SaggiID: 0103

Il design nella storia

In questo suo importante contributo, Margolin analizza il ruolo della storia del design nel più ampio contesto delle storie sociali, economiche e tecniche. Attraverso una analisi storiografica e bibliografica si interroga e cerca di individuare alcune risposte alle ragioni di storie del design spesso specialistiche che ne determinano una posizione marginale presso la comunità degli storici a fronte di una pervasività del design nel mondo sociale.[1]
 


  

Qual è l’utilità della storia? In che modo può aiutarci a capire la vita contemporanea? Quali risposte può offrire il passato agli interrogativi che ci poniamo sul presente, su eventi e azioni che appaiono fugaci e instabili? Impegnati come siamo a mantenerci in equilibrio hic et nunc, la ricerca di spiegazioni oltre il momento attuale può sembrarci una vana distrazione. Eppure, la storia ha sempre avuto un ruolo nel dare forma al pensiero contemporaneo. Basti penare a Erodoto e al suo tentativo di individuare gli schemi dell’azione umana per spiegare la potenza militare di Atene, alla riscoperta dei testi filosofici e letterari dell’antichità da parte di Petrarca e di altri studiosi rinascimentali, oppure alla visione teleologica di Karl Marx di una società senza classi, che avrebbe dissolto il conflitto tra ricchi e lavoratori.[2]

Negli ultimi anni, la maggior parte degli storici ha mirato a sezionare il passato in piccoli pezzi, concentrandosi su temi specialistici e trascurando le ampie visioni spaziali e temporali che hanno invece animato l’opera di alcune tra le figure più eminenti della storiografia, come lo storico britannico Eric Hobsbawm, la cui ricca bibliografia annovera, fra altri testi, un trattato epocale in quattro volumi sulla storia della politica e della società occidentale, dalla Rivoluzione francese del 1789 al crollo dell’impero sovietico nel 1991.

In una raccolta dei suoi saggi, pubblicata nel 1997 con il titolo On history (De Historia), Hobsbawm ha incluso tre testi che affrontano rispettivamente il passato, il presente e il futuro. Nel primo di questi, Il senso del passato, lo storico definisce la posizione che il passato ha nel presente:

Essere membro di qualsiasi gruppo umano significa definire la propria posizione in rapporto al suo passato, anche se solo per rifiutarlo. Perciò il passato è una dimensione permanente della coscienza umana, una componente inevitabile delle istituzioni, dei valori e degli altri modelli vigenti nella società umana. (Hobsbawm, 1997a, p. 23)

In Hobsbawm l’importanza attribuita alla longue durée (lunga durata) – che egli deriva dalla scuola francese delle Annales e che chiama ‘passato sociale formalizzato’ – è accompagnata dalla consapevolezza che questa componente stabile dell’assetto sociale è sempre completata da altri, più flessibili, settori di cambiamento sociale e d’innovazione.[3] Riconoscere che la società si compone di molteplici elementi, i quali seguono ritmi di trasformazione diversi, può essere estremamente utile per procedere nella direzione di uno sviluppo sociale equilibrato, che eviti la destabilizzazione e il collasso. In questo senso, secondo Hobsbawm (1997a) la storia, nel suo senso migliore, può diventare un “processo di mutamento orientato, di sviluppo o di evoluzione” (p. 32).

Non tutti però sono favorevoli ad apprendere dalla storia, come dimostra, secondo Hobsbawm (1997b), “il tentativo di risolvere i problemi con un’impostazione astorica e ingegneristica, per mezzo di schemi e strumenti meccanici” (p. 51). Un’altra forma di resistenza viene dal versante opposto, ovvero dalla distorsione sistematica della storia per fini ideologici – una tendenza oggi alquanto diffusa. Hobsbawm critica il primo tipo d’impostazione in quanto privo di prospettiva e incapace di rendere conto di tutto ciò che non sia stato inserito fin dall’inizio in uno schema teorico.[4] Quel che egli rifiuta è l’approccio tecnocratico ai problemi sociali, privo dell’esperienza umana di cui la storia è invece depositaria. Nel guardare al futuro, scrive Hobsbawm (1997c), gli storici “si interessano per definizione di ensembles complessi e mutevoli e persino le loro questioni più specifiche e strettamente definite hanno senso solo in tale contesto” (p. 58). Il contributo che gli storici possono dare alla prefigurazione del futuro è la comprensione dei diversi fili che interagiscono nel formare la trama della società. La previsione storica, afferma lo studioso britannico,

è perciò in linea di principio indirizzata a fornire la struttura e il tessuto generale che, almeno potenzialmente, include gli strumenti di risposta a tutte le specifiche richieste di previsione che le persone con particolari interessi possono avanzare: ovviamente nella misura in cui a esse sia possibile rispondere. (p. 58)

Il ritratto che Hobsbawm propone dello storico come colui che può offrire un inquadramento olistico per immaginare piani e azioni sociali nel futuro, si spiega nel quadro del crescente interesse per la storia sociale, un vasto territorio che abbraccia l’intero spettro delle attività umane. Emerso già negli anni fra le due guerre mondiali, presso la scuola delle Annales, questo interesse ha ricevuto ulteriore impulso dal proliferare di movimenti sociali degli anni sessanta, che non solo hanno riportato la politica in mano ai cittadini ma hanno anche avanzato un esteso programma sociale incentrato sui diritti umani e sulla questione ambientale.

Hobsbawm (1997d) osserva che “[l]a storia sociale non può mai essere un’altra specializzazione, come la storia economica o altri tipi particolari di storia, perché la sua materia non può essere isolata” (p. 93). Egli insiste sul fatto che gli aspetti sociali o comunitari dell’essere umano non possono essere separati dagli altri aspetti del suo essere, incluso l’ambiente materiale. Sono dunque necessari nuovi modelli dei processi storici, poiché quelli disponibili non sono sufficienti per elaborare una storia della società. Per raggiungere tale obiettivo, secondo Hobsbawm, è necessario che gli storici che operano in differenti ambiti di competenza si impegnino per istituire una maggiore unità di pratiche e teorie che finora sono rimaste separate.

Sono a favore dell’appello alla collaborazione che Hobsbawm rivolge agli storici. Tuttavia non posso fare a meno di notare che, nel rendere conto dei più interessanti studi di storia sociale, egli non fa menzione di cultura materiale, design, architettura, né di alcuna delle arti. Va detto che “Dalla storia sociale alla storia della società”, il saggio in cui Hobsbawm (1997d) delinea le tendenze più promettenti della ricerca nel campo della storia sociale sviluppate dalla metà degli anni cinquanta, è stato pubblicato nel 1972, ovvero pochi anni prima che la Design History Society fosse fondata in Gran Bretagna e prima che la storia del design ricevesse il suo primo forte impulso. Comunque, il fatto che egli non consideri la vita materiale e culturale come parte integrante di ogni modello sociale merita attenzione.[5]

Fra i settori fondamentali cui gli storici sociali si sono dedicati, Hobsbawm (1997d) elenca le classi e i gruppi sociali, i processi di modernizzazione e di industrializzazione, i movimenti sociali e altre forme di protesta, la demografia e lo studio delle ‘mentalità’. Questa lista include quindi processi, pratiche e idee, mentre esclude sia gli oggetti materiali sia le immagini. Eppure non vi è alcuna attività umana che non sia incorporata nella cultura materiale. È proprio a partire da questa constatazione che nel 1990 ho introdotto l’espressione product milieu per indicare gli oggetti materiali e immateriali, le attività e i servizi prodotti dall’uomo, i sistemi e ambienti complessi che costituiscono il regno dell’artificiale (Margolin, 1995, p. 122).[6] Quel che sostenevo è che l’azione umana si svolge all’interno di questo milieu, e che dunque ci si deve chiedere quanto esso contribuisca a definire l’azione umana e, conseguentemente, i processi, le attività e gli eventi sociali. Finora questo interrogativo è rimasto all’interno della comunità di quanti svolgono ricerca nel campo del design. Anche qui, però, sembra esserci maggiore interesse per l’analisi dei metodi progettuali che per la comprensione del ruolo del design nello sviluppo della vita sociale. Allora, dove possiamo cercare risposte?

Nella sua fondamentale ricognizione dello stato della storia del design, pubblicata per la prima volta nel 1984 nella rivista Design Issues, Clive Dilnot ha discusso la posizione del design nel mondo sociale. Nella prima parte del saggio, in particolare, egli sostiene che non è possibile capire pienamente il design senza considerarne la dimensione sociale. Secondo Dilnot, l’emergere di un oggetto progettato o di un tipo particolare di progettazione implica sempre l’esistenza di complesse relazioni sociali. Limitarsi a descrivere queste relazioni solo in termini di progetto significa nascondere gli aspetti sociali o socio-economici (Dilnot, 1989a, p. 227).[7] Nella seconda parte del suo saggio, Dilnot scrive inoltre che il vero significato e l’importanza del design risiedono non nel mondo interno della professione ma nel più ampio mondo sociale che determina circostanze e condizioni in cui i progettisti lavorano o emergono (Dilnot, 1989b, p. 244).[8] L’appello di Dilnot a collocare il design nel più ampio quadro possibile mi trova d’accordo, ma ritengo che questo richiamo vada esteso, sollecitando gli storici del design a portare le loro conoscenze a più stretto contatto con la ricerca storica in altri campi di studio.

Da quando l’articolo di Dilnot è stato pubblicato, la comunità degli storici del design ha fatto molti passi avanti. Oggi ci sono diverse generazioni di ricercatori che hanno portato lo studio della storia del design a un livello di dignità scientifica. Esistono riviste in cui le ricerche vengono pubblicate e un numero crescente di pubblicazioni accademiche. Ci sono storici del design che lavorano in diverse lingue, in tutto il mondo, proponendo voci e punti di vista differenti. Nonostante questi risultati, la nostra comunità continua a operare entro un inquadramento intellettuale che tende a isolare il design rispetto a quanto fanno gli altri storici. A parte qualche occasionale numero speciale di riviste o qualche sessione all’interno di conferenze, gli storici del design non sembrano impegnati attivamente ad accreditarsi in campi di studio correlati, come la storia d’impresa, la storia del lavoro, la storia della tecnologia, dell’innovazione e dell’ingegneria, oppure le storie dell’economia e della cultura materiale.[9]

Questa situazione è in parte il risultato dello stadio di sviluppo in cui si trova la storia del design. Il fatto che molti docenti provengano dalla pratica del design e insegnino a futuri progettisti comporta che grande enfasi è data a narrazioni che limitano il campo, anziché allargarlo. Se da un lato questo approccio rende la storia del design più coinvolgente per i futuri designer, dall’altro finisce per lasciare in ombra le relazioni della pratica del design con altri ambiti progettuali e con l’esteso territorio della storia sociale descritto da Hobsbawm. In questa situazione, inoltre, la storia del design non riesce ad attrarre storici di altri settori, perché dice poco o nulla sulle questioni di loro interesse, esterne al campo del design.

1. L’importanza delle storie della tecnologia

Rispetto agli storici del design, gli storici della tecnologia hanno fatto molto di più per ricollegare l’oggetto delle loro ricerche al più ampio campo sociale. Per esempio, in American genesis: A century of invention and technological enthusiasm, 1870-1970, Thomas Hughes (1989) ha messo in relazione la storia della tecnologia e delle invenzioni con la formazione del carattere americano. Procedendo oltre l’analisi di singoli oggetti, egli ha collocato gli sviluppi più importanti della tecnologia al livello dei sistemi. Nell’introduzione del volume, Hughes osserva che le opere divulgative sulla tecnologia generalmente pongono al centro della scena invenzioni di fine Ottocento come la luce a incandescenza, la radio, l’aereo e l’automobile a benzina. Tali invenzioni, spiega l’autore, erano però sempre inserite in sistemi tecnologici, e questi sono costituiti non solo da attrezzature, dispositivi, macchine, processi, e dalle reti di trasporto, comunicazione e informazione che li collegano, ma anche da persone e organizzazioni. Così, per esempio, un sistema di illuminazione e energia elettrica può includere generatori, motori, linee di trasmissione, aziende di servizi, imprese manifatturiere, banche e perfino un ente di regolamentazione (Hughes, 1989, p. 3).[10]

Un tema centrale del libro di Hughes è il passaggio della cultura dell’invenzione dai laboratori dei singoli inventori, con i loro collaboratori, ai grandi laboratori aziendali che, pur industrializzando il processo d’invenzione, si sono dimostrati molto più conservatori. Obiettivo dell’autore è spiegare in che modo gli Stati Uniti si sono organizzati come nazione per produrre dispositivi tecnologici in tempo di pace e di guerra. Attraverso l’analisi dei sistemi, Hughes dimostra che attori sociali di diverse provenienze si sono uniti per raggiungere obiettivi comuni – di cui Hughes esamina le complesse relazioni con i sistemi tecnologici. Per quanto American genesis affronti i grandi temi della politica governativa e della strategia aziendale, ciò di cui si occupa non è estraneo alla storia del design. In un passaggio, per esempio, Hughes descrive Thomas Edison e Henry Ford come designer: il primo come un inventore che si compiaceva della progettazione di macchine e sistemi di alimentazione e illuminazione funzionanti, ordinati e controllabili; il secondo come un costruttore di sistemi che gioiva nel progettare sistemi tecnologici razionali ed efficaci che includevano macchine, processi chimici e metallurgici, miniere, impianti di produzione, linee ferroviarie, e sistemi di vendita. Secondo Hughes, simili imprese ci consentono di capire come, all’epoca, la gente poteva credere che fosse possibile non solo creare un nuovo mondo ma anche organizzarlo e controllarlo (Hughes, 1989, p. 8).[11] Il riferimento di Hughes è in particolare il progetto di Ford per lo straordinario impianto di River Rouge, nel quale aveva luogo l’intero processo di realizzazione di un’automobile, dalla produzione dell’acciaio a quella dei componenti, dal progetto della carrozzeria all’assemblaggio finale del veicolo. Identificando come ‘design’ l’idea e il progetto di River Rouge, Hughes non solo estende il ventaglio delle attività che possono, e che dovrebbero, essere affrontate all’interno della storia del design, ma ricollega il design a una serie di ambiziose pratiche aziendali il cui studio sembra essere ancora del tutto assente in questo settore.

Un altro storico della tecnologia che, come Hughes, amplia l’idea di design è David Noble. Nel suo libro America by design: Science, technology, and the rise of corporate capitalism, Noble tratta come design l’invenzione di sistemi complessi con cui i dirigenti aziendali hanno espropriato la conoscenza tecnica dei lavoratori, riducendo questi ultimi a parti di un processo produttivo di cui non avevano il controllo. Qualcuno potrebbe chiedersi in che modo tutto questo riguardi il design, e se non si tratti piuttosto di storia del lavoro. In realtà, l’oggetto d’indagine di Noble non è il lavoro in sé, bensì il suo ruolo nelle organizzazioni aziendali che hanno gestito l’innovazione tecnologica. E queste organizzazioni erano progettate.[12] La tecnologia, sottolinea Noble, non è semplicemente una forza trainante nella storia umana, ma è essa stessa intrinsecamente umana: non è solo fatta dall’uomo, ma è fatta di uomini (Noble, 1977, pp. xxi–xxii).[13]

Come storici della tecnologia sia Hughes sia Noble hanno un enorme debito nei confronti di Lewis Mumford, i cui ampi interessi hanno abbracciato la tecnologia, l’architettura, l’urbanistica, la letteratura, e molto altro ancora. Sebbene nel corso della sua carriera abbia ricoperto incarichi accademici in diverse università, Mumford è stato principalmente un attivista e un crociato per il quale la ricerca storica era una strategia per sviscerare le grandi questioni morali ed etiche legate al progetto, in ogni campo e di ogni cosa. Il suo libro Technics and civilization (Tecnica e cultura) pubblicato nel 1934, intriso com’è di polemiche quanto di fatti, certamente non rappresenta un modello di riferimento per gli storici sistematici. Nondimeno, offre il migliore resoconto di quanto profondamente la tecnologia è inserita nella gestione della vita sociale. Il filo rosso che guida la narrazione di Mumford è il modo in cui la tecnologia ha plasmato il carattere umano. Con un approccio che lascerebbe sgomenti gli storici di professione, egli inserisce se stesso e i propri valori nella storia della tecnologia, dichiarando infine che la tecnologia contribuisce alla meccanizzazione della vita e che quindi è una minaccia per lo stile di vita organica che egli apprezza.[14] Mumford affronta anche la questione del futuro – come Hobsbawm suggerisce agli storici di fare –, ma lo fa in maniera prescrittiva piuttosto che predittiva.[15] Così, secondo Mumford (1961), “noi non possiamo, per liberarci di questa ipertrofica diffusione della macchina, ripudiare in blocco un intero aspetto della civiltà e tornare all’artigianato; dobbiamo invece vivere l’esperienza meccanica in piena libertà di spirito ed insieme nella disciplina delle nostre espressioni sociali” (p. 430).

Perché mai un’opera fondamentale per la storia della tecnologia come Tecnica e cultura è raramente letta e citata dagli storici del design? Questo libro è il naturale complemento di un testo cui molti storici del design fanno riferimento, Mechanization takes command (L’era della meccanizzazione) di Sigfried Giedion, con la differenza che dedica minore attenzione a mobili e altri oggetti domestici che invece continuano ad avere un posto centrale nella ricerca storica sul design. Perfino storiche femministe del design che, come Cheryl Buckley, hanno cercato di identificare il ruolo delle donne nella storia del design, hanno ignorato Mumford e la storia della tecnologia in generale. In un importante saggio pubblicato nel 1986, Made in patriarchy: Towards a feminist analysis of women in design, Buckley sostiene l’importanza di un maggiore riconoscimento delle arti artigianali, generalmente trascurate dagli storici del design, mentre non considera il campo delle invenzioni meccaniche e tecniche, che offrono svariati esempi di imprese femminili.[16] Anche la rassegna di Isabelle Anscombe, A Woman’s touch: Women in design from 1860 to the present day (1986), e il volume curato da Pat Kirkham, Women designers in the USA, 1900-2000 (2000), entrambi incentrati sul ruolo delle donne designer, non menzionano la progettazione tecnologica e il campo delle invenzioni fra gli ambiti delle loro attività.[17]

2. Storici che si occupano di storia del design

Fra gli storici, la cultura materiale ha ricevuto molta attenzione dalla scuola francese delle Annales, i cui membri si sono occupati di geografia, sociologia, economia e discipline affini. Un impulso per i futuri storici delle Annales era venuto da Henri Berr, che aveva fondato la Revue de synthèse historique a fine Ottocento, ma il vero epicentro del gruppo è stata la rivista Annales d’histoire économique et sociale, fondata nel 1929 da Marc Bloch e Lucien Febvre.[18] Fra gli storici delle Annales, Fernand Braudel ha dedicato massima attenzione al tessuto della vita quotidiana, facendone un tema fondamentale della sua monumentale opera in tre volumi Civilisation matérielle, économie et capitalisme (XVe-XVIIIe siècles) (Civiltà materiale, economia e capitalismo: secoli 15.-18.), pubblicata nel 1979.[19] L’intento di Braudel era ampliare lo studio dell’economia di mercato europea, mostrando che essa aveva una struttura più complessa di quanto fino ad allora gli storici avevano inteso. Accanto ai meccanismi di produzione e scambio, Braudel (1982) ha individuato “una zona di opacità, spesso difficile da osservare per difetto di una sufficiente documentazione storica, che si stende al di sotto del mercato: è l’attività elementare di base, che si incontra dappertutto e che ha un volume semplicemente fantastico” (p. XIV). Egli ha denominato questa zona ‘vita materiale’ o ‘civiltà materiale’. Pur riconoscendo l’ambiguità di queste espressioni, egli era convinto che l’ambito che esse indicano è essenziale per capire lo sviluppo del capitalismo.

Braudel ha messo in evidenza come le case, gli arredi e le mode possono essere indicatori significativi delle differenze tra ricchi e poveri. Per esempio ha osservato che in Occidente, nei secoli passati, i poveri delle campagne e delle città vivevano “in un’indigenza quasi assoluta”, e che il loro mobilio era “inesistente o quasi, almeno prima del secolo XVIII, quando un lusso elementare comincia a farsi strada” (p. 259). Nel trattare dei mobili, lo storico francese discute solo brevemente la maestria dei loro produttori, essendo piuttosto interessato a tracciare un resoconto antropologico della posizione degli arredi nelle case, e delle ragioni alla base della loro disposizione. Per Braudel il design degli interni è anche un indicatore della stabilità di una società: nelle civiltà tradizionali gli interni non cambiano; così, per esempio, se si trascurano porcellane, dipinti e bronzi, “un interno cinese può essere tanto del secolo XV, quanto del secolo XVIII” (p. 261). Viceversa “l’originalità dell’Occidente in fatto di mobili e di arredamento interno sta senza dubbio nel suo gusto per il cambiamento, una relativa rapidità di evoluzione che la Cina non ha mai conosciuto. Tutto cambia […] nulla sfugge a un’evoluzione multiforme” (p. 267). Similmente Braudel ha preso in considerazione la moda, di cui ha mostrato i nessi con una vasta gamma di usanze e costumi, come i gesti, i saluti e la cura del corpo.

Case, interni e abbigliamento sono per Braudel parte della vita materiale, che lui mette in relazione con aspetti come il cibo, la tecnologia, il denaro e l’urbanistica. Concludendo il capitolo del primo volume di Civiltà materiale, economia e capitalismo in cui affronta questi temi, egli sostiene che è importante considerare i beni materiali nel quadro del contesto economico e sociale. La vita materiale, infatti, è parte costitutiva di “un ordine complicato […] nel quale intervengono i sottintesi, le tendenze, le pressioni inconsce delle economie, delle società, delle civiltà” (p. 301).

Una delle critiche principali che, fondatamente, è stata mossa alla scuola delle Annales è che essa ha dato rilievo alle strutture e ai processi invece che agli eventi. Ciononostante, lo studio che Braudel ha svolto del capitalismo, usando i metodi dell’antropologia e della sociologia, può essere un utile riferimento per gli storici del design: non solo è una dimostrazione di ambizione scientifica, ma fornisce un modello per mettere in relazione le diverse componenti della vita quotidiana con le più ampie forze economiche e sociali. Braudel non ha scritto di design in quanto tale, ma il fatto che nel suo studio sul capitalismo si sia occupato di edifici, arredi, interni e abbigliamento ne fa un caso eccezionale rispetto alla storiografia dell’epoca. La sua opera continua a essere un esempio di come sia possibile incorporare la cultura materiale in una grande narrazione storica.

All’incirca nello stesso periodo in cui il lavoro di Braudel veniva pubblicato in Francia, altri storici avevano cominciato a occuparsi della relazione fra design e temi e questioni sociali ed economici, sia pure con riferimento a epoche più recenti. Twentieth century limited: Industrial design in America, 1925-1939 di Jeffrey Meikle è ormai diventato un riferimento classico per la storia del design, benché l’autore provenga da un altro settore. Il libro è apparso nel 1979 nella collana American Civilization della Temple University Press, aggiungendosi a una serie di testi dedicati a temi come il revivalismo religioso, il darwinismo sociale e il femminismo radicale. Meikle, che si occupa di American Studies (studi americani), in questo libro non solo offre un’ottima analisi formale di vari prodotti industriali, ma li inserisce nella narrazione della trasformazione dell’America in società dei consumi. Basato su una ricca documentazione, ricavata da numerose fonti, Twentieth century limited svela quelle complesse relazioni sociali che, qualche anno dopo, Clive Dilnot avrebbe rivendicato come centrali per la comprensione del design.

Collocandosi nel campo degli studi americani, e non in quello della storia del design, Meikle ha dovuto rendere il design un tema di ricerca pertinente per i suoi colleghi. Per questo lo ha inserito nel quadro dei mutamenti socioeconomici del periodo interbellico, illustrando il contributo dato in questo contesto dallo sviluppo della pratica progettuale. Sebbene il testo di Meikle abbia oggi maggiore rilievo nella storiografia canonica del design che nel campo degli studi americani, esso ha comunque dimostrato agli studiosi di questo settore che è fondamentale considerare il design per comprendere appieno l’economia americana fra gli anni venti e trenta del secolo scorso.[20]

All’inizio del nuovo millennio, un altro storico formatosi nel settore degli studi americani, Regina Lee Blaszczyk, ha pubblicato un libro che mette il design in relazione con l’ampio tema dei consumi. In Imagining consumers: Design and innovation from Wedgwood to Corning, Blaszczyk (2000) ha analizzato le strategie progettuali e produttive di varie manifatture americane di porcellane, vetri e ceramiche, dimostrando come queste sono state definite in funzione dei potenziali consumatori.[21] Simile al lavoro di Blaszczyk, e in parte suo debitore, è The birth of a consumer society: The commercialization of eighteenth century England. In questo libro gli storici Neil McKendrick, John Brewer, e J.H. Plumb (1983) prendono in esame l’Inghilterra del Settecento e spiegano come il progetto dei prodotti ha concorso alla rivoluzione dei consumi che ha reso la produzione di massa il perno del mercato capitalista.

Roland Marchand si è occupato invece di pubblicità e pubbliche relazioni. Attraverso l’analisi di annunci pubblicitari e copertine di riviste, ha indagato le pratiche commerciali americane della prima metà del Novecento e il loro effetto sul pubblico. Il suo libro Advertising the American dream: Making way for Modernism, 1920-1940 (1985) permette di capire non solo i meccanismi delle aziende e delle loro agenzie di pubblicità ma anche i consumatori. In uno studio successivo, Creating the corporate soul: The rise of public relations and corporate imagery in American big business, Marchand (1998) ha dato un contributo significativo alla storia d’impresa, esaminando il ruolo che le agenzie di pubblicità, i designer e i consulenti di pubbliche relazioni hanno avuto nella creazione dell’immagine delle aziende.[22] Anche storie della pubblicità come Fables of abundance: A cultural history of advertising in America di Jackson Lears e Artists, advertising and the borders of art di Michele Bogart hanno aiutato a chiarire il ruolo svolto da designer, art director e illustratori nel sistema pubblicitario.

Il design ha attratto anche l’attenzione di alcuni storici della cultura. In un capitolo del suo libro Cultural excursions: Marketing appetites and cultural tastes in modern America, Neil Harris (1990) riflette sulla relazione fra design e aziende moderne. Debora Silverman si è invece occupata dell’Art Nouveau in Francia. Silverman è allieva di Carl Schorske, che nel suo libro Fin-de-siècle Vienna: Politics and culture (Vienna fin de siècle: La culla della cultura mitteleuropea), pubblicato nel 1980, ha dedicato un capitolo alla storia della Ringstrasse e della sua costruzione, ricollegandola all’ambiente culturale e intellettuale viennese e a figure come Gustav Klimt e Sigmund Freud. Adottando lo stesso metodo di Schorske, nel suo libro Art Nouveau in fin-de-siècle France Silverman (1992) ha integrato lo studio della cultura materiale e la storia delle idee, aprendo prospettive originali sull’Art Nouveau: la posizione che essa ha avuto nell’evolversi delle politiche statali all’interno all’Union centrale des Arts décoratifs, l’adozione da parte della Terza Repubblica dell’architettura settecentesca e delle arti decorative come forma di autocelebrazione, e la relazione del movimento con la psychologie nouvelle.[23]

Fra le figure canoniche della storia del design, è stato William Morris a interessare maggiormente gli storici esterni al settore. Sebbene i suoi esiti progettuali non siano stati trascurati, l’attenzione si è concentrata principalmente sulle sue idee politiche e sulla sua critica della cultura industriale. Uno dei primi libri apparsi su Morris, e ancora il più rilevante per quanto riguarda il suo pensiero politico, è William Morris: Romantic to revolutionary di Edward P. Thompson (1977). Nel suo libro Redesigning the world: William Morris, the 1880s, and the Arts and Crafts movement Peter Stansky (1985), invece, oltre a soffermarsi sugli oggetti prodotti da Morris e altri, illustra anche il tessuto di relazioni sociali alla base delle corporazioni e società espositive del movimento Arts and Crafts, interrogandosi sulla loro efficacia. Con Art and labor: Ruskin, Morris, and the craftsman ideal in America, Eileen Boris (1986) – che si occupa di studi americani come Meikle – analizza le idee del movimento delle arti e dei mestieri nel quadro del contesto sociale, economico e culturale fra fine Ottocento e inizio Novecento, per mettere in luce come i valori artigianali propugnati da Ruskin e Morris hanno alimentato in America una forma di resistenza al progressivo dominio dei processi di produzione meccanizzata.

Nel citare gli storici che, in altri ambiti di studio, si sono occupati di design per affrontare questioni legate all’economia, al lavoro, alla politica e ai movimenti sociali, non intendo dire che gli studiosi che si dedicano principalmente alla storia del design non si siano ugualmente occupati di tematiche sociali. Si possono ricordare vari studi che analizzano come il design e le politiche del design hanno contribuito allo sviluppo delle identità nazionali. National style and nation-state: Design in Poland from the vernacular revival to the International Style di David Crowley (1992) è un eccellente esempio, così come vari saggi inclusi in Designing modernity: The arts of reform and persuasion 1885-1945, il volume curato da Wendy Kaplan (1995) per accompagnare la prima mostra organizzata al museo Wolfsonian a Miami, in Florida. Jonathan Woodham (1999a; 1999b) ha affrontato lo stesso tema in un’ottica contemporanea con una serie di articoli dedicati al British Council of Industrial Design.[24] Senza dimenticare che alcuni capitoli di Objects of desire: Design and society from Wedgwood to IBM di Adrian Forty (1986) potrebbero essere molto utili agli storici che si occupano di storia sociale e di questioni come il lavoro, l’igiene, la tecnologia e le imprese.[25]

3. Che cosa si deve fare?

Nel concludere questo articolo, mi sembra importante tornare su un punto, ovvero il paradosso del design, per cui da un lato esso è una presenza pervasiva nel mondo sociale e dall’altro ha una posizione marginale presso la comunità degli storici. Qual è la spiegazione di questa curiosa situazione? Come ho mostrato, gli storici che, provenendo da altri settori, hanno incluso il design nelle loro ricerche hanno raggiunto risultati interessanti. Dunque il limite non è del design in quanto tale, come materia di studio. Non resta allora che rivolgerci alla comunità degli storici del design e chiederci se si è fatto davvero tutto il possibile per rendere il design un tema rilevante per un vasto pubblico. Certamente gli storici del design possono contribuire alla discussione di tematiche più ampie offrendo una comprensione del design e della sua storia. Tuttavia credo che molti fra loro abbiano una concezione troppo limitata del design. Per quanto il modello di narrazione dei ‘pionieri’ à la Pevsner sia stato già più volte superato, sembra che il paradigma di riferimento sia rimasto sempre lo stesso. Oggi scriviamo di stufe e automobili, di corporate identity e font digitali; ma sembra che non siamo ancora capaci di uscire dalla sfera dei prodotti di consumo. Quanti storici del design si sono interessati di armamenti, di lampioni, cassette per la posta e altri artefatti urbani, di dispositivi di sorveglianza, o di design delle interfacce?[26] Considerata la pervasività delle tecnologie, gli storici del design dovrebbero includerle nelle loro ricerche e trattazioni e contribuire alla discussione del loro valore. Quanti storici del design hanno familiarità con la storia di Internet e il ruolo che la DARPA, l’Advanced Research Projects Agency del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha svolto nella sua fondazione? Quale storico del design è in grado di analizzare in che modo, nel corso degli anni, in un determinato paese cambia il rapporto fra le spese per le infrastrutture, le attrezzature militari e i beni di consumo? Ci sono storici del design che sappiano ricostruire la storia dei diversi progetti di automobili a basso consumo di benzina, e spiegare in che modo le aziende automobilistiche si sono opposte a tali soluzioni? C’è qualcuno capace di ripercorrere la storia dei rifiuti industriali e di tracciare l’emergere delle pratiche di design sostenibile?[27]

D’altronde dobbiamo riconoscere che, quand’anche gli storici del design riuscissero a fare tutte queste cose, nella più estesa comunità degli storici molti potrebbero ancora non essere convinti dell’importanza del design. Possiamo prendere come metro di paragone quanto ha scritto un eminente storico della scienza, Thomas Kuhn, a proposito delle difficoltà da lui incontrate nel fare riconoscere ai suoi colleghi il valore del suo campo di studio. Riflettendo sulla relazione fra storia e storia della scienza, Kuhn ha osservato che anche gli studiosi che, occupandosi di temi come lo sviluppo socio-economico oppure l’evoluzione di valori, atteggiamenti e idee, hanno rivolto la loro attenzione alle scienze, si sono limitati a guardare queste ultime da lontano, come se si fermassero recalcitranti sul confine che li separa dal territorio cui pure fanno riferimento. Secondo Kuhn (1972, p. 160) si tratta di una resistenza dannosa sia per il lavoro di questi studiosi sia per lo sviluppo della storia della scienza.[28] Una conseguenza di questo separatismo è che gli storici hanno abdicato alla responsabilità di descrivere e valutare il ruolo che la scienza ha avuto nella cultura occidentale (e in misura minore nella cultura mondiale) fin dalla fine del Medioevo. Concentrati come sono nelle loro specializzazioni, gli storici della scienza non sono più in grado di assolvere questo compito. La conclusione di Kuhn è che è necessario avviare un’interpretazione critica di ciò di cui si occupano gli storici della scienza e dei loro risultati, insieme a quanti (uomini e donne) lavorano in altri ambiti storici – un’impresa, sottolinea Kuhn, che sembra essere ancora intentata dalla maggior parte degli storici contemporanei.[29]

Quel che Kuhn ha scritto all’inizio degli anni settanta a proposito della storia della scienza potrebbe descrivere bene la condizione attuale della storia e degli storici del design, e la loro scarsa connessione con il più vasto campo della storia. Eric Hobsbawm, dall’altro lato, offre qualche motivo d’ottimismo in merito alle possibilità di collaborazione. Per lui, lo stimolo per cooperare viene dalla scelta di argomenti che siano di comune interesse per gli studiosi di diverse discipline. Hobsbawm (1997d) cita come esempio i “fenomeni millenaristici”, di cui si sono occupati “antropologi, sociologi, politologi, storici, per non parlare di studiosi di letteratura e di religione” (p. 94). Per quanto riguarda gli storici del design uno dei temi di studio da prendere in considerazione, e al quale contribuire, è per esempio la guerra fredda – un buon punto di partenza in questo senso viene dalla mostra Cold war modern: Design 1945-1970, organizzata nel 2008 presso il Victoria and Albert Museum di Londra.[30]

Se gli storici del design intendono partecipare attivamente e validamente alla ricerca storica collettiva, devono fare in modo di accreditarsi e di rendere rilevanti le loro conoscenze in sedi esterne al loro settore. Questa è la sfida che io propongo alla nostra comunità. Gli storici del design sono in grado di contribuire in modo più significativo alla comprensione del passato, del presente e del futuro, secondo la prospettiva indicata da Hobsbawm? Io credo di sì. Tuttavia, per rendere questa possibilità più probabile serve un cambiamento culturale all’interno della comunità degli storici del design, al livello sia dell’insegnamento sia della ricerca. È necessario che gli storici del design offrano agli studenti una conoscenza estesa del design e che si interessino di più alle ricerche che altri studiosi – non storici – svolgono nel campo design.[31] La comunità degli storici del design è all’altezza del compito? Spero di sì.
 


  

Articolo originariamente pubblicato in:
Margolin, V. (2009). Design in History. Design Issues, 25:2, p. 94-105,
©Massachusetts Institute of Technology, published by MIT Press Journals.
http://www.mitpressjournals.org/doi/abs/10.1162/desi.2009.25.2.94

Traduzione © 2013 Maddalena Dalla Mura
  

Bibliografia

Anscombe, I. (1986). A woman’s touch: Women in design from 1860 to the present day. London: Penguin.

Atkinson, P., (1998). Computer memories: The history of computer form. History and Technology, 15(1-2), 89-120.

Atkinson, P., (2000). The (in)difference engine: explaining the disappearance of diversity in the design of the personal computer. Journal of Design History, 13(1), 59-72.

Atkinson, P., (2005). Man in a briefcase: The social construction of the laptop computer and the emergence of a type form. Journal of Design History, 18(2), 191-205.

Atkinson, P., (2007, Summer). The best laid plans of mice and men: The role of the computer mouse in the history of computing. Design Issues, 23(3), 46-61.

Attfield, J., & Kirkham, P. (a cura di). (1989a). A view from the interior: Feminism, women and design. London: The Women’s Press.

Attfield. J., & Kirkham, P. (a cura di). (1989b). A view from the interior: Women & design. London: The Women’s Press.

Auslander, L. (1996). Taste and power: Furnishing modern France. Berkeley, CA: University of California Press.

Bentley, M. (1999). Modern historiography: An introduction. New York, NY: Routledge.

Betts, P. (2004). The authority of everyday objects: A cultural history of West German industrial design. Berkeley, CA: University of California Press.

Blaszczyk, R. L. (2000). Imagining consumers: Design and innovation from Wedgwood to Corning. Baltimore, MD: The Johns Hopkins University Press.

Bogart M. (1995). Artists, advertising and the borders of art. Chicago, IL: The University of Chicago Press.

Boris, E. (1986). Art and labor: Ruskin, Morris, and the craftsman ideal in America. Philadelphia, PA: Temple University Press.

Braudel, F. (1967). Civilization matérielle et capitalisme. Paris: Librairie Armand Colin.

Braudel, F. (1973). Storia e scienze sociali: La “lunga durata”. In F. Braudel, Scritti sulla storia (57-74). Milano: Mondadori. (Pubblicato originariamente nel 1958).

Braudel, F. (1982), Civiltà materiale, economia e capitalismo: secoli 15.-18. (Volumi 1-3). Torino: Einaudi. (Pubblicato originariamente nel 1979).

Braudel, F. (1997). Les ambitions de l’histoire. Paris: Editions de Fallois.

Buckley, C. (1989). Made in patriarchy: Toward a feminist analysis of women and design. In V. Margolin (a cura di), Design discourse (pp. 251-264). Chicago, IL: The University of Chicago Press.

Clarke, S. (1999). Managing design: The Art and Colour section at General Motors, 1927, 1941. Journal of Design History, 13(1), numero speciale “Design, Commercial Expansion, and Business History”, 65-79.

Clarke, S. (2007). Trust and power: Consumers, the modern corporation, and the making of the United States automobile market. Cambridge: Cambridge University Press.

Cogdell, C. (2004). Eugenic design: Streamlining America in the 1930s. Philadelphia, PA: University of Pennsylvania Press.

Colomina, B., Brennan, A., & Kim, J. (a cura di). (2004). Cold war hothouses: Inventing postwar culture, from cockpit to Playboy. New York, NY: Princeton Architectural Press.

Crowley, D. (1992). National style and nation-state: Design in Poland from the vernacular revival to the International Style. Manchester: Manchester University Press.

Crowley, D., & Pavitt, J. (a cura di). (2008). Cold war modern: Design 1945-1970. London: Victoria & Albert Museum.

“Design + Organizational change”. (2008, Inverno). Design Issues, 24(1), numero speciale.

Dilnot, C. (1989a). The state of design history. Part I: Mapping the field. Ora in V. Margolin (a cura di), Design discourse (pp. 213-232). Chicago, IL: The University of Chicago Press. (Pubblicato originariamente nel 1984).

Dilnot, C. (1989b). The state of design history. Part II: Problems and possibilities. Ora in V. Margolin (a cura di), Design discourse (pp. 233-250). Chicago, IL: The University of Chicago Press. (Pubblicato originariamente nel 1984).

Forty, A. (1986). Objects of desire: Design and society from Wedgwood to IBM. New York, NY: Pantheon.

Gartman, D. (1994). Auto opium: A social history of American automobile design. New York, NY: Routledge.

Giedion, S. (1967). L’era della meccanizzazione. Milano: Feltrinelli. (Pubblicato originariamente nel 1948).

Guilbaut, S. (1983). How New York stole the idea of modern art: Abstract expressionism, freedom, and the Cold War. Tradotto dal francese da A. Goldhammer. Chicago, IL: The University of Chicago Press.

Haddow, R. H. (1997). Pavilions of plenty: Exhibiting American culture abroad in the 1950s. Washington, DC & London: Smithsonian Institution Press.

Harris, N. (1990). Cultural excursions: Marketing appetites and cultural tastes in modern America. Chicago, IL: The University of Chicago Press.

Hobsbawm, E. (1997a). Il senso del passato. In E. Hobsbawm, De Historia (pp. 23-38). Milano: Rizzoli.

Hobsbawm, E. (1997b). Cosa può dirci la storia sulla società contemporanea?. In E. Hobsbawm, De Historia (pp. 39-52). Milano: Rizzoli.

Hobsbawm, E. (1997c). Guardare avanti: la storia e il futuro. In E. Hobsbawm, De Historia (pp. 53-72). Milano: Rizzoli.

Hobsbawm, E. (1997d). Dalla storia sociale alla storia della società. In E. Hobsbawm, De Historia (pp. 89-114). Milano: Rizzoli.

Hughes, Th. (1989). American genesis: A century of invention and technological enthusiasm, 1870-1970. New York, NY: Viking.

Hughes, Th. (2006). Il mondo a misura d’uomo: Ripensare tecnologia e cultura. Torino: Codice Edizioni. (Pubblicato originariamente nel 2004).

“Journal of Design History”. (1999). Journal of Design History, 12(1), con una introduzione di Jeffrey Meikle.

Kaplan, W. (a cura di). (1995). Designing modernity: The arts of reform and persuasion 1885-1945. London: Thames and Hudson.

Kirkham, P. (2000), Women designers in the USA, 1900-2000. New Haven, CT: Yale University Press.

Kramer, L., & Mazda, S. (a cura di). (2002). A companion to Western historical thought. Oxford: Blackwell.

Kuhn, T. S. (1972). The relations between history and history of science. In F. Gilbert & S. R. Graubard (a cura di), Historical studies today (pp. 159-192). New York, NY: W.W. Norton & Co.

Lears, J. (1994). Fables of abundance: A cultural history of advertising in America. New York, NY: Basic Books.

Marchand, R. (1985). Advertising the American dream: Making way for Modernism, 1920-1940. Berkeley, CA: University of California Press.

Marchand, R. (1991, Inverno). The designers go to the Fair: Walter Dorwin Teague and the professionalization of corporate industrial exhibits, 1933-1940. Design Issues, 8(1), 4-17.

Marchand, R. (1992, Primavera). The designers go to the Fair II: Norman Bel Geddes, the General Motors “Futurama,” and the visit to the factory transformed. Design Issues, 8(2), 22-40.

Marchand, R. (1998). Creating the corporate soul: The rise of public relations and corporate imagery in American big business. Berkeley, CA: University of California Press.

Margolin V. (1991). Storia del design o studi sul design? In V. Pasca & F. Trabucco (a cura di), Design storia e storiografia (pp. 51-73), atti della conferenza internazionale (Milano, 1991). Bologna: Leonardo, 1995.

Margolin, V. (1995). The product milieu and social action. In R. Buchanan & V. Margolin (a cura di), Discovering design: Explorations in design studies (pp. 121-145). Chicago, IL: The University of Chicago Press.

Margolin, V. (2002) Design history and design studies. In V. Margolin, The politics of the artificial: Essays on design and design studies (pp. 219-233). Chicago: The University of Chicago Press. (Paper presentato originariamente nel 1991 con il titolo “Design history or design studies: Subject matter and methods”, e già pubblicato in Design Studies e in Design Issues).

Margolin, V. (2007, Estate). Design: The future and the human spirit. Design Issues, 23(3), 4-15.

McKendrick, N., Brewer, J., & Plumb J. H. (a cura di). (1983). The birth of a consumer society: The commercialisation of eighteenth century England. London: Hutchinson.

Mumford, L. (1961). Tecnica e cultura. Milano: Il Saggiatore. (Pubblicato originariamente nel 1934).

Mumford, L. (1969). Il mito della macchina. Milano: il Saggiatore. (Pubblicato originariamente fra il 1967 e il 1970).

Nickles, S. (2002, Ottobre). Preserving women: Refrigerator design as social process in the 1930s. Technology and Culture, 43(4), 693-727.

Noble, D. (1977). America by design: Science, technology, and the rise of corporate capitalism. New York, NY: Alfred A. Knopf.

Schorske, C. (1991). Vienna fin de siècle: La culla della cultura mitteleuropea. Milano: Bompiani. (Pubblicato originariamente nel 1981).

Schwartz Cowan, R. (1997). A social history of American technology. New York, NY: Oxford University Press.

Silverman, D. (1992). Art Nouveau in fin-de-siècle France: Politics, psychology, and style. Berkeley, CA: University of California Press.

Stanley, A. (1993). Mothers and daughters of invention: Notes for a revised history of technology. Metuchen, NJ: Scarecrow Press.

Stansky, P. (1985). Redesigning the world: William Morris, the 1880s, and the Arts and Crafts movement. Princeton, NJ: Princeton University Press.

Staples, L., (2000, Autunno). Typography and the screen: A technical chronology of digital typography 1984-1997. Design Issues, 16(3), 19-34.

Strasser, S. (1999). Waste and want: A social history of trash. New York, NY: Henry Holt & Co.

Thompson, E. P. (1977). William Morris: Romantic to revolutionary. New York, NY: Pantheon Books.

Woodham, J. (1996a). Managing British design reform I: Fresh perspectives on the early years of the Council of Industrial Design. Journal of Design History, 9(1), 55-65.

Woodham, J. (1996b). Managing British design reform II: The film – An ill-fated episode in the politics of ‘Good Taste’. Journal of Design History, 9(2), 101-115.

Woodham, J. (1999a). An episode in post-utility design management: The Council of Industrial Design and the Co-operative Wholesale Society. In J. Attfield (a cura di), Utility re-assessed: The role of ethics in the practice of design (pp. 39-57). Manchester: Manchester University Press.

Woodham, J. (1999b). Design and the state: Post-war horizons and pre-millennial aspirations. In J. Attfield (a cura di), Utility re-assessed: The role of ethics in the practice of design (pp. 245-260). Manchester: Manchester University Press.
  

Note    (↵ returns to text)

  1. Una prima versione di questo saggio è stata presentata come keynote address al XVII Annual Symposium on the Decorative Arts and Design, Cooper-Hewitt, National Design Museum, New York City, 3 aprile 2008.
  2. Un ottimo resoconto della storiografia occidentale si trova in Kramer & Mazda (2002).
  3. Sulla longue durée si veda il saggio di Braudel (1973). Apparso originariamente nel 1958, nel numero 4 della rivista Annales E.S.C., è stato successivamente ripubblicato varie volte, ed è incluso anche nella raccolta di scritti di Braudel Les Ambitions de l’Histoire (1997).
  4. Hobsbawm (1997c) cita come esempio di tale pratica la tecnica di Delphi ideata dalla Rand Corporation. Lo storico britannico la descrive come un processo nel corso del quale viene chiesto a “un gruppo selezionato di esperti di consultare le viscere dei loro polli e poi di trarre conclusioni consensuali su quello che potrebbe avvenire o non avvenire” (p. 55).
  5. Negli anni successivi alla pubblicazione del testo di Hobsbawm, alcuni storici hanno dedicato molta attenzione agli artefatti, da quelli effimeri del fashion design a quelli duraturi dell’architettura civile. Discuto alcuni di questi autori infra.
  6. “… the human-made material and immaterial objects, activities, and services; and complex systems or environments that constitute the domain of the artificial.” Questa definizione è una versione condensata di quella che Richard Buchanan e io abbiamo usato nel 1990 per la dichiarazione programmatica della conferenza “Discovering Design” che abbiamo organizzato alla University of Illinois, Chicago, e durante la quale è stato presentato il paper relativo al product milieu.
  7. “The conditions surrounding the emergence of a designed object or a particular kind of designing involve complex social relations. The fact that these relations are described only in design terms obscures their social or socioeconomic aspects.”
  8. “The essential field of design’s meaning and import, therefore, is not the internal world of the design profession, but the wider social world that produces the determining circumstances within which designers work, as well as the conditions that lead to the emergence of designers.”
  9. Un’eccezione degna di nota è il numero speciale del Journal of Design History pubblicato nel 1999 e dedicato alle relazioni fra design, espansione commerciale e storia d’impresa.
  10. “In popular accounts of technology, inventions of the late-nineteenth century, such as the incandescent light, the radio, the airplane, and the gasoline-driven automobile, occupy center stage, but these inventions were embedded within technological systems. Such systems involve far more than the so-called hardware, devices, machines and processes, and the transportation, communication and information networks that interconnect them. Such systems consist also of people and organization.”
  11. “Designing a machine or a power-and-light system that functioned in an orderly, controllable, and predictable way delighted Edison the inventor: designing a technological system made up of machines, chemical and metallurgical processes, mines, manufacturing plants, railway lines, and sales organizations to function rationally and efficiently exhilarated Ford the system builder. The achievements of the system builders help us understand why their contemporaries believed not only that they could create a new world, but that they also knew how to order and control it.” Si veda anche il successivo testo di Hughes (2006) sulle relazioni fra tecnologia, società e cultura.
  12. Si veda Design + Organizational change (2008), numero speciale di Design Issues dedicato all’organizational design.
  13. “For technology is not simply a driving force in human history. It is something in itself human; it is not merely man-made, but made of men.”
  14. Mumford ha continuato a occuparsi di tecnologia e del suo impatto sociale in The myth of the machine (Il mito della macchina), pubblicato fra il 1967 e il 1970. Si veda Mumford (1969).
  15. Per la distinzione fra scenari futuri predittivi e prescrittivi si veda Margolin (2007, p. 5).
  16. Si veda Buckley (1989), e Attfield & Kirkham (1989a; 1989b).
  17. Nel suo libro A social history of american technology Ruth Schwartz Cowan (1997), importante storica della tecnologia, si è concentrata sulle donne come consumatrici di tecnologie, invece che come produttrici. Per una storia delle donne inventrici si veda Stanley (1993).
  18. Per la scuola delle Annales mi sono basato su Bentley (1999).
  19. L’opera in tre volumi di Braudel è stata preceduta da un testo più breve Civilization matérielle et capitalisme, pubblicato da Librairie Armand Colin nel 1967.
  20. Meikle ha avuto un ruolo importante all’interno della comunità anglo-americana di storici del design; ha contribuito a varie riviste e cataloghi di mostre e ha scritto un importante libro sulle plastiche. Uno dei suoi studenti di dottorato, Christina Cogdell, ha scritto un libro in cui collega lo streamlining alla fede degli americani nell’eugenetica. Si veda Cogdell (2004).
  21. Per un sguardo differente al consumo, nel settore dell’automobile, si veda lo studio di Clarke (2007). Si veda anche il precedente articolo di Clarke (1999), basato sulla sua ricerca e apparso nel Journal of Design History. Un punto di vista più polemico sul consumo di automobili si trova in Gartman (1994). Sul consumo di frigoriferi si veda Nickles (2002).
  22. Tra gli industrial designer coinvolti in questo processo compaiono figure come Walter Dorwin Teague e Norman Bel Geddes, di cui Marchand si è occupato estesamente (1991; 1992).
  23. Si veda anche Auslander (1996) e Betts (2004).
  24. Cfr. anche Woodham (1996a, 1996b).
  25. Forty è uno storico dell’architettura che si è anche occupato di design.
  26. Paul Atkinson è il solo, fra gli storici del design, a scrivere di tecnologie contemporanee. Si veda Atkinson (1998; 2000; 2005; 2007). Si veda anche Staples (2000).
  27. Pionieristico in questa direzione è il lavoro di Strasser (1999) sulla storia sociale dei rifiuti.
  28. “But men who consider socioeconomic development or who discuss changes in values, attitudes, and ideas have regularly adverted to the sciences and must presumably continue to do so. Even they, however, regularly observe science from afar, balking at the border, which would give access to the terrain and the natives they discuss. That resistance is damaging, both to their own work and to the development of history of science.”
  29. “What is needed is a critical interpretation of the concerns and achievements of historians of science with those men tilling certain other historical fields, and such interpretation, if it has occurred at all, is not evident in the work of most current historians.”
  30. Si veda il catalogo della mostra a cura di Crowley & Pavitt (2008) [si veda anche la traduzione italiana dei testi pubblicata in occasione della tappa italiana della mostra al Mart di Rovereto 28 marzo – 26 luglio 2009, s.e.].
    Uno dei primi contributi degli studi culturali al tema della guerra fredda è quello di Guilbaut (1983). Si veda anche Haddow (1997), sulla esposizione della cultura americana negli anni cinquanta, e Colomina, Brennan, & Kim (2004) sulla costruzione della cultura del secondo dopoguerra.
  31. Nel 1991 ho sollevato la questione della relazione fra storia del design e il più ampio campo dei design studies nel paper Design History or Design Studies: Subject Matter and Methods (Storia del design o studi sul design?) presentato al convegno internazionale di studi storici sul design, dal titolo “Design: storia e storiografia” organizzato a Milano (Margolin, 1991). Il paper è stato successivamente pubblicato nelle riviste Design Studies e in Design Issues, dove ha suscitato un dibattito sul tema, ed è stato infine incluso nel mio libro The Politics of the Artificial: Essays on Design and Design Studies (Margolin, 2002).
Questo articolo è stato pubblicato in AIS/Design Storia e Ricerche, numero 1 marzo 2013

Victor Margolin

Victor Margolin è professore emerito di storia del design presso la University of Illinois di Chicago. Fondatore e membro del comitato di direzione di Design Issue. Ha scritto e pubblicato su diversi temi del design e tenuto conferenze e lezioni in tutto il mondo. Tra i volumi scritti, curati (autonomamente o in collaborazione) The Struggle for Utopia: Rodchenko, Lissitzky, Moholy-Nagy, 1917-1936 (1998), Design Discourse (1989), Discovering Design (1995) e The Idea of Design (1996). I più recenti sono The Politics of the Artificial: Essays on Design and Design Studies (2002) e Culture is Everywhere: The Museum of Corn-temporary Art (2002). È attualmente al lavoro su una storia mondiale del design.

I commenti sono chiusi.