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EditorialeID: 0202

Palinsesti

Il secondo numero è arrivato. Si tratta ancora una volta di un numero miscellaneo, ricco di spunti, tematiche e autori diversi per generazione, approcci e punti di vista. Una ricchezza di cui la rivista si fa promotrice, senza voler imporre una visione monocratica della storia del design, una ricchezza a cui è richiesto – come elemento comune e imprescindibile – quello di essere il risultato di ricerche originali scientificamente fondate, di un lavoro di riflessione non autoreferenziale, ma aperto e dialettico.
Così facendo la rivista consente l’emersione di nuove “costellazioni” (Riccini, 2013). E tante ne compaiono in questo numero. Ecco quelle che mi pare di vedere, dal mio posto di osservazione. La prima che voglio menzionare è quella dello “sguardo degli altri”, che propone una lettura eccentrica, transnazionale delle varie storie del design (Yagou), linfa essenziale per una discussione a largo raggio, non introversa, che spero diventi per noi una costante.

La seconda può essere chiamata la costellazione delle teorie, di cui la storia del design – oltre a produrne di proprie – deve sapersi nutrire. Ne sono alfieri i contributi di Manlio Brusatin e di Michele Sinico, che – se mi posso permettere una semplificazione – partono entrambi da un problema di “percezione”, ma ci conducono al design attraverso la storia estetica e simbolica di un oggetto (la cornice), l’uno, o alla revisione del pensiero di uno dei padri fondatori del design e della sua pedagogia, l’altro. Le idee di Walter Gropius sulla sensazione e la percezione, come ci spiega Sinico analizzandone un testo del 1947, oscillano “tra una teoria che postula il contributo soggettivo nella percezione e la necessità di trovare una base comune intersoggettiva indipendente dal soggetto”. Risultano allora più chiari, guardandoli a ritroso, l’ambivalenza di Gropius come direttore del Bauhaus, il suo percorso ondivago e l’atteggiamento contraddittorio che aveva tenuto nei confronti per esempio di Johannes Itten e dell’impostazione del corso fondamentale.
Si vede bene che qui sta uno dei nuclei storici fondanti della pedagogia e della didattica del design, che a me sembra un’altra delle costellazioni che in questo numero si vanno precisando (Carullo e Pagliarulo; Burkhardt) e che costituisce il tema del prossimo imminente secondo convegno nazionale dell’AIS (Politecnico di Milano- Triennale di Milano, 28 e 29 novembre). Così come prende forza quella della storia della fotografia di design, dell’industria, degli oggetti, come gli scritti di Proverbio e di Scalco riconfermano.
Sulla scia di alcuni temi del primo numero: dettagli inediti in panorami apparentemente molto noti (Filippini; Cattiodoro) o storie poco note ma che si rivelano importanti tasselli per ricostruire appieno un puzzle incompiuto (Cicalò; Galluzzo; Lecce; Peruccio), selezionati fra storie di aziende, gruppi, episodi editoriali. O, infine, sintesi di figure importanti le cui storie meritano una diffusione ampia (Pericu) o che è necessario approfondire con una ricerca di dettaglio che risalga alle fonti (Bosco).
Non è strano se questa rivista, e la cultura del design in generale, appaiano talvolta come un palinsesto, nel senso etimologico del termine (Genette, 1982).
Nell’epoca pretipografica, il palinsesto era la pergamena, tavoletta o pagina dalla quale veniva grattata via la prima iscrizione (scriptio inferior) per poterne tracciare un’altra successiva (scriptio superior). Immaginate, nel silenzio delle grandi scriptoria, le stanze dedicate alle attività amanuensi, il lento lavorio per recuperare il prezioso materiale di supporto alla scrittura, la pulitura della sua superficie e infine la sovrapposizione e la riscrittura di un nuovo testo. In questa operazione di ecologica economia dei materiali, però, le tracce sottostanti non erano perdute per sempre, ma persistevano, lasciando intravedere l’antico attraverso il nuovo. Se molte opere si sono così inesorabilmente perdute, altre sono state recuperate e continuano a essere recuperate, formando un “accumulo di testi che si sono stratificati nel tempo” (Maldonado, 2005, p. 111).

A ben guardare, non c’è nulla di più contemporaneo dell’idea di palinsesto nei modi della scrittura digitale. Ogni testo che elaboriamo direttamente o meno sullo schermo è sottoposto continuamente a questo trattamento inesorabile di cancellature, ritorni, salvataggi e perdite. E non c’è nulla di più drammaticamente connesso con l’immenso problema della memoria digitale, della storia e dei suoi depositi sempre più fragili e transeunti, che lo smisurato e vertiginoso palinsesto rappresentato dalla Rete.
Dunque anche la nostra rivista si presenta così, cercando però di trasformare l’aleatorietà in una forza: ogni numero può essere diverso in tutto e per tutto da quello precedente, ma fra le righe deve essere possibile leggere la stratificazione dei contenuti e il filo conduttore che li lega. Seguendo questa suggestione, abbiamo pensato che, accanto a quelle presenti dal primo numero, potranno essere attivate due nuove sezioni che rispondano, in modo diverso, a questa idea di palinsesto, di riscrittura senza che ciò che c’era prima sia drasticamente sostituito o, ancor peggio, dimenticato.
La sezione Riletture potrà ospitare testi ripescati dal passato, studi che hanno avuto scarsa circolazione, riflessioni che per la loro importanza val la pena di sottoporre a una nuova interpretazione, documenti inediti o poco noti che costituiscono un prezioso tassello per la ricerca su un tema o un personaggio. La sezione Palinsesti, presente già da questo numero, porta questo concetto al suo significato più stringente: ogni volta che ce ne sarà occasione, pubblicheremo (come abbiamo fatto in questo caso con il testo di Burkhardt) scritti che, anche se non strettamente di storia, sono connessi fra di loro dalla certezza che ci raccontano cose importanti sul design e la sua cultura.

Genette, G. (1982). Palimpsestes. La Litérature au second degré. Seuil: Paris.
Maldonado, T. (2005). Memoria e conoscenza. Sulle sorti del sapere nella prospettiva digitale. Feltrinelli: Milano.
Riccini, R. (2013, marzo). Costellazioni. AIS/Design. Storia e ricerche, n. 1.

Questo articolo è stato pubblicato in AIS/Design Storia e Ricerche, numero 2 ottobre 2013

Raimonda Riccini

Raimonda Riccini è professore ordinario all’Università Iuav di Venezia, dove coordina il curriculum in Scienze del design della Scuola di dottorato e il gruppo di ricerca Design e Museologia. Dal 2013 è direttore della rivista on line “AIS/Design. Storia e Ricerche”, organo dell’Associazione italiana degli storici del design, di cui è co-fondatore e attuale Presidente. Ha ideato e curato il Forum nazionale dei dottorati in design (Venezia 2013, 2016, 2017). Suoi libri sono entrati nella selezione finale per il premio Compasso d’Oro, rispettivamente nel 2013 e nel 2014. Di recente ha pubblicato “Il progetto senza storia? Le scienze umane nella didattica delle scuole di design”, in Storia hic et nunc: La formazione dello storico del design (a cura di P.P. Peruccio e D. Russo, Allemandi 2015); ha curato (con P. Proverbio) Design e immaginario. Oggetti, immagini e visioni fra rappresentazione e progetto (Il Poligrafo 2016) e Angelica e Bradamante. Le donne del design (Il Poligrafo 2017), frutto dei lavori dell’ultimo convegno nazionale di AIS/Design.

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