritrovarlo tuttora sul mercato in pratica senza variazioni strutturali e da guadagnarsi il titolo di “ prodotto in assoluto più longevo dello sportsystem Montebellunese” (Durante, 2004, p. 148). 
Lo rintracciamo, ad esempio, ripreso da alcune storie del design, come quella ricostruita da Alberto Bassi attraverso gli oggetti “anonimi” italiani (Bassi, 2007, p. 200) oppure in un altro atlante scritto da Enrico Morteo, scelto e inserito in una selezione globale, così introdotto:

interpreti perfetti di un turismo di massa, i Moon Boot sono semplici, allegri, economici. Tre soli componenti – suola, rivestimenti e imbottiture sintetici, lacci – i Moon Boot sono pratici e unisex, hanno la calzata ambidestra e poche misure che coprono diverse taglie. Colorati e decorati da una grande scritta applicata sul collo della scarpa, i Moon Boot non sono solo un’intuizione fortunata, ma rappresentano uno dei primi casi in cui è il design a dettare le regole della moda (Morteo, 2008, p. 326).

In sintesi, i prodotti dello Sportsystem di Montebelluna sono di fatto rimasti a latere della narrazione mainstream legata al design italiano, anche se, come abbiamo appena ripercorso, alcuni spiragli si insinuano timidamente nelle maglie di un’attenzione storica e critica fondamentalmente incentrata sull’arredamento. Anche per quanto concerne il tema dei brevetti, talmente numerosi e diffusi all’interno del Distretto, si potrebbe dire tanto. Nella letteratura di riferimento spunta, nel mare magnum delle possibilità disponibili, un disegno tecnico di una scarpa per sci con legatura interna della contro-tomaia, brevettata a Cornuda (TV) e quindi all’interno del Distretto in oggetto, inserita nella sezione dedicata all’abbigliamento tecnico (Bosoni, Picchi, Strina & Zanardi, 2000, p. 148).

Giunti a questo punto, il quesito di partenza è fin troppo ovvio: per quale motivo questa storia pluri-premiata e brevettata è rimasta all’oggi così poco indagata? Questo si può spiegare in parte con la difficoltà di reperimento delle fonti o materiali per ricostruirla e analizzarla. Certamente può suonare paradossale, se si pensa al fatto che il Distretto si è dotato, dal 1984, di un museo depositario della propria evoluzione e diversificazione produttiva, ma come sarà analizzato a breve la situazione è ben più complessa e la struttura in questione non è stato organizzata con il supporto di studiosi del design. Si è trattata di una, per quanto valevole e meritoria, iniziativa amatoriale. Un’altra spiegazione può essere relazionata al fatto che le aziende del Distretto non hanno, se non in rarissimi casi, fatto ricorso a grandi nomi, a designer affermati. I prodotti venivano elaborati fondamentalmente in seno all’azienda, principalmente dall’Ufficio tecnico che prendeva in carico anche eventuali brevetti.

Il presente contributo si concentra pertanto sulle fonti che permettono di ripercorrere e comprendere l’importanza di questo capitolo del design italiano e sui luoghi attraverso i quali reperirle. Quanto emerge dalla trattazione è il frutto di una ricerca e fattivo riscontro sul campo condotto dall’autrice attorno alla memoria storica di questo Distretto.[1] Una fotografia dello stato dell’arte e una mappatura del network hanno consentito l’identificazione delle realtà attive sul territorio, in prima istanza del Museo di Distretto – chiamato Museo dello scarpone e della calzatura sportiva – e dello stato di esistenza e preservazione degli archivi. Il testo è suddiviso in tre parti. La prima affronterà il tema del Museo dello scarpone e della calzatura sportiva, la sua genesi e il suo patrimonio, in quanto principale punto di confluenza e sedimentazione della memoria storica e delle fonti per ricostruirla; la seconda analizzerà nello specifico le tipologie di fonti e archivi che ruotano attorno alla calzatura sportiva; la terza parte traccerà un bilancio di quanto emerso nel corso della ricerca e sulle possibili strategie per potenziare l’esistente.

1. Museo dello scarpone e della calzatura sportiva: luogo di convergenza della memoria storica e patrimonio da indagare

Il Distretto dello Sportsystem è stato il primo in Italia a dotarsi di un museo, di un archivio e di un deposito, attualmente in fase di censimento. Si tratta, come anticipato, del Museo dello scarpone e della calzatura sportiva, inaugurato il 4 novembre del 1984 nella sede storica di Villa Zuccareda Binetti. L’ideazione di tale museo si deve a un professore di lettere e storico locale, Aldo Durante, [2] che ha diretto l’istituzione fino al 2013, anno del suo pensionamento.[3] Grazie alla sua carica di assessore comunale agli inizi degli anni Ottanta, Durante aveva sostenuto l’acquisto di Villa Zuccareda Binetti da parte del Comune, individuandola da subito come luogo ideale per attività culturali dell’Accademia Montelliana, che tra l’altro presiedeva (Binotto, 1984), ma anche per realizzare al suo interno un percorso espositivo dedicato alla storia di Montebelluna.[4] Durante ha avuto la brillante intuizione di mettere insieme, pezzo dopo pezzo, attraverso donazioni e recuperi da cantine di privati, ex lavoratori e magazzini di negozi e aziende, una raccolta nella quale veniva ripercorsa la specificità produttiva del territorio montebellunese, andando a creare di fatto un modello ibrido tra il museo della città e il museo etnoantropologico. I materiali accumulati da Durante, per inciso, venivano spesso eliminati dalle aziende causando perdite spesso irrimediabili e rendendo più complesso e lungo un lavoro di ricostruzione storico-critica.[5]

In sintesi pur non essendo nati come pezzi unici bensì in serie, la maggior parte di quelli raccolti nella collezione del Museo dello scarpone e della calzatura sportiva, sono di fatto diventate delle rarità. Occorre notare, tuttavia e senza nulla togliere alla meritoria iniziativa, che il fuoco di interesse di Durante affonda le radici nella storia sociale del territorio e non nel design, questo è ben testimoniato dalle fonti alle quali fa ricorso nel suo testo più importante, Montebelluna fa giocare il mondo, ma anche nella Guida del Museo dello scarpone e della calzatura sportiva (Durante, 1997 e 2004), nelle quali risultano assenti i riferimenti bibliografici alla disciplina del design.

A due anni dall’apertura, nel 1986, viene fondata l’omonima Associazione (Associazione Museo dello scarpone e della calzatura sportiva) che riunisce le aziende del Distretto, le quali nel frattempo si erano rese conto delle tangibili ricadute che poteva assumere questo progetto museale. Nel 1992, l’Associazione decide di dotarsi di un ulteriore strumento: viene depositato l’atto di costituzione della Fondazione, con finalità di educazione, di studio e ricerca, di documentazione a tutela del patrimonio storico e delle collezioni presenti nel Museo.[6] Questo dimostra il fatto che soltanto in una seconda fase, a distanza di qualche anno, le aziende abbiano iniziato a interessarsi e credere nell’operazione capitanata da Durante.

Nel 1996 il Comune di Montebelluna concede in gestione alla Fondazione Museo dello scarpone e della calzatura sportiva Villa Zuccareda Binetti per trentacinque anni, fino al 2031, a condizione che questa si impegni a restaurare lo stabile; tali lavori si concludono nel 2001 e il Museo riapre proponendo la collezione riordinata cronologicamente.[7] Tale criterio di ordinamento è tradotto in un nuovo allestimento organizzato in un percorso architettonicamente discendente che inizia dal secondo piano con lo stivale da postiglione di origine veneziana risalente al XVII secolo, passa per la tradizione artigiana ottocentesca fino a concludersi con le calzature militari impiegate nel corso della prima guerra mondiale. Al primo piano sono esposti gli scarponi da sci in cuoio degli anni trenta e quaranta per giungere, nella sala 6 agli anni sessanta con lo scarpone da sci in plastica; trova qui spazio necessariamente anche la produzione legata alle diversificazioni produttive applicate ad altre discipline sportive (tennis, calcio, pattinaggio, motociclismo), concludendosi con la presentazione dei prodotti più recenti realizzati nel primo decennio del Duemila.

Appare dunque pertinente che questo testo incentrato sulle fonti del Distretto prenda le mosse proprio dal Museo dello scarpone e della calzatura sportiva in quanto principale luogo depositario di questa storia. Come ricordato in apertura, il Museo conserva materiali legati al contesto tecnologico e produttivo quali brevetti, modelli e stampi, ma possiede anche una biblioteca tematica, una fototeca e un archivio di tesi di laurea e di cataloghi. La ricchezza e la varietà del materiale in esposizione al museo, combinate con la possibilità di approfondire anche a livello bibliografico e archivistico il racconto, costituivano le leve di attrazione per gli operatori del Distretto in primis, ma anche per esperti del settore provenienti da ogni parte del mondo. Il Museo aveva assunto un ruolo propulsivo, dall’alta carica simbolica e identitaria per il Distretto, una sorta di archivio aperto e vivo.[8] Tuttavia, con la crisi di settore iniziata in sordina già dalla metà degli anni Novanta e che ha avuto i primi effetti di contrazione nel decennio successivo e confermata anche dalle recenti vicende legate al caso Veneto Banca,[9] il Museo è andato dapprima cristallizzandosi, poi contraendosi fino a sfiorire anche in termini di presenze di visitatori.

Nel maggio 2016 un protocollo d’intesa tra il Comune di Montebelluna e la Fondazione Museo dello Scarpone permette di intravedere un nuovo corso per questo Museo. Il protocollo interessa gli aspetti legati alla gestione e valorizzazione del suo patrimonio, che resta comunque di proprietà della Fondazione, responsabile anche in termini di conservazione.[10] Grazie alla collaborazione con il Museo di storia naturale ed archeologia di Montebelluna verranno attuate sinergie volte alla promozione e alla valorizzazione delle collezioni, inclusa una loro riclassificazione e la predisposizione di progetti per un nuovo allestimento del Museo.[11] Il 25 marzo 2017, con l’inaugurazione della mostra dal titolo Le scarpe dei campioni, si concretizza il primo tassello delle operazioni previste dal nuovo protocollo. L’offerta espositiva ruota, come suggerito dal titolo, attorno al tema della scarpe prodotte nel Distretto impiegate da atleti di varie discipline sportive per stabilire record e vittorie. Le calzature, affiancate a materiali d’archivio, video e dispositivi interattivi interrogabili, sono poste al centro di un racconto articolato attraverso nove sezioni.[12] Sono pezzi che risultavano già in esposizione con il precedente allestimento[13] oggi reintegrati e ricollocati in un nuovo percorso che offre maggiore contestualizzazione, attraverso l’utilizzo di dispositivi multimediali all’interno dei quali sono confluiti i materiali raccolti nel corso del progetto Sportmuse, che lascia largo spazio alla viva testimonianza dei protagonisti passati e presenti del Distretto.

2. Verso una mappatura di fonti e archivi

Nel precedente paragrafo è stato delineato il principale serbatoio della memoria storica del Distretto. In questo si cercherà invece di scendere nel dettaglio di queste fonti, offrendone una panoramica tipologica. Una preliminare suddivisione può tenere in considerazione le fasi della “vita” del prodotto. La categorizzazione che segue è frutto di una sintesi dell’autrice di quanto contenuto all’interno del Museo dello scarpone e della calzatura, come ricordato in precedenza in fase di riordino, incrociando le informazioni ricavate con quelle provenienti dai sopralluoghi all’interno delle aziende partner del progetto di ricerca Sportmuse.[14] Possono essere enucleate quattro categorie riguardanti:

1. la progettazione (schizzi, disegni esecutivi, modelli, prototipi, brevetti) (figg. 1, 2, 3, 4);
2. la produzione (stampi, singole componenti, campioni di materiali e di finiture, macchinari, attrezzature, macchine e utensili per la lavorazione, fotografie di parti del prodotto, dei processi produttivi e dei macchinari, di interni di luoghi di lavoro, dei punti di logistica, magazzino, stoccaggio);
3. la comunicazione (cataloghi, fotografie, annunci pubblicitari sui mezzi a stampa o sotto forma di spot televisivo, rassegna stampa, forme dell’organizzazione del retail e in ambito fieristico) (figg. 5, 6, 7);
4. la fruizione del prodotto (foto e filmati degli atleti, dei consumatori o di personaggi noti che utilizzano il prodotto nel corso di competizioni sportive che delineano una storia del costume e della società) (fig. 8).

Fig. 1 – Prima pagina brevetto europeo 0099504 per il sistema di chiusura dello scarpone da sci registrato dall’azienda Nordica, 4 luglio 1983 / Courtesy archivio privato Mariano Sartor.

Fig. 2 – Particolari del disegno dell’ingranaggio per il sistema di chiusura dello scarpone da sci contenuti nel brevetto europeo 0099504 registrato dall’azienda Nordica, 4 luglio 1983 / © archivio privato Mariano Sartor.

Fig. 3 – Modelli dello scarpone da sci progettato da Pininfarina per l’azienda Garmont, 1974 esposti al Museo dello scarpone e della calzatura sportiva di Montebelluna. Ben visibile il precario stato di conservazione / © Museo dello scarpone e della calzatura sportiva, Villa Zuccareda Binetti, Montebelluna.

Fig. 4 – Modello di scafo in mosaico di legno e resina per la realizzazione dello stampo di uno scarpone da sci, 1975, esposto al Museo dello scarpone e della calzatura sportiva di Montebelluna / © Museo dello scarpone e della calzatura sportiva, Villa Zuccareda Binetti, Montebelluna.

Va detto che non sempre le aziende del Distretto hanno conservato e riconosciuto il potenziale dei materiali che parlano della loro storia nelle quali hanno creduto e investito. Oltretutto è accaduto, non di rado, che nei passaggi di proprietà ci si disfi di tale patrimonio senza porsi troppe domande. Se si considera poi il fatto che di cambi e di cessioni, le aziende in questione ne hanno attraversati non pochi, ci si rende conto da subito che bisognerebbe pianificare strategie condivise all’interno di questa realtà territoriale. Una sciatta noncuranza verso questo tipo di materiale, oltre che determinarne a volte perdite irrimediabili, rischia infatti di ostacolare seriamente un lavoro di ricostruzione dell’identità aziendale stessa, anche attraverso un percorso espositivo o l’istituzione di un Museo d’impresa in seno all’azienda.[15] Purtroppo, sebbene molte possano contare su un trascorso pluridecennale, l’esistenza, la consistenza e la struttura degli archivi non è stata quella che da principio ci si aspettava. Ma anche quando le fonti e i prodotti vengono conservati, come è nel caso del Museo dello scarpone e della calzatura sportiva, lo stato di conservazione talvolta appare imbarazzante, come ben testimoniato nella figura 3.

A questa situazione si aggiunga un altro dato: non di rado si registra una dispersione del materiale storico, oltre che per i passaggi di proprietà succedutisi nel tempo, anche in conseguenza di un’economia degli spazi nelle sedi. Inoltre, si noti anche il fatto che nessuna tra le aziende consultate dispone di personale appositamente qualificato e dedicato all’archiviazione del materiale. Considerata la situazione registrata nel corso di questa ricerca, si rende pertanto necessario sottolineare che la selezione dei materiali destinati allo storage, la metodologia e i criteri che si applicano, come ad esempio l’utilizzo di database, richiederebbero una formazione specifica e un monte ore continuativo. L’archiviazione viene spesso infatti percepita come una distrazione rispetto alle mission aziendali, aggravata dalla “colpa” di distogliere il personale da attività ritenute maggiormente remunerative. In sintesi, questa attività non andrebbe delegata all’iniziativa del singolo ma dovrebbe essere pianificata strategicamente dall’alto. 
Si potrebbero prendere ad esempio gli archivi legati alla calzatura di lusso che presentano situazioni maggiormente avanzate. Si pensi al caso fiorentino della Fondazione Ferragamo che ha patrocinato occasioni di formazione e aggiornamento sugli strumenti e le procedure utili agli archivisti per le aziende della moda,[16] oppure alla campagna di catalogazione digitale rispondente a standard europei del Museo della calzatura Rossimoda, allocato in un’altra villa veneta – Villa Foscarini Rossi a Stra (Padova) – tra l’altro una sede geograficamente prossima al Museo dello Scarpone.[17]

Fig. 5 – Catalogo Spini-Dolomite per scarpa da sci in cuoio, 1939 / © Museo dello scarpone e della calzatura sportiva, Villa Zuccareda Binetti, Montebelluna.

Fig. 6 – Pagina pubblicitaria dedicata ai doposci Moon Boot dell’azienda Tecnica, anni settanta / Courtesy Tecnica Group.

Fig. 7 – Copertina del catalogo dell’azienda Nordica, 1984-85 / Courtesy archivio privato Mariano Sartor.

Fig. 8 – Pagina di rivista in cui si vede Papa Giovanni Paolo II fotografato mentre indossa scarponi dell’azienda Nordica, luglio 1984 / Courtesy archivio privato Mariano Sartor.

La situazione riguardante lo stato delle fonti del Distretto non è quindi all’oggi molto confortante, tuttavia un segnale positivo è stato comunque rintracciato nel corso della ricerca. Si tratta dell’iniziativa portata avanti da Lotto Sport Italia, a partire da luglio 2014, finalizzata proprio alla costituzione di un archivio di scarpe. Tra gli obiettivi del progetto:

– la catalogazione e il riconoscimento delle 1.700 scarpe circa presenti nella sala-archivio dei prodotti dell’azienda (principalmente scarpe dal 1987, con prototipi anche antecedenti);
– la conduzione di una campagna fotografica per ciascun prodotto – sia tomaia che suola – su limbo bianco realizzate da un fotografo esterno;
– la fruibilità di tale archivio a tutti gli utenti interni all’azienda.

Ciascuna immagine di prodotto è stata quindi etichettata scegliendo i seguenti dati: codice/nome, anno, stagione, disciplina sportiva, gender e tipo di collezione (standard o Special Make Up, fuori catalogo). I dati sono stati riportati nel naming del file fotografico per velocizzare le ricerche e sono stati ordinati in tabelle utilizzando il software Microsoft Excel. Il progetto intrapreso da Lotto è volto all’ordinamento e alla costituzione di un archivio fruibile internamente all’azienda ma si concentra, al momento, sulle calzature, non sui materiali che ruotano attorno alla progettazione, produzione e comunicazione delle stesse, e non dispone di un vero e proprio data base.

A fronte di una diffusa carenza di interesse e iniziative da parte delle aziende, è stata registrata invece una certa vivacità di operazioni nate in autonomia e che partono dagli ex lavoratori. Non di rado infatti essi strappano dall’oblio e dalla dispersione i materiali, si mettono in gioco e si raccontano, condividendo le loro esperienze anche con le nuove generazioni. Viene a configurarsi in questo modo, a latere del Museo di Distretto, una rete (network) di microarchivi “in cantina”, personali e spontanei, modello che ricalca la costituzione del nucleo originario del Museo, sorto per iniziativa di un singolo esterno, per quanto osservatore e conoscitore della storia del Distretto. Nel corso degli incontri con il team dei ricercatori, per esempio, Mariano Sartor, con un passato da dirigente del compartimento ricerca e sviluppo in Nordica, ha mostrato con una certa comprensibile fierezza un cospicuo numero di fotocopie di brevetti che l’hanno visto protagonista, ma anche di cataloghi e articoli di giornale, spesso esteri, che riguardavano l’azienda presso la quale ha prestato servizio.[18] Un altro ex dipendente di Nordica che, come abbiamo ricordato, è stata storicamente la prima azienda montebellunese a credere e investire nello scarpone in plastica, ha mostrato un piccolo gruppo di prototipi e componenti. Si tratta di Giorgio Baggio, l’uomo dei meccanismi – come viene descritto da Sartor che lo dirigeva –, il quale si è presentato all’intervista con due sacche colme di prodotti e di componenti relativi a ganci per scarponi da sci (figg. 9, 10).[19] Al di là dell’aneddoto, questo caso appare a chi scrive il miglior modo per raccontare l’evoluzione e la sorprendente quantità di espedienti tecnici presenti in un singolo scarpone da sci, al pari del gruppo di brevetti che ha conservato Sartor.

Fig. 9 – Giorgio Baggio, ex ufficio tecnico Nordica, incontra i ricercatori del team Sportmuse presso il Museo dello scarpone e della calzatura sportiva di Montebelluna, aprile 2016 / © Eleonora Charans.

Fig. 10 – Giorgio Baggio, ex ufficio tecnico Nordica, illustra ai ricercatori del team Sportmuse il funzionamento di un gancio che aveva elaborato, Museo dello scarpone e della calzatura sportiva di Montebelluna, aprile 2016 / © Eleonora Charans.

Sulla scorta di quanto brevemente esposto, può essere avanzata una ulteriore considerazione. Può essere affermato, infatti, e senza timore di essere smentiti in futuro, che esistano diversi privati che conservano materiale utile a raccontare la storia del Distretto, molti dei quali è plausibile siano sfuggiti alla nostra ricerca. Sarebbe utile che questo materiale convogliasse, attraverso forme di donazione, in un unico fondo e in un’unica sede per costituire un serbatoio dal quale attingere per future ricerche, attività di diffusione e/o “ispirazione” per i nuovi prodotti o la miccia per l’organizzazione di momenti espositivi. In quest’ottica, il Museo di Distretto lungi dal fermarsi agli anni Duemila, potrebbe continuare nella direzione delle acquisizioni di materiali storicizzati ma anche legati alla contemporaneità coinvolgendo le aziende, con una raccolta selezionata se non semestrale almeno annuale delle produzioni ritenute rilevanti e di tutti i materiali che possano aiutare a descriverle e contestualizzarle. Le aziende potrebbero cogliere questa opportunità per fermare un processo di dispersione di fonti e di cancellazione del proprio patrimonio (heritage) che potrebbe dimostrarsi però molto utile anche per innescare nuove strategie per il prodotto contemporaneo.

Conclusioni: possibili scenari per le fonti del Distretto

Esaminati il principale luogo depositario delle fonti e della memoria storica, il network diffuso che oscilla tra testimoni e archivi aziendali legati al prodotto, affrontata sinteticamente la tipologia dei materiali e, in ultima battuta, delineati brevemente gli episodi della cronaca più recente legati al Distretto, esistono le premesse per tentare un bilancio preliminare, assumendosi il rischio di qualche proiezione. I possibili scenari riguardano sia il Museo dello scarpone e della calzatura sportiva sia le anime del Distretto dello Sportsystem: le singole aziende. Il lavoro di preservazione delle fonti dovrebbe essere assolutamente sinergico, coordinato tra istituzione di cultura e aziende. Dovrebbe attuarsi un reciproco aggiornamento: si pensi che all’interno del Museo mancano in pratica gli ultimi quindici anni di storia produttiva e la relativa documentazione.

Numerosi i benefici che si potrebbero trarre da questo dialogo e dalle forme di collaborazione. Da una parte il Museo implementerebbe il proprio patrimonio, dall’altra l’azienda tesaurizzerebbe una parte della propria storia, anche nel caso intendesse costituire in seguito un proprio autonomo museo aziendale, pista che verrà battuta da alcune aziende in un futuro prossimo.

L’accordo con il Museo civico siglato nel 2016 offre anche alle aziende la possibilità di confrontarsi con professionisti del settore dell’archiviazione e dell’esposizione, come è stato ad esempio nel caso dell’action research del progetto Sportmuse; si tratta di preziose chances, di ripensamento e di rilancio. Nello specifico si auspica che il Museo possa offrire indicazioni o protocolli condivisi da seguire per tutte le aziende del Distretto, in modo da farle convergere attorno a criteri di archiviazione consolidati e riconosciuti scientificamente. Si dovrebbe puntare, in parallelo, all’implementazione dei giacimenti, del patrimonio, raccogliendo sistematicamente, anche quelli che possono essere considerati oggi scarti aziendali, ma che in un futuro potrebbero rivelarsi utili frammenti per scrivere la storia, individuando e cercando potenziali donatori.

I rappresentanti del Museo sono chiamati, in conclusione, a combattere con ogni mezzo la dispersione alla quale si è assistito in questi anni. Ad esempio, i cataloghi, i brevetti, ma anche i premi e i riconoscimenti più recenti ottenuti nelle fiere di settore dalle aziende del Distretto, andrebbero depositati, come fu fatto al tempo della direzione Durante, per consentire a studiosi e professionisti accesso a tale materiale. Infine, ci si aspetta una maggiore attenzione filologica verso le fonti e le ipotesi di narrazione del Distretto. Il Museo, nel suo mandato e nel suo legato di ente di cultura, è chiamato, anche per questo aspetto, a dare l’esempio in quanto struttura di valorizzazione e conoscenza, oltre che di conservazione e tutela. Il Museo dovrebbe essere capace, in sintesi, e come era avvenuto agli albori della sua storia, di porsi come centro culturale, come punto di riferimento e raccordo territoriale. Se dovesse mancare a questa promessa, continuerà nel processo di atrofia nel quale riversa da anni e questo avrà delle conseguenze anche in termini di dispersione irrimediabile di capitoli importanti della sua memoria.

Nel volgere dei primi trenta anni di vita di questo Museo, paiono perciò maturi i tempi per abbandonare una modalità spontanea di recupero e preservazione delle fonti, per fare spazio a una campagna volta tanto all’implementazione dell’esistente quanto a colmare alcune inevitabili lacune, aggiornando il patrimonio e rendendolo sempre più disponibile al pubblico e agli studiosi, anche attraverso la consultazione in rete dei materiali.

Riferimenti bibliografici

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Morteo, E. (2008). Grande atlante del design dal 1850 a oggi. Milano: Electa.
Panozzo F. (a cura di) (2017). Memoria e storia del Distretto dello Sportsystem di Montebelluna. Venezia: Edizioni Ca’ Foscari. Disponibile presso http://doi.org/10.14277/978-88-6969-144-7 (ultimo accesso 1 giugno 2017).


Note    (↵ returns to text)

  1. I risultati della ricerca rielaborati in questa sede sono stati raccolti dall’autrice nel corso della borsa di studio “Strategie di esposizione, costruzione e comunicazione dell’identità del Distretto museale”, finanziata dal Fondo Sociale Europeo e sviluppata congiuntamente da Università Iuav di Venezia e Università Ca’ Foscari, come parte del progetto “Innovare il marketing territoriale dello Sportsystem: Museo reti, multimedialità, design” – d’ora in poi chiamato Sportmuse –, all’interno del Progetto FSE 2014-2020 “Aziende in rete nella formazione continua. Strumenti per la competitività delle imprese venete”. La borsa semestrale è stata erogata dall’Università Iuav, da novembre 2015 a maggio 2016, responsabile scientifico Emanuela Bonini Lessing; referenti scientifici Alberto Bassi, Fiorella Bulegato e Fabrizio Panozzo, capofila di progetto. Il team dei ricercatori era composto da Elena Canel, Eleonora Charans, Matteo Montagner e Anna Stocco. I report dei ricercatori sono stati pubblicati in Panozzo, 2017.
  2. A Durante si devono due guide divulgative dedicate alla presentazione e spiegazione dei contenuti del Museo (Durante 1989, 2004) e un volume sulla storia del Distretto dall’eloquente titolo Montebelluna fa giocare il mondo (Durante, 1997). Durante, affiancato dalla figlia Valentina in qualità di coordinatrice e redattrice, ha diretto i rapporti OSEM-Osservatorio Socio Economico Montelliano, ultimo dei quali riferito al 2008 con previsioni sul 2009 (Durante, 2009). Si trattava di indagini, commissionate da Veneto Banca con il patrocinio della Camera di Commercio di Treviso che fotografavano lo stato di salute del Distretto da un punto di vista produttivo, occupazionale, del fatturato, del decentramento produttivo e delle esportazioni. Valentina Durante ha anche pubblicato un volume sulla storia dello Sportsystem come contributo più alla storia del costume che a quella del design dello sport (Durante, 2004) e una monografia sui primi vent’anni dell’azienda Stonefly (Durante, 2013).
  3. Il breve excursus che segue è frutto di un lavoro di ricostruzione basato anche su incontri e colloqui tra l’autrice e Aldo Durante, susseguitisi da marzo a giugno 2016 prevalentemente nell’abitazione di quest’ultimo a Montebelluna. Il team di ricercatori del progetto Sportmuse ha videoregistrato un’intervista con Durante presso la Biblioteca civica, Montebelluna, 8 marzo 2016. Desidero qui ringraziarlo per il tempo dedicatomi e per avermi mostrato alcuni documenti del suo archivio privato.
  4. Verbale di deliberazione del consiglio comunale n. 340, 22 marzo 1980 per l’acquisto di Villa Zuccareda Binetti, Archivio privato Aldo Durante, Montebelluna.
  5. Purtroppo non è possibile ricostruire con chiarezza le provenienze dei pezzi perché Durante non ha tenuto traccia di queste donazioni, questo è un punto importante sul quale ci si augura il Museo e la Fondazione si adopereranno in tal senso, a partire dall’inventario allegato allo statuto di Fondazione del Museo, si veda nota successiva.
  6. Costituzione e Statuto Fondazione Museo dello scarpone e della calzatura sportiva, 28 aprile 1992, Archivio Museo dello scarpone e della calzatura sportiva, Montebelluna.
  7. I lavori sono stati finanziati dalle seguenti aziende e istituzioni del territorio: Aku, Bauer Italia, Benetton Group, Deon Shoes, Demon, Diadora, Dolomite, Ente Ville Venete, Geox, Grisport, HTM Sport, Lomer, Lotto Sport Italia, Olang, Regione Veneto, Rem’s, Riko Sport, Roces, Rossignol Lange, Saper, Adidas-Salomon, Stonefly, Tecnica, Tiesse, Veneto Banca, Vibram, W.L. Gore & Associati (Durante, 2004). Nello stesso 2001, il Museo riceve il Premio Guggenheim Impresa & Cultura come migliore Museo d’impresa. Inoltre, la legge regionale n. 8 del 4 aprile 2003, in materia di aggregazioni di filiera, dei distretti produttivi ed interventi di sviluppo industriale e produttivo locale, riconosce ufficialmente il Distretto dello Sportsystem di Montebelluna: Villa Zuccareda Binetti, che ospita anche il Museo del Distretto, ne diviene ufficialmente il cuore e il cervello operativo.
  8. Queste considerazioni ricorrono nei vari incontri e conversazioni intrattenute dall’autrice nel corso della ricerca sul campo con i testimoni “storici” del Distretto ma anche con gli attuali professionisti che operano nelle aziende.
  9. Per quanto l’analisi economica sottenda il concetto stesso di Distretto industriale, non è questa la sede per approfondire queste questioni. Mi limito a rimandare tuttavia ad alcuni studi e rilevazioni più aggiornati riguardanti il Distretto nello specifico: Corò & Micelli, 2006; Durante, 2009.
  10. Protocollo d’intesa tra comune di Montebelluna e Fondazione Museo dello Scarpone e della Calzatura sportiva per la gestione della valorizzazione del Museo dello scarpone nell’ambito di un nuovo progetto di sinergie pubblico privato, 4 maggio 2016, Archivio Museo dello scarpone e della calzatura sportiva, Montebelluna. Per inciso si ricorda inoltre che ricadono sulla Fondazione tutte le spese conseguenti alla gestione dell’immobile (pulizia, apertura e chiusura, assicurazione delle persone che frequentano i locali, spese di illuminazione e di riscaldamento, sfalcio dell’erba, altre utenze), anche in relazione alle attività che si andranno a realizzare. Il protocollo del 2016 ha una durata di tre anni rinnovabili, previa volontà dei firmatari.
  11. Ibidem.
  12. Per le specifiche riguardanti la mostra si rimanda alla presentazione in http://www.museoscarpone.it/la_mostra/ (per questa e altre risorse online citate nel testo, ultimo accesso 1 giugno 2017). Questi contenuti sono in grande misura esito delle sessioni di action research e consulenza dell’Università Iuav di Venezia e delle fonti orali raccolte nel corso del progetto di ricerca Sportmuse, in particolare le videointerviste ai testimoni del Distretto (si veda nota 1).
  13. Va ricordato che all’interno dell’allestimento concepito da Durante vi era già una sala, la numero nove, dedicata a questo tema.
  14. Di seguito l’elenco dei partner: Coinplast – stampaggio materie plastiche, FMB s.r.l, GamaPlast s.r.l., Garmont, Garsport, Lotto, Mares, Olang, Ricotest, Scarpa, Tecnica Group, Veneto Banca.
  15. Sul tema dei musei d’impresa si rimanda al volume Bulegato, 2008, e al portale che riunisce le realtà del settore in Italia http://www.museimpresa.com.
  16. “La moda in archivio. Seminario per archivisti d’imprese della moda”, Scuola di archivistica, di paleografia e diplomatica Anna Maria Enriques Agnoletti dell’Archivio di Stato di Firenze, 23-25 ottobre 2014. Programma scaricabile dal sito della Fondazione Ferragamo: http://www.fondazioneferragamo.it/sezioni/130/programma.
  17. La catalogazione è stata esposta all’autrice nel corso di un sopralluogo al Museo della calzatura Rossimoda, il 22 gennaio 2016, da Irene Mantoan, una delle catalogatrici. Si rimanda anche all’intervista alla curatrice del Museo, Federica Rossi in http://www.museimpresa.com/il-progetto-europeana-fashion/, nella quale viene descritto il progetto di catalogazione sulla base degli standard Europeana Fashion.
  18. Il primo contatto con Mariano Sartor è stato organizzato presso la sua abitazione privata a Montebelluna, 8 marzo 2016. A seguito di questo incontro è stata organizzata una videointervista presso la Biblioteca civica di Montebelluna, 15 marzo 2016.
  19. Intervista a Giorgio Baggio, Museo dello scarpone e della calzatura sportiva, Montebelluna, 6 aprile 2016.
Questo articolo è stato pubblicato in AIS/Design Storia e Ricerche, numero 10 dicembre 2017

Eleonora Charans

Eleonora Charans, Dottore di ricerca in teorie e storia delle arti presso la Scuola di studi avanzati in Venezia (2012), ha ottenuto dall’Università Iuav di Venezia una borsa di ricerca per studiare la memoria e gli archivi del Distretto dello Sportsystem di Montebelluna (2015-16) e un assegno di ricerca incentrato sulle metodologie e tecniche legate alla ricostruzione e visualizzazione degli allestimenti recenti della Biennale di Venezia (2017). Attualmente è assistente alla didattica per i corsi di storia dell’arte contemporanea presso la stessa Università, dopo aver svolto la medesima attività presso il Politecnico di Milano (2011-16). Ha pubblicato uno studio su Gino De Dominicis incentrato sulla ricostruzione della sala per la 36. Biennale del 1972 (Scalpendi editore, Milano) e contributi in varie riviste, tra le quali “Studies in the History of Gardens and Design Landscapes”, “Nuova Museologia”, “Ricerche di S/confine”, “Arabeschi – Rivista internazionale di studi su letteratura e visualità” e “Venezia Arti”. Suoi principali filoni di ricerca sono la storia delle esposizioni, gli archivi e la memoria, il collezionismo e le neoavanguardie degli anni Settanta.

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