MicrostorieID: 0705

Giovanni Sacchi e il progetto partecipato

Giovanni Sacchi, il più noto modellista nell’ambito del disegno industriale, viene insignito del Compasso d’Oro-Adi alla carriera il 18 aprile 1998. Ne sollecitano il conferimento alcuni professionisti incontrati nei cinquant’anni di lavoro: in primis Piero Polato – autore dell’unica monografia dedicata (1991) – e Gianni Arduini che così si esprime nella lettera di accompagnamento alla candidatura: “La storia del design italiano – qualcuno direbbe fortunatamente – non è stata fatta tutta dai designer, dalle aziende produttrici e da chi di design ha scritto o parlato, ma anche da chi ha permesso al design di prendere forma fisica e reale. Chi più di tutti ha contribuito a questo è senza dubbio Giovanni Sacchi”.[1] Lo segnalano inoltre Italo Lupi, Paolo Viti, Renzo Piano, Mario Botta, Carlo Ulrico Hoepli, Ernesto Gismondi, Gae Aulenti e Francesco Trabucco. Quest’ultimo ne inquadra il contributo scrivendo: “Sacchi è capace di interpretare i nostri disegni talvolta al di là delle righe disegnate; non è solo un esecutore ma è un interprete spesso critico del nostro lavoro”.[2]
L’articolo intende indagare l’esperienza della bottega Sacchi al fine di ricostruire mediante testimonianze il valore e la pluralità di significati che il modello e il modellista hanno avuto nel processo progettuale, nonché l’importanza delle relazioni personali che ha caratterizzato e identificato per lungo tempo il design italiano.


Nel 1948, in una Milano ancora in gran parte da ricostruire, entra nel laboratorio di falegnameria di Giovanni Sacchi,[3] Marcello Nizzoli, una persona meravigliosa, distinta, elegante – così racconta Sacchi ricordando quell’incontro come uno dei momenti più significativi della sua vita (Polato, 1998). Gli chiede di costruire il modello di una maniglia che sta progettando. Lascia il disegno; Sacchi la realizza. L’architetto osserva il modello, la maniglia gli sembra troppo lunga anche se corrisponde perfettamente al disegno dato. Sacchi la accorcia, ma il giorno successivo Nizzoli torna in bottega. Adesso la maniglia gli sembra troppo corta. “Eh no, professore! – afferma allora Sacchi provocatoriamente – Evidentemente abbiamo sbagliato tutti e due, finiamola qui”.[4] Nizzoli lo rassicura spiegando che sta ancora studiando quale possa essere la forma più giusta per quella maniglia; la sta cercando e solo dopo averla trovata la potrà disegnare in modo definitivo (Polato, 1998).

Per Sacchi è l’incontro con un nuovo mondo: come ricorda il figlio Osvaldo,[5] l’insegna della bottega, che allora riportava “Giovanni Sacchi modelli meccanici”,[6] si sarebbe da lì a poco trasformata in “Giovanni Sacchi modelli per l’architettura e l’industrial design”.
Giovanni Sacchi (Sesto San Giovanni, 1913 – Milano, 2005) si forma come modellista meccanico per fonderia presso la bottega Ceresa & Boretti di Milano, dove entra a soli dodici anni (Polato 1991, Todeschini, 2001). Dopo aver conseguito il diploma di disegnatore meccanico alle scuole serali, è costretto ad arruolarsi nell’esercito. Tornato dalla guerra, dopo essersi unito alla file partigiane (Anzivino, 2015), si dedica per breve tempo al riallestimento di negozi e nel 1946 apre un’attività dove inizialmente realizza stufette elettriche e ferri da stiro su proprio progetto (Polato, 1991; Todeschini, 2001). L’incontro con Nizzoli segna il suo avvicinamento a un nuovo approccio al modello non definito a priori, ma in grado di trasformarsi e compiersi in corso d’opera nel rapporto dialogico tra modellista e progettista. Sacchi, coinvolto e interessato dal mondo del disegno industriale, in quegli anni in via di affermazione, trasforma la sua professione da modellista per la fonderia a modellista per il design, ovvero da attrezzista – realizzatore di modelli in legno per la creazione di stampi in terra nei quali colare il metallo fuso – a figura professionale capace di inserirsi nel processo di definizione formale del prodotto per l’industria (Alessandri, 1997; Todeschini, 2001).
Nei cinquant’anni di attività, compresi tra i decenni cinquanta e novanta, pone dunque le sue competenze di modellista meccanico a servizio di altri ambiti del progetto realizzando tanto modelli di architettura, rappresentazioni tridimensionali della prefigurazione progettuale, quanto modelli per l’industria: modelli di verifica, capaci di rendere visibili le complesse geometrie del prodotto e al contempo di costruire con estrema precisione le matrici lignee degli stampi per l’industria meccanica ed elettromeccanica. Al termine della sua attività[7] avrà realizzato 8000 plastici di architetture e oltre 25.000 modelli di design.

La bottega di Giovanni Sacchi: l’ambiente di lavoro / courtesy Archivio Giovanni Sacchi, Sesto San Giovanni.

Fig.1 La bottega di Giovanni Sacchi: l’ambiente di lavoro / courtesy Archivio Giovanni Sacchi, Sesto San Giovanni.

Competenze, passione e disponibilità, unite alle peculiarità del periodo in cui ha lavorato, fanno di Sacchi una delle figure che partecipano e contribuiscono al progetto di design. A lui si rivolgono, oltre a Nizzoli, professionisti come Gio Ponti, Bruno Munari, Joe Colombo, Marco Zanuso, Richard Sapper, Achille e Pier Giacomo Castiglioni, Franco Albini, Anna Castelli Ferrieri, Vittorio Gregotti, Mario Bellini, Aldo Rossi, Ettore Sottsass, Renzo Piano e Mario Botta, per i quali realizza modelli di oggetti spesso premiati con il Compasso d’Oro (Todeschini, 2001).
Il ruolo di Sacchi, di assoluta centralità all’interno del processo progettuale del Made in Italy, è confermato anche dal conferimento del Compasso d’Oro-Adi alla carriera,[8] assegnatogli il 18 aprile 1998.

Pagina 21 del catalogo del XVIII Compasso d’oro-Adi 1988 con l’immagine di Giovanni Sacchi.

Fig. 2 Pagina 21 del catalogo del XVIII Compasso d’oro-Adi 1988 con l’immagine di Giovanni Sacchi.

Questo riconoscimento viene sollecitato da alcuni dei professionisti incontrati negli anni, come documentano i fax datati 26 febbraio 1998:[9] oltre a una prima presentazione inviata al presidente Adi da Piero Polato, partecipano con brevi lettere e riflessioni: Zanuso, Alfredo De Marzio, Saverio Monno, Gianni Arduini, Paolo Viti, Piano, Italo Lupi, Botta, Carlo Ulrico Hoepli, Ernesto Gismondi, Francesco Trabucco, Achille Castiglioni e Gae Aulenti. Arduini, ad esempio, scrive:
La storia del design italiano – qualcuno direbbe fortunatamente – non è stata fatta tutta dai designer, dalle aziende produttrici e da chi di design ha scritto o parlato, ma anche da chi ha permesso al design di prendere forma fisica e reale. Chi più di tutti ha contribuito a questo è senza dubbio Giovanni Sacchi.[10]
E il suo prezioso e molteplice contributo al progetto viene ben esplicitato anche nella lettera di motivazione al conferimento del premio, preannunciatagli via fax il 7 aprile dal presidente Adi Morello, in cui si afferma che la figura di Sacchi “si pone dunque come interfaccia tra l’idea e il progettista, e tra questo e il committente”.[11]
L’ampia ed eterogenea produzione della bottega Sacchi, unita al riconoscimento della qualità del lavoro svolto e alla ricchezza dei materiali presenti in Archivio, inducono all’approfondimento della sua opera e alla descrizione delle sue speciali relazioni professionali, al fine di ricostruire il contributo fornito dai modelli e conseguentemente dalla figura del modellista nel processo di realizzazione di progetti che hanno concorso all’affermazione del design italiano nel mondo.
Nell’iter di realizzazione di un prodotto l’intervento del modellista può infatti avvenire in momenti e con modalità differenti e può coinvolgere diversi interlocutori. I modelli, costruiti a scopo sperimentale di ricerca o concepiti come prefigurazioni di architetture e oggetti disegnati, realizzazioni di elementi solo in parte definiti, o ancora riproduzioni su cui testare stampi e fasi di produzione, sono adottati da ciascun progettista secondo la propria metodologia. Risulta quindi evidente l’attribuzione al modello di una molteplicità di funzioni che la letteratura ha classificato principalmente in: di presentazione, di verifica, di studio (Consalez & Bertazzoni,1998; Maldonado, 1987; Salvarani, 1992; Crippa & Del Prete, 2005), qui presentati seguendo la trasformazione che il modello ha avuto nell’evoluzione del processo progettuale.

1. Il modello di presentazione
La più antica forma di rappresentazione tridimensionale, il modello di presentazione restituisce in modo esatto le geometrie del prodotto: costruito in scala ridotta o reale, a seconda si tratti di architettura o di artefatti industriali, è da sempre utilizzato per comunicare e promuovere la realizzazione di un prodotto ad aziende e investitori in epoca contemporanea, come a principi e mecenati in epoca passata. Se i primi esempi ci appaiono all’interno di opere d’arte antica, raffigurati in mano a santi o a committenti in dipinti e sculture, sono numerosi i documenti di cantiere che attestano l’impiego di questo strumento nel medioevo[12] sino a divenire comune pratica della bottega rinascimentale (Goldthwaite, 1980; Salvarani, 1992; Millon & Magnago Lampugnani, 1994; Crippa & Del Prete, 2005).
Reso nel tempo sempre più complesso dall’inclusione di particolari scultorei e dalla simulazione dei materiali – come già testimoniano esempi di fine Cinquecento – il modello di presentazione garantisce al committente maggiore capacità di controllo dell’opera nella fase sia di approvazione sia di realizzazione (Goldthwaite, 1980; Maldonado, 1992).
Il modello – spiegava Sacchi con la sua consueta semplicità – serve per andare dalla committenza e far vedere il prodotto finito. Questo è importante, che tu vedi prima quello che produci dopo; il mio modello serve per darti la realtà di quello che farai domani.[13]
Al modello di presentazione di prodotto industriale, realizzato in scala reale e chiamato a simulare l’oggetto, Sacchi dedica parte della sua carriera, soprattutto tra gli anni settanta e ottanta. E i risultati sono così realistici da provocare i numerosi fraintendimenti che Sacchi stesso, con grande ironia, raccontava con orgoglio nelle occasioni pubbliche. Nel 1980, ad esempio, all’esposizione Modelle und Formen vom Handwerk gebaut tenutasi a München in occasione di Exempla ’80[14] viene rubato il prototipo di un televisore portatile poi ritrovato in un angolo della stessa sala espositiva poiché – così amava dire – accortosi che non funzionava, “hanno pensato di portarlo indietro”[15]; oppure a Milano nel 1982, quando il Presidente della Repubblica federale tedesca, Karl Carstens, visitando la mostra Begegnung mit dem italienischen Design, dedicata al design italiano, allestita da Viti nella sede di Olivetti,[16] scambia il modello di una calcolatrice in legno verniciato per l’oggetto vero e proprio e, senza pensarci, allunga le mani per provarne il funzionamento (Polato, 1991; Ambri, 2000). Anche Roberto Olivetti cade in un simile equivoco ed eleva il modello a prodotto finito quando considera quello per la macchina per scrivere Praxis, presentatagli da Sottsass nel periodo natalizio, il sentito regalo di un amico (Polato, 1991).
Gli esemplari eseguiti da Sacchi in modo così realistico non solo comunicano le idee dei progettisti ai committenti, ma sono strumenti efficaci per promuovere l’investimento nell’effettiva realizzazione dei prodotti, poiché – come ricorda Sottsass – “se uno va da un cliente con un modello del Sacchi, il cliente è convinto” (Polato, 1991, p. 123). Ma i modelli di presentazione di Sacchi non esauriscono il loro compito favorendo relazioni positive tra designer e committente; divengono anche veri e propri campioni con cui l’azienda è in grado di proporre in anticipo elementi della futura produzione o, ancora, artefatti con cui pubblicizzare i nuovi oggetti e verificare la risposta del mercato.
Alla mostra in cui sono esposti per la prima volta i suoi modelli in Triennale, nel 1983, Sacchi afferma che con il modello “tu arrivi a vendere quello che non hai ancora fatto”.[17] Nel caso specifico si riferisce alla sedia impilabile disegnata da lui stesso nel 1975 e pensata per essere prodotta in plastica,[18] di cui il committente riesce a vendere 10.000 esemplari con la sola presentazione del prototipo in legno: il modello verniciato era opportunamente appeso al soffitto con un filo per dissuadere i visitatori dal sedersi. Il legno con una sezione così sottile non avrebbe infatti resistito (Polato, 1991; Locati, 1998; Ambri, 2000).

Sedia progettata da Sacchi e prodotta da ILMA Plastica dal 1976 / courtesy Archivio Giovanni Sacchi, Sesto San Giovanni.

Fig. 3 Sedia progettata da Sacchi e prodotta da ILMA Plastica dal 1976 / courtesy Archivio Giovanni Sacchi, Sesto San Giovanni.

Zanuso conferma quanto appena enunciato affermando con chiarezza che con Sacchi sono andati oltre alla rappresentazione verosimile e porta la sua diretta esperienza di uso del modello come prefigurazione del prodotto aziendale sulle pagine dei cataloghi: “Noi abbiamo fatto per i nostri clienti la consulenza per la redazione di cataloghi, e quando si faceva il catalogo la produzione di questi oggetti non era ancora avviata” (Polato, 1998). Come sostiene Trabucco,[19] Zanuso si riferisce molto probabilmente a oggetti progettati per Brionvega, ma tale pratica in quegli anni è appannaggio di numerose aziende. Tra la corrispondenza archiviata con metodo e precisione da Sacchi, un fax su carta intestata Alessi, datato 27 febbraio 1986 e firmato Alberto Alessi, accompagna a tale proposito la trasmissione del disegno di una frusta da cucina progettata da Sapper. Si tratta della richiesta di realizzazione del prototipo in tempi strettissimi, “al più presto (in pochi giorni?), perché ci serve per un importantissimo servizio fotografico”.[20] Sullo stesso foglio, a testimonianza della disponibilità del modellista a una piena collaborazione anche a distanza con il designer è riportato: “Dice Sapper di telefonargli in Germania appena può, per ulteriori notizie”.[21]

2. Il modello di verifica
Il modello di presentazione sopradescritto diviene, anche storicamente, parte della prassi progettuale, ovvero destinato alla verifica e alla valutazione della realizzabilità del progetto e possibile conseguente guida per la realizzazione del prodotto.
Inizialmente adottato dagli architetti rinascimentali e adoperato talvolta in scala reale – note in tal senso sono le esperienze di Filippo Brunelleschi –, il modello di verifica, che è invece utilizzato per effettuare prove strutturali[22] e guidare le maestranze nell’esecuzione dei dettagli[23] perché più facilmente interpretabile rispetto ai disegni, trova corrispondenza anche alla scala del prodotto industriale. In questo caso però le funzioni di controllo si estendono ad altri aspetti che il disegno non è in grado di restituire cioè alle implicazioni ergonomiche e plastiche che l’oggetto è chiamato a comunicare, come spiega Zanuso (Polato, 1991; Polato, 1999; “Che pazienza per progettare quel telefono Grillo!”, 2000), oppure alla necessità di rilevare le prestazioni di natura meccanica – sostiene Alberto Meda –, in quanto anche le più semplici non possono essere né immaginate né percepite, ma accertate solo mediante apposita sperimentazione fisica; la verifica della posizione del centro di gravità di un oggetto ne è un esempio.[24]
La possibile fallacia del disegno e l’insostituibile ruolo del modello[25] trovano un riscontro di particolare interesse nel fax su carta intestata Vignelli Associates Designers in cui Lella Vignelli ringrazia Sacchi perché, grazie alla accurata realizzazione dei modelli, hanno potuto verificare alcuni errori.[26] Il documento, datato 1 marzo 1973, proviene da New York, dove i Vignelli si sono trasferiti da tempo ma, nonostante la lontananza, Sacchi continua a essere il loro modellista, cui chiedere le necessarie modifiche, certi della piena comprensione da parte dell’interlocutore.
La materializzazione dell’idea, a cui accenna Botta definendo Sacchi “revisore finale” (Polato, 1998), fornisce quindi l’opportunità di modificare e mettere a punto il disegno in modo definitivo dopo la piena comprensione delle forme, ma in Sacchi i progettisti trovano anche un suggeritore di soluzioni più adeguate. “Sovente era lui stesso ad indicarci un angolo irrisolto, un attacco incoerente tra due superfici”, riporta Gregotti (2000, p. IX). Scoperto un errore, Sacchi non procede nella realizzazione, ma telefona per avvertire il progettista prima di proseguire alla risoluzione del problema. E Arduini conferma: “Se vedeva qualcosa che non andava telefonava, te lu cambià mi” (Polato, 1998).[27]
La verifica del progetto attraverso il modello è necessaria, oltre che ai singoli professionisti, anche all’interno delle aziende soprattutto per evitare sorprese all’avvio della produzione di un oggetto. Valerio Castelli riporta a tale proposito la vicenda della prima seduta in plastica per bambini, la seggiolina K1340, oggi nota come 4999, Compasso d’oro-Adi 1964, vera e propria sfida elaborata da Zanuso e Sapper per Kartell a partire dal 1960. Nello specifico caso la costruzione di un unico modello prima della fase di stampaggio, non avendo permesso di testare l’impilabilità della seduta, ha portato al conseguente rifacimento di parte dello stampo (Castelli, Antonelli & Picchi, 2007).[28] Tale episodio è ricordato anche da Roberto Picazio, prototipista di Kartell dal 1959 al 2006, che racconta di come il rapporto con la bottega Sacchi, a cui Kartell si rivolge per sviluppare le forme dei suoi prodotti,[29] si coniughi con la sperimentazione aziendale sull’utilizzo di nuovi materiali e processi di produzione: nel legno di cirmolo sono messi a punto con precisione e accuratezza i modelli con cui l’ufficio tecnico si confronta nella realizzazione dei prototipi in materia plastica.[30]
Il ruolo di Sacchi intermediario e facilitatore nei confronti della produzione è esplicitato da Giorgio Decursu sottolineando come la precedente esperienza di modellista per fonderia lo abbia reso una garanzia di fattibilità del prodotto nel rispetto della massima economia di processo. “Ti può consigliare – afferma – in che modo è meglio tracciare una linea perché il pezzo sia realizzabile con uno stampo semplice piuttosto che con uno complesso a più tasselli”. E aggiunge: “Credo che molti di noi abbiano imparato dal Sacchi le prime nozioni di tecnologia applicata” (Polato, 1991, p. 65).
La varietà di competenze di Sacchi trova espressione anche nel suo spazio di lavoro, ordinato, preciso, un laboratorio assimilabile più a quello di uno scienziato piuttosto che alla bottega di un artigiano[31] dove, ad esempio, gli utensili appartenenti a ciascun operaio, allineati sopra i banchi di lavoro, sono distinti dal differente colore del manico.

L’ambiente di lavoro nella bottega di Giovanni Sacchi in via Sirtori a Milano / courtesy Archivio Giovanni Sacchi, Sesto San Giovanni.

Fig. 4 L’ambiente di lavoro nella bottega di Giovanni Sacchi in via Sirtori a Milano / courtesy Archivio Giovanni Sacchi, Sesto San Giovanni.

3. Il modello di studio
Tanti sono i modelli di presentazione e di verifica a cui Sacchi lavora con i suoi operai nei cinquant’anni di bottega, ma il concetto a cui è più legato e in cui si ritrova maggiormente è il modello di studio. Introdotto da Leon Battista Alberti, è considerato parte del processo di progettazione, collegato ai disegni di sviluppo, strumento per l’approfondimento e la realizzazione di un’idea.[32] Il modello trascende così la sua essenza di rappresentazione e descrizione sintetica tridimensionale di un oggetto per divenire matrice su cui sperimentare e perfezionare il progetto, una sorta di schizzo tridimensionale grazie al quale si materializza l’idea che appare percepibile nella forma, nelle proporzioni e in un primo rapporto con il fruitore.
Il riconoscimento di tale ruolo rende necessario approfondire la relazione tra modello e disegno, altro strumento di prefigurazione del progetto. A tale proposito, da un lato Tomás Maldonado, riferendosi al rapporto tra modellare e tecnica dello schizzo a mano libera, invita a “guardare più da vicino la tematica relativa al disegno come tecnica, anch’essa, di modellazione” (Maldonado, 1992, p. 102), dall’altro Botta paragona il lavoro dell’architetto che sovrappone segni e tracce per correggere il proprio disegno, con il procedere per approssimazioni successive del modellista che, mediante continue limature, arriva alla forma cercata (Polato, 1998).
Questo processo di messa a punto progettuale per stratificazione rappresenta il modo di lavorare che Sacchi predilige e ricerca a partire dall’esperienza vissuta affiancando Nizzoli:
lui sedeva lì con la sua matitina, io preparavo il pezzetto e poi tornavo indietro… Se il modello era più evoluto si impostava ad un certo livello, poi lui veniva a vederselo, lo correggeva. Disegnava molto, e anche bene: ma riprendeva parecchio sul modello direttamente, con la matita: “qui diamo un raggio diverso, qui spigoliamo…”. Diceva: “Nessuno sa scrivere senza correggere” (Polato, 1991, p. 19).
Disegno e modello si sovrappongono: l’architetto riprende le linee sul modello per poi continuare sul disegno che diviene nuova matrice per il modellista e così via in un continuo scambio.
La capacità di Sacchi di generare sodalizi di lavoro, sensibilità e pensiero viene sottolineata anche nella motivazione per il riconoscimento del premio Compasso d’oro-Adi alla carriera: “Sacchi è spesso la mano che pensa nel legno insieme con la testa degli altri; che rende vero il penser avec les mains di Dénis di Rougemont diventando – senza mai tradire – l’interlocutore di una ricerca”.[33]

L’ufficio di Giovanni Sacchi posto all’interno della sua bottega a Milano in via Sirtori; sulla parete si nota affisso l’attestato del Compasso d’oro-Adi alla carriera / courtesy Archivio Giovanni Sacchi, Sesto San Giovanni.

Fig. 5 L’ufficio di Giovanni Sacchi posto all’interno della sua bottega a Milano in via Sirtori; sulla parete si nota affisso l’attestato del Compasso d’oro-Adi alla carriera / courtesy Archivio Giovanni Sacchi, Sesto San Giovanni.

Tali legami si costruiscono giorno per giorno all’interno dello spazio di lavoro frequentato con assiduità, ad esempio, oltre che da Nizzoli – “abitava da lui, aveva un suo posto lì in fondo”, racconta Arduini che tra il 1973 e il 1974 si reca in bottega due o tre giorni ogni settimana per seguire i progetti Brionvega per lo Studio Zanuso[34] –, da Sapper che, quotidianamente presente per anni, ricorda il fraterno rapporto di collaborazione con gli operai.[35]
Analogamente per lunghi periodi si trovano in bottega Castiglioni, Bellini, Botta, Castelli Ferrieri e molti altri. Sacchi collabora all’interno del gruppo progettante teorizzato da Castiglioni[36] con un ruolo di primaria importanza e affiancando i “suoi” architetti, partecipa alla determinazione del progetto di cui guida lo sviluppo secondo ciò che è espresso a parole o per mezzo di disegni da ciascun designer, regista del processo. Non c’è un metodo standard di lavoro: ogni designer ha il suo modo per presentare e sviluppare la propria idea, ma “Sacchi – così sostiene anche Trabucco nella segnalazione ad Adi per il conferimento del Compasso d’oro alla carriera – è capace di interpretare i nostri disegni talvolta al di là delle ‘righe disegnate’; non è solo un esecutore ma è un interprete spesso critico del nostro lavoro”;[37] riflessione condivisa anche dai suoi operai, come testimonia Franco Rocco che dopo anni di lavoro con grande semplicità dichiara: “Sacchi aveva la capacità di capire bene dove voleva andare a finire l’idea del progettista e quindi di portarlo piano piano” (Polato, 1998).
La figura e l’attività di Sacchi testimoniano il ruolo e il valore che il modellista e il modello hanno avuto nello sviluppo di oggetti significativi per la storia del design italiano ed evidenziano alcune delle peculiarità del modo di concepire il design nel nostro paese, come il riconoscimento del sapere artigianale e manuale nella prefigurazione dell’oggetto al vero e l’importanza attribuita alla collaborazione tra differenti competenze. Nei suoi anni di attività infatti i più noti progettisti definiscono con lui, in modo più o meno consapevole, “la specificità dei modi del lavoro del design italiano che ha riconosciuto nel modello un momento centrale per la messa a punto di uno specifico linguaggio formale” (Bassi, 2000, p. 42).


Riferimenti bibliografici

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Note    (↵ returns to text)

  1. I Archivio Giovanni Sacchi (d’ora in poi ABGS) doc. lett. 009.
  2. ABGS, doc. lett. 009.
  3. Il patrimonio ivi contenuto, donato al Comune di Sesto San Giovanni nel 1999 da Sacchi, è parte dell’Archivio Giovanni Sacchi. Il progetto, curato da Alberto Bassi con Fiorella Bulegato e Lodovico Gualzetti, è stato realizzato dal Comune di Sesto e dalla Fondazione Isec – Istituto di storia per l’età contemporanea e inaugurato il 23 ottobre 2009. Qui sono conservati 67 modelli di architettura, 366 modelli, prototipi e pezzi in lavorazione di oggetti di design, 8000 disegni, 110 prodotti, oltre 9000 fotografie e video, 250 fascicoli con documenti, una ricca biblioteca e numerosi suoi macchinari e attrezzature per la lavorazione meccanica e del legno (Della Piana, 2009, p. 8; si veda anche Archivio Giovanni Sacchi, disponibile presso http://www.archiviosacchi.it/archivio/index.php). Altri 312 modelli in legno sono stati invece acquisiti dalla Regione Lombardia il 3 dicembre 1998 e depositati da Sacchi il 21 dicembre 1998 presso la Collezione Permanente del Design italiano della Triennale di Milano (Collezione Giovanni Sacchi, disponibile presso http://www.triennale.org/it/triennale-design-museum/collezioni/51-collezione-giovanni-sacchi).
  4. F. Todeschini, Intervista a Giovanni Sacchi (ABGS_doc_lett 0001).
  5. E. De Cristofaro e S. Mazzoni, intervista a Osvaldo Sacchi, 17 settembre 2009 (ABGS_na_intervista 0032). Tali interviste, in formato video, sono state realizzate su commissione dell’Archivio Giovanni Sacchi e sono in parte riportate in De Cristofaro, 2008-09. I materiali video in quanto fonti orali sono stati verificati con altre fonti, ove possibile.
  6. Cfr. il modello dell’insegna e il manifesto in ABGS_mod 0243 e ABGS_c_ma 0141.
  7. Sacchi chiude la sua bottega alla fine del 1997 per mancanza di personale (Todeschini, 2001).
  8. Della giuria della XVIII edizione del Compasso d’oro nel 1998, costituita dal Comitato esecutivo Adi assistito da tre soci onorari, fanno parte: Augusto Morello (presidente), Antonio Macchi Cassia (vicepresidente), Giulio Castelli (tesoriere), Massimo Hachen, Sandro Pasqui, con Achille Castiglioni, Tomás Maldonado, Marco Zanuso (soci onorari).
  9. ABGS doc. lett. 009.
  10. Ibidem.
  11. Ibidem.
  12. Risale al XIV secolo, ad esempio, la ricca documentazione sull’uso dei modelli per i progetti delle cattedrali di Milano, Firenze e Bologna.
  13. Sacchi intervistato alla mostra I modelli di Giovanni Sacchi, 23 ottobre-30 novembre 1983, XVII Triennale di Milano (ABGS, video non inventariato).
  14. 1 gennaio 1980-3 aprile 1981 (documenti in ABGS_doc_mo 0041).
  15. Sacchi. Appunti per la conferenza tenuta da Sacchi a Tokyo nel 1983 (ABGS_doc_lett 0001).
  16. Olivetti Design Centrum, Milano, 1982 (immagini in ABGS_fo 0022).
  17. Sacchi intervistato alla mostra I modelli di Giovanni Sacchi, 23 ottobre-30 novembre 1983, XVII Triennale di Milano (ABGS, video non inventariato).
  18. La sedia, il cui prototipo fa parte della Collezione Giovanni Sacchi conservata alla Triennale di Milano, sarà prodotta da Ilma Plastica in collaborazione con Plastinova Italiana dal 1976 (ABGS_prod 0060).
  19. E. De Cristofaro e S. Mazzoni, intervista a Francesco Trabucco, 10 giugno 2009 (ABGS_na_intervista 0002).
  20. ABGS doc. lett. 011.
  21. Ibidem.
  22. Di particolare interesse il modello in mattoni e legno del 1367 con cui Brunelleschi si aggiudica la costruzione della cupola sanza alchuna armadura di Santa Maria del Fiore a Firenze (Goldthwaite, 1980, pp. 373-375; Manetti, 1976, p. 97; Saalman, 1964, pp. 471-500).
  23. A tal proposito Vasari: “et egli stesso andava alle fornaci, dove si spianavano i mattoni, et voleva vedere la terra, et impastarla, et cotti che erano, gli voleva scerre di sua mano con somma diligenza. E nelle pietre a gli scarpellini guardava se vi era peli dentro, se eran dure, e dava loro i modelli delle ugnature e commettiture di legname et di nera, così fatti di rape; et così faceva de’ ferramenti a’ fabbri” (1550, p. 318).
  24. E. De Cristofaro e S. Mazzoni, intervista ad Alberto Meda, 23 settembre 2009 (ABGS_na_intervista 0037).
  25. E. De Cristofaro e S. Mazzoni, intervista a Francesco Trabucco, cit. Il concetto è ribadito anche da Achille Castiglioni (Mazzitelli, 1982, p. 37; Polato, 1991, p. 51).
  26. “Caro signor Sacchi, grazie per i modelli dei bicchieri, tecnicamente perfetti, ma sbagliati, da parte nostra, per proporzioni ecc. quindi meno male che abbiamo fatto i modelli e ce ne siamo accorti” (ABGS doc. lett. 001.2).
  27. E. De Cristofaro e S. Mazzoni, intervista a Gianni Arduini, 10 giugno 2009 (ABGS_na_intervista 0003); Andreis Van Onck, 1 dicembre 2009 (ABGS_na_intervista 0049); Richard Sapper, 19 febbraio 2010 (ABGS_na_intervista 0053).
  28. E. De Cristofaro e S. Mazzoni, intervista a Valerio Castelli, 23 luglio 2009 (ABGS_na_intervista 0026).
  29. Giulio Castelli, fondatore di Kartell, frequenta la bottega Sacchi dai primi anni cinquanta quando, con Gino Colombini, sviluppa i primi casalinghi in materia plastica (Polato, 1998).
  30. E. De Cristofaro e S. Mazzoni, intervista a Roberto Picazio, 2 ottobre 2009 (ABGS_na_intervista 0042).
  31. E. De Cristofaro e S. Mazzoni, intervista a Ugo La Pietra, 14 settembre 2009 (ABGS_na_intervista 0031).
  32. “A suo parere in architettura un’idea, o disegno, poteva realizzarsi solo attraverso un modello. L’idea, essendosi formata nella mente, era imperfetta, e poteva trovare la propria forma conseguente solo attraverso l’esame, la valutazione e le modifiche attuabili mediante i disegni. Questi stessi poi dovevano essere studiati, giudicati e migliorati mediante i modelli, approssimando così infine l’espressione dell’idea” (Millon & Magnago Lampugnani, 1994, p. 24). Cfr. Alberti, 1966.
  33. ABGS doc. lett. 009.
  34. E. De Cristofaro e S. Mazzoni, intervista a Gianni Arduini, cit.
  35. . E. De Cristofaro e S. Mazzoni, intervista a Richard Sapper, cit.
  36. “Il primo personaggio da adoperare nel gruppo è quello che ci aiuta a fare il modello “perché il progetto – afferma Castiglioni – cambia anche completamente le sue intuizioni iniziali man mano che intervengono tutte queste cose che possono essere difficili, contrarie alla nostra libertà, ma che invece alla fine fanno sì che l’oggetto acquisti sempre una maggiore qualità. […] Molte volte il modello cambia anche le indicazioni che si avevano all’inizio della progettazione” (Bettinelli, 2014, pp. 130-131).
  37. ABGS_doc_lett. 009.
Questo articolo è stato pubblicato in AIS/Design Storia e Ricerche, numero 7 maggio 2016

Alessandra Bosco

Alessandra Bosco, architetto, si laurea nel 1998 al Politecnico di Milano dove consegue a marzo 2003 il Dottorato di ricerca in progettazione architettonica e urbana e dove dal 1998 collabora alla didattica universitaria, prima come cultore della materia e dal 2004 al 2009 come docente del Laboratorio di architettura degli interni e allestimento della Facoltà del Design. Da marzo 2005 partecipa all’avvio e alla gestione del Corso di laurea in Disegno industriale dell’Università degli Studi della Repubblica di San Marino di cui diviene vicedirettore a novembre 2008 e direttore a settembre 2015. Ricercatore a tempo determinato da luglio 2010 è docente del Laboratorio di disegno per il progetto dal 2006 e del Laboratorio di laurea dal 2013. Autore di saggi e pubblicazioni, coniuga l’attività professionale all’attività di ricerca nel campo della formazione, del design di prodotto e dell’allestimento.

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