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Il Mart sceglie la Wunderkammer

Va premesso che nel caso del Mart una buona parte della collezione (in mostra circa 1200 opere) proviene da raccolte donate, quindi da collezionisti; la mostra tutta perciò potrebbe essere letta come un percorso a sfondo collezionistico, esaltato – come si vedrà – dal criterio ordinativo adottato nell’allestimento. Una “collezione di collezioni” nelle parole del direttore, Cristiana Collu, presentata come il progetto di un “autodidatta, rabdomante, auto da fé di opere […] vertigine della mescolanza”. È una nuova impaginazione a tenere insieme, audacemente, un nucleo molto vasto ed eterogeneo di opere presentate senza gerarchie visive. Pur nel percorso cronologico, che comprende la storia dell’arte degli ultimi cento anni e riunisce diverse collezioni, sono rintracciabili gruppi tematici e tagli narrativi che raccolgono le opere, sala dopo sala, con titoli diversi.

Va da sé che, sotto questo sguardo da Wunderkammer, il criterio ordinativo sia alla fine guidato più dal gusto per gli accostamenti e l’impatto visivo complessivo che dalla stretta osservanza di regole museografiche. Come già accade altrove, la peraltro ovvia, viste le condizioni di sovraffollamento, mancanza di didascalie (sostituite da una guida cartacea consegnata all’ingresso), fatto salvo per i titoli e la breve spiegazione relativa alle sale, invita il pubblico ad abbandonarsi più al piacere del riconoscimento e alla libera fruizione visiva che alla compulsiva interrogazione degli apparati didattici. Il risultato perciò ha un sentore da salonottocentesco e dialoga con un’impaginazione da quadreria, con relativo horror vacui, più che con l’asetticità da white cube al quale molte esposizioni ci hanno abituati. Chi progetta la mostra in questo caso immagina un percorso emozionale fatto di sequenze: con interni mezzi pieni e altri densamente popolati, zone iper-colorate e altre quasi monocrome, dilatazioni e restringimenti degli spazi, con intermezzi – da leggersi non come vere e proprie cesure ma come tentativi di dialogo con quanto esposto intorno – affidati alla contaminazione site-specific di cinque artisti contemporanei. Emilio Isgrò, per esempio, nella stanza dedicata ai futuristi, ‘cancella’ il manifesto di Marinetti con una sua opera che diviene poi sfondo, tappezzeria, per presentare gli autentici cimeli del periodo.

La mostra inizia con la sala che sotto il titolo di Gipsoteca raccoglie il primo vero nucleo di opere donate dallo scultore trentino Andrea Malfatti nel 1912 alla città, e si chiude – in una dichiarata ricerca di identità – con un lavoro di Richard Long realizzato nel 2000 con pietre di porfido trentino. Gli sviluppi dei grandi movimenti artistici come il futurismo sono rappresentati attraverso opere e documenti e, soprattutto nel caso dell’atelier Depero (nella sala Casa d’Arte), rievocando l’ambiente dell’artista roveretano per l’Esposizione internazionale di arti decorative e industriali moderne di Parigi del 1925. Ricostruzione a cui segue la proiezione del film Il sogno di Alberto del 2011 (di Cinzia Rizzo), tratto da Gloria conquistata su soggetto dello stesso Depero.

Rappresenta una ‘mostra nella mostra’ la sala dedicata all’architettura modernista italiana, tra costruzione e ricostruzione. Attraverso i materiali provenienti, tra gli altri, dai fondi degli architetti Figini Pollini, Angiolo Mazzoni (i suoi disegni per le stazioni ferroviarie occupano un’intera porzione di parete) Luciano Baldessarri ed Ettore Sottsass sr., viene parzialmente ma efficacemente ricostruito, soprattutto nella visione d’insieme affidata a fotografie, disegni e modelli, un momento fondativo per le vicende dell’architettura italiana aperta alle istanze della vita moderna e di una nuova società. Dalla mostra della rivoluzione fascista fino ai concorsi per l’E42 a Roma, l’architettura diviene veicolo di propaganda e quanto esposto è introdotto dalla sezione dedicata alla decorazione murale con le opere di Sironi per la decorazione di edifici pubblici. Al centro sala in una lunga teca sono ordinate le principali riviste dedicate al progetto (dal 1914 al 1975, provenienti da diversi fondi librari e archivistici del museo), quindi foto e disegni di vetrine, allestimenti, padiglioni e mobili: dalla fine degli anni venti ai primi anni quaranta, tanti progetti dell’Italia industriale, milanese e lombarda, per rinnovare i luoghi della vita e del commercio, e la comunicazione pubblicitaria. Realizzazioni di Luciano Baldessari (per il Calzaturificio di Varese in via Durini, il bar Craja, l’azienda De Angeli Frua), di Luigi Figini e Gino Pollini (per la Galleria del Milione, la Libreria Treves, la Montecatini) compaiono accanto ai disegni di Mario Radice (per i negozi Marelli e Cappi-Bedetti ‘La Torinese’).

Inedita, infine, e si direbbe approntata per svelare la messa in scena della vita stessa di un museo, la presentazione di un laboratorio di restauro con i suoi strumenti; ma anche la rappresentazione della biblioteca e dell’archivio attraverso una sala studio dove libri e quaderni affiancano opere di artisti (da Candida Höfer ad Andreas Gursky) ‘interessati’ alla parola. È così dunque che l’intera esposizione può essere letta anche come racconto delle attività che riguardano il museo: conservazione, restauro, relazioni istituzionali e studio.

  


 

Dati

La magnifica ossessione. Una mostra per i dieci anni del Mart. 26 ottobre 2012 – 6 ottobre 2013, Mart Rovereto

 

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Angiolo Mazzoni, disegno per il progetto della stazione ferroviaria e marittima di Messina, 1937-1940, carboncino su carta da lucido, 680 x 980 mm. © Mart Rovereto, 2012

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Gabriele Basilico, palazzo postale di Adalberto Libera (con Mario De Renzi) presso l’Aventino, Roma, 1933-1934. © Mart Rovereto, 2012

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Paco Cao, Invertito, bozzetto site-specific realizzato in occasione della mostra La magnifica ossessione . © Mart Rovereto, 2012

Questo articolo è stato pubblicato in AIS/Design Storia e Ricerche, numero 1 marzo 2013

Ali Filippini

Ali Filippini, laureato in disegno industriale al Politecnico di Milano, ha conseguito il Ph.D in Scienze del design presso l’Università Iuav di Venezia con una tesi sulla storia dell’esporre in ambito sia merceologico che culturale. Presso la stessa università è stato assegnista di ricerca nel 2015 occupandosi di arti decorative in Italia negli anni cinquanta lette attraverso l’Archivio Paolo De Poli. È docente di Storia e critica del progetto presso l’Università degli Studi della Repubblica di San Marino e di Storia della comunicazione e del design al Politecnico di Torino. Insegna Design History presso il Master in Design della Scuola politecnica di Milano. Collabora regolarmente con riviste di settore (Diid – Disegno Industriale Industrial Design, Auto&Design, Mestieri d’Arte e Design) e a progetti editoriali nell’ambito del design.

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