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Enzo Frateili. Un percorso nelle istituzioni della formazione del design

L’articolo evidenzia l’importate ruolo avuto da Enzo Frateili nell’orientamento della didattica presso gli ISIA di Roma e Firenze, tra la metà degli anni sessanta e la prematura morte avvenuta nel 1993. Un contributo, il suo, che si è rivelato fondamentale per il rinnovo culturale stesso dell’Istituto Superiore per le Industrie Artistiche, grazie anche alla sua attiva partecipazione ai Comitati scientifici delle due sedi scolastiche e al ruolo di presidente del Comitato scientifico nel caso di quella di Roma. Forte di una lunga esperienza nella didattica che lo ha visto insegnare da Trieste a Torino da Venezia alla Hochschule für Gestaltung di Ulm, Frateili aveva voluto trasferire nei piani didattici degli ISIA di Roma e Firenze un sapere interdisciplinare, in cui le materie scientifico tecnologiche rivestivano un ruolo strategico per la formazione del designer. Ritenendo allo stesso tempo necessario sperimentare modelli didattici diversi e che fossero autonomi dal tradizionale solco didattico dell’architettura.


Se certo importante è stato il contributo di Enzo Frateili alla storia del disegno industriale italiano e alle scuole di design nel nostro Paese in senso lato, va forse sottolineato, in particolare, il suo coinvolgimento negli ISIA– acronimo di Istituto Superiore per le Industrie Artistiche –, storiche “istituzioni” dedicate alla formazione del designer in Italia, certo anticipatrici in un percorso ormai lungo decenni. E nel suo nome mi sono spesso imbattuta, proprio nella ricerca per il saggio “La formazione del designer in Italia” (Pansera, 2015); ma, ancor prima, quando, anni e anni fa, ho affrontato per l’ADI – l’Associazione del Design Italiano – un tema analogo (anche se di minor respiro), quello dell’istruzione artistica[1] che ha avuto anch’essa, in Frateili, un attivo protagonista e di cui è stato, dal 1974 al 1976, presidente.

Un contributo, quello di Frateili agli ISIA, che si è caratterizzato innanzitutto per la sua “durata”: dall’istituzione dei Corsi Superiori di Disegno Industriale sino alla sua prematura e tragica morte nel 1993. Ed è stato un contributo a più livelli. L’insegnamento, innanzitutto, ma poi l’intelligente partecipazione ai Comitati scientifici degli ISIA di Roma (la prima scuola di design istituita dal Ministero della Pubblica Istruzione) e di Firenze, in momenti particolari e dunque per definire i percorsi didattici e gli indirizzi formativi delle due scuole. Tra i principali testimoni di come la formazione del designer si sia sviluppata nel nostro paese, Frateili è stato di fatto presente a tutti quegli avvenimenti che dagli anni Cinquanta in poi hanno affrontato in senso lato le problematiche del design in Italia: eventi che ha meticolosamente documentato nei suoi scritti[2], a costituire quindi un “archivio” di particolare rilevanza[3].

Già negli anni della sua collaborazione con Stile industria e Form[4], si era  interessato alle tematiche della  formazione, ponendo il suo interesse sugli aspetti metodologici, oltre che tecnologici di questo percorso, e anche nel  tracciare la “storia” del divenire  del design nel nostro paese, ha sempre sottolineato il ruolo che aveva, o che avrebbe dovuto avere, la  formazione, raccontandone il travagliato iter legislativo. Stile Industria, già a fine anni Cinquanta aveva pubblicato relazioni nei suoi numeri 18 (Castelli, Gasparetto 1958) e 19 (Morello, 1958) sul tema dell’insegnamento, all’estero e in Italia; e proprio Frateili (1958) avrebbe concluso queste analisi sottolineando l’importanza della sperimentazione. Se la sperimentalità che accompagna qualsiasi attività di ‘design’ caratterizza la fase attuale del nostro disegno industriale, appunto per la sua età giovanile, a più forte ragione dovrà improntarvisi il nostro insegnamento, che agisce in fase anticipata. È solo dunque provando per controllare i risultati che si potranno mettere a fuoco quegli strumenti per l’educazione creativa del designer che ci dovremo in definitiva fabbricare da noi.

Un percorso infatti, che, come ha ben evidenziato in Continuità e trasformazione (Frateili, 1989), è stato non poco accidentato: la formazione del designer in Italia ha dovuto, non solo negli anni dell’esordio, “fare i conti” proprio con l’affermarsi della convinzione – soprattutto in ambito universitario – che fosse più utile mantenere la didattica del design nel solco dell’architettura anziché orientarsi verso un indirizzo specialistico. Nonostante ritenesse necessario per il designer una formazione interdisciplinare, che nell’ambito universitario avrebbe potuto raccogliere l’apporto di più saperi, Frateili aveva maturato nel tempo la convinzione che fosse utile sperimentare modelli didattici diversi. Questo, perché, come lui stesso ha scritto sempre in Continuità e trasformazione, il sostenere che il designer potesse formarsi solo all’interno dei corsi di architettura “non teneva presente che i tempi avrebbero mutato, con la conseguente maggior complessità e importanza assunta da una attività maturata come disciplina autonoma, postulando l’esigenza di una formazione specifica”.

In quegli stessi anni Giulio Carlo Argan, allora ispettore all’Istruzione Artistica[5], stava ponendo la questione della formazione nell’ambito del design ed avrebbe poi avuto un ruolo fondamentale nell’attivazione dei Corsi Superiori di Disegno Industriale che possiamo certo ritenere le prime scuole di design presenti nel nostro paese. Argan, con il quale Frateili più volte si sarebbe confrontato e proprio in occasione dell’avvio dell’esperienza dei Corsi Superiori di Disegno Industriale. Il contributo di Frateili alla formazione prese naturalmente avvio, inizialmente, nell’ambito delle tecnologie applicate all’architettura, dove insegna prima “Impianti tecnici nell’edilizia” all’’Istituto di architettura e urbanistica della Facoltà di ingegneria di Trieste, e dal 1982 al 1988 invece “Progettazione artistica per l’industria” al Politecnico di Torino, prendendo il posto di Achille Castiglioni, e poi alla Facoltà di architettura del Politecnico di Milano.

Ma all’inizio degli anni sessanta Frateili si era avvicinato, e con entusiasmo e particolare passione, al disegno industriale. Nel 1963 lo troviamo infatti docente alla Hochschule für Gestaltung di Ulm, e nello stesso anno inizia la sua attività di insegnamento, con un corso di “Storia dell’industrializzazione”, al Corso Superiore di Disegno Industriale di Venezia, la prima esperienza formativa “pubblica” presente nel nostro Paese, orientata al design. Negli anni immediatamente successivi collabora con il CSDI di Roma, quel Corso Superiore di Disegno Industriale e Comunicazione Visiva, attivo tra il 1965 e il 1970. Artefici e fondatori di quella storica esperienza furono Giulio Carlo Argan, storico dell’arte e docente universitario di fama internazionale, che fu il primo Presidente del Comitato Scientifico Didattico, e lo scultore Aldo Calò, che fu il primo Direttore dell’istituzione. In parallelo Frateili inizia a Roma così la sua attività di docente (già svolta con un corso di “Storia dell’industria” al CSDI di Venezia), a fianco di una squadra di “ulmiani”, suggeriti da Filiberto Menna, in quel periodo lui stesso docente, con Maurizio Sacripanti, Michele Spera, Achille Perilli. E tra questi “ulmiani”, ecco Giovanni Anceschi, Rodolfo Bonetto, Andries van Onck e Paola Mazzetti. E quanto fosse importante il riferimento all’esperienza di Ulm si può desumere, oltre che dai contenuti della didattica, dalla scelta di affiancare la conoscenza della lingua inglese a quella del tedesco…

Nel 1970 si sarebbe giunti alla decisione di chiudere i Corsi Superiori (con Roma, anche Venezia, Firenze e Urbino) sia per l’ambigua situazione giuridica che collocava queste scuole “anomale” produttrici di “alta cultura del design” all’interno della fascia secondaria superiore artistica, sia per lo scarso interesse che le “culture” dominanti nel Paese dedicavano allora ai temi emergenti e cogenti della formazione del designer, nonostante le elevate qualità culturali e l’innovazione didattica prodotta nei pochi anni della sperimentazione (e la didattica sarebbe proseguita solo ad esaurimento dei corsi,  dal 1971 al  1973). Ed Enzo sarebbe stato in prima linea per contrastarne la chiusura e poi, a battaglia vinta, per ridefinire i percorsi formativi dei primi ISIA, aperti già nell’avanzato 1973 (con i corsi da triennali a quadriennali): ad adottare nel nome, l’acronimo posto in un comma dimenticato della legge Gentile del 1923 e finalizzato alla formazione del personale “tecnico-artistico” per l’allora nascente produzione industriale seriale del primo dopoguerra. Frateili (affiliato dell’Università di Trieste) è coinvolto allora nel Comitato Didattico Scientifico dell’ISIA romana a fianco di Calò, coordinatore/direttore, Franchetti Pardo (della Facoltà di Architettura di Firenze), Giulio Carlo Argan, Guido Ballo (storico dell’Arte, della milanese Accademia di Belle Arti di Brera) e il designer Rodolfo Bonetto; a Frateili sarà assegnato, con Franchetti Pardo, il compito di proporre un nuovo assetto didattico, che egli articolò ricollocando le discipline all’interno di sette ambiti: storico, scienze umane, scientifico, economico, morfologico, tecnologico e progettuale.

Nel 1982, l’anno prima in cui avrebbe iniziato ad insegnare “Progettazione artistica per l’industria” al Politecnico di Torino[6] Frateili, proposto dallo stesso Ciribini (e caratterizzando le sue lezioni per il taglio decisamente storico/critico), venne nominato presidente del Comitato scientifico dell’ISIA di Roma, incarico che manterrà per un biennio, sino al 1984 quando gli succederà Augusto Morello[7]. Direttore era allora Ernesto Rampelli[8], legato a Frateili da un profondo affiatamento. Se nei primi anni della sua attività didattica, sia al CSDI sia all’ISIA, Frateili aveva maturato una particolare attenzione agli aspetti metodologici per un design di impronta funzionalista, ancora ispirato alla Gute-Form ulmiana, nel decennio Ottanta fu particolarmente affascinato dallo sviluppo dell’elettronica e dell’informatica, dalle potenzialità offerte dalle nuove tecnologie per un rinnovo tipologico-formale ed estetico degli oggetti; a quei progetti, dunque, che allontanandosi da una concezione prettamente “funzionalista” sperimentavano nuovi linguaggi espressivi.

A ricordo di molti – e di Giuseppe Furlanis[9] soprattutto, testimone di lunghe chiacchierate proprio con Frateili –, due sono stati i docenti degli ISIA a cui è andata, in quegli anni, l’attenzione di Enzo: Claudio Vagnoni[10] dell’ISIA di Roma e Paolo Bettini[11] dell’ISIA di Firenze. Entrambi erano allora impegnati in una intensa e vivace ricerca progettuale tesa a reinterpretare la forma degli oggetti attraverso una loro accentuata semantizzazione, permessa dalle nuove tecnologie. Frateili riteneva che le loro ricerche progettuali, caratterizzate da una esuberante “loquacità iconica” (citando Furlanis), fossero capaci di portare all’interno degli ISIA una nuova cultura estetica, orientata ad interpretare l’oggetto in senso metaforico. E due furono i progetti che l’architetto ha pubblicato più frequentemente: il primo, coordinato da Claudio Vagnoni e Giulio Angelini (con cui l’ISIA di Roma, nel 1982, vinse il Primo Premio nel Concorso Internazionale The office of the future, bandito dalla General Elettric Plastic), una postazione di lavoro in ufficio che grazie allo sviluppo dell’informatica rivoluzionava la consueta tipologia; e il Walking Office, un computer indossabile progettato nel 1984 da Vincenzo Javicoli con Letizia Schettini, Maurizio Pettini e Maria Luisa Rossi, nel corso di Bettini all’ISIA di Firenze: progetto vincitore del Primo Premio al Mainichi International Industrial Design Competition di Tokio, nel 1985.

Dal settembre 1975, con decreto ministeriale, anche a Firenze si era infatti istituzionalizzata l’ISIA: con direttore Angelo Maria Landi[12] fino al 1977. Primo impegno la definizione di un modello didattico di riferimento: si procederà così alla messa a punto dei corsi, promuovendo ricerche di “progettazione globale”, fondate sulla interdisciplinarietà. E si porrà da subito l’accento sul metodo – “inteso come riferimento per lo sviluppo di ogni atto creativo”[13] – e il progetto inteso come problem solving.

Siamo poi alla fine degli anni Ottanta: la presenza fiorentina di Frateili si era intensificata. Alternandosi con Aurelio Porro –  un architetto e ricercatore visuale, docente, prima che all’ISIA fiorentino, all’ISA (Istituto Statale d’Arte) di Cantù, un testimone, quasi, degli intrecci tra quei due luoghi di formazione –,  Frateili teneva un corso di introduzione al design attraverso lezioni di “Teoria e cultura del progetto”: la finalità era quella di  avvicinare gli studenti del primo anno dell’ISIA alla complessità dell’atto progettuale nei suoi aspetti socio-economici, tecnico-scientifici, artistico-culturali. Nelle sue lezioni, la storia del design veniva affrontata mettendo in evidenza tutti quegli aspetti che concorrono alla progettazione di un nuovo prodotto e che ne determinano i contenuti di innovazione. Quindi, una storia del design che voleva far comprendere allo studente il percorso progettuale dei vari oggetti e le loro articolate relazioni con il contesto sociale, economico e culturale.

Sempre all’ISIA di Firenze, ecco che Frateili nel 1989 entra anche a far parte del Comitato Scientifico in qualità di “esperto” per l’ambito storico-critico: un ruolo per anni ricoperto da Giovanni Klaus Koenig. Dello stesso organismo, facevano parte, in quegli anni, anche Roberto Segoni per il design e Pierluigi Spadolini come rappresentante della Facoltà di Architettura di cui era docente, Giacomo Becattini, economista, in cattedra ad economia politica, per l’ambito socio-economico. Sin da subito Frateili avrebbe rappresentato per il direttore Furlanis (che spesso lo ricorda) un punto di riferimento: avevano già avuto modo di conoscersi al Politecnico di Milano, in occasione di alcune conferenze tenute dal primo all’interno del Corso di arredamento di Gianni Ottolini e di collaborare insieme  nel 1983, nell’organizzazione dell’iniziativa “Conoscere il design”, una serie di mostre ed incontri organizzati a Cantù, con la partecipazione di numerosi designer (Castiglioni, Mari, Munari, Branzi, ecc.) e aziende del settore  (Alessi, Zanotta, Kartell, Abet Print, Cassina,Olivetti, ecc).

L’iniziativa, curata appunto da Furlanis con Aurelio Porro e Alfio Terraneo, era articolata in mostre e convegni. E per ogni mostra si era scelto un referente scientifico: per la prima – con la quale si voleva raccontare “una” storia del design italiano –, la scelta era stata quella di coinvolgere Frateili. “Aspetti evolutivi del design italiano” fu il titolo da lui scelto per la sua presentazione: la mostra aveva un taglio didattico e ogni progetto scelto era raccontato in tutta la sua evoluzione, dai primi schizzi ideativi alla definizione del progetto e delle rappresentazioni tecniche, ai modelli e prototipi, sino al prodotto finale nelle sue varianti e, dove era possibile, alle modalità della sua comunicazione e pubblicità. Un approccio al design dei prodotti che era, per molti aspetti, simile a quello utilizzato da Frateili nelle sue lezioni. E proprio per questa capacità di dar evidenza al percorso dei progetti, alcune volte lineare altre assai tormentato, la mostra fu particolarmente interessante e per molti “formativa”: merito anche del Centro Studi e Archivio della Comunicazione (CSAC) di Parma, che aveva fornito gran parte del materiale esposto.

Quella collaborazione con Frateili sarebbe stata per Furlanis particolarmente importante, se non determinante, quando, tornato da alcune esperienze all’estero, lo avrebbe ritrovato nel 1989 all’ISIA di Firenze, e sarebbe immediatamente “scattata” una forte intesa: lui nel Comitato Scientifico e docente, Furlanis direttore. Lunghe le loro “conversazioni” sul design e la didattica del progetto: a pranzo e nei viaggi in treno il venerdì verso Milano (Furlanis, poi, continuava verso Como dove abitava!). Il contributo di Frateili sarebbe stato risolutivo per l’ISIA fiorentino, perché all’interno de Comitato scientifico sarebbe stato il principale sostenitore del progetto didattico proposto da Furlanis. Forte delle sue esperienze precedenti anche oltremare, Giuseppe Furlanis tendeva infatti ad interpretare l’ISIA come un “laboratorio culturale” all’interno del quale sviluppare un confronto tra diverse concezioni progettuali e, di riflesso, diversi modi di intendere la didattica del design: prioritario certo un atteggiamento didattico orientato alla ricerca e alla sperimentazione, ma con una particolare attenzione verso le tematiche di impegno sociale. Un orientamento che non convinceva allora Roberto Segoni (professore ordinario di Disegno Industriale) e Pierluigi Spadolini (pur dal 1962 docente anche dell’ISIA fiorentina), che temevano la perdita di quella specificità formativa, peculiare dell’istituzione che, attenta agli aspetti tecnologici e funzionali, permetteva un costante rapporto con il mondo industriale.

Ma grazie proprio a Frateili e con l’appoggio di Siliano Simoncini, docente di “Ricerca Visiva”, che nel Comitato rappresentava i docenti, il progetto di Furlanis si sarebbe concretizzato: obiettivo, far confrontare la didattica con la maggior complessità che sempre più caratterizzava il design contemporaneo. Una scelta felice che avrebbe portato ad ampliare il numero dei designer impegnati nei quattro anni di corso: progettisti individuati “a quattro mani”, da Furlanis e Frateili appunto.  A fianco dei docenti già presenti in quegli anni – Jonathan De Pas, Gilberto Corretti, Gianni Ferrara, Vittorio Bozzoli, Mario Lovergine –, furono chiamati Paolo Deganello, Andries Van Onck, Denis Santachiara, Isao Hosoe, Alberto Meda, Enzo Mari. Inoltre, venne incaricato per il corso di Semiotica Renato Pedio, che già aveva collaborato con Frateili al CSDI di Roma e successivamente all’avvio dell’ISIA della capitale.  Una “squadra” di docenti di design particolarmente articolata che avrebbe segnato uno dei momenti culturalmente più vivaci dell’ISIA di Firenze.

Sebbene la partecipazione di Frateili alla didattica dell’ISIA di Firenze sia stata ben inferiore rispetto al suo impegno all’ISIA di Roma, questa, soprattutto nei quattro anni dall’‘89 al ‘93 concomitanti con i primi quattro anni di direzione di Furlanis, è stata fondamentale per un rinnovo culturale dell’istituto: un contributo che ha trovato riflesso anche nelle scelte didattiche successive a quel 1993, quando Enzo Frateili è mancato.

Furlanis afferma sempre che:

Quando penso a lui, prima ancora che il docente, ritrovo l’amico e la persona, sempre estremamente cordiale e gentile, galante con le signore alle quali cedeva sempre il posto e il passo, alle quali apriva sempre la portiera dell’auto o del taxi. Gentile e galante anche con la moglie Mariella a cui era profondamente legato e che spesso veniva con lui a Firenze. Mariella che quando la incontrai per la prima volta, in treno con Enzo e Rampelli, mi guardò e disse: ‘É lui Furlanis? Non mi aspettavo un bambino. La cosa mi fece felice e mi sentii giovanissimo! In realtà eravamo alla metà degli anni Ottanta ed io avevo superato la soglia dei trent’anni.

E ricorda ancora: “Oltre che cordiale, Frateili non era mai banale: le conversazioni con lui sono state per me delle preziose lezioni di design ma anche di ‘un modo d’essere’. Un modo d’essere ormai scomparso in una società in cui la ‘buona educazione’ sembra ormai essere cosa desueta”.

E ci piace chiudere così, questo breve ricordo, al quale posso aggiungere gli incontri con lui (e la conoscenza di Mariella), nella loro bella casa di piazza Sant’Ambrogio… piena di libri.

Correvano gli anni Ottanta.


Questo articolo è stato originariamente pubblicato in: Aldo Norsa e Raimonda Riccini (a cura di) (2016). Enzo Frateili, un protagonista della cultura del design e dell’architettura (pp. 82-91). Torino: Accademia University Press.


Riferimenti bibliografici

Castelli, G. (1958, agosto).  Le scuole di Industrial Design in Inghilterra, Stile Industria, 18, 37-38.

Gasparetto, A. (1958, agosto). Ricognizione in Olanda, Svezia, Cecoslovacchia, Germania orientale, Stile Industria, 18, 39-44.

Morello, A. (1958, ottobre). La scuola superiore di Ulm, Stile Industria, 19, fuori testo.

Frateili, E. (1958, ottobre). Lo sviluppo delle capacità creative nelle scuole ‘di design’, Stile Industria, 19, fuori testo.

Frateili, E. (1989). Continuità e trasformazione. Una storia del disegno industriale italiano 1928-1988. Milano: Alberto Greco.

Pansera, A. (2015). La formazione del designer in Italia, Venezia: Marsilio.


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Note    (↵ returns to text)

  1. Tema affrontato attraverso un Quaderno appositamente dedicato; cfr. AAVV, Rapporto sulla scuola, in “ADI Notizie”, 4, giugno 1974
  2. Frateili ha sempre privilegiato, nelle sue riflessioni, i problemi delle metodologie progettuali in architettura e dell’industrializzazione edilizia e in modo più specifico del disegno industriale. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Storia breve della prefabbricazione (1966); Design e civiltà della macchina (1969); Il disegno industriale italiano (1928-1982). Quasi una storia ideologica (1983); Continuità e trasformazione. Una storia del disegno industriale italiano 1928-1988 (1989)
  3. Un fondo con suoi materiali è depositato all’Università del Canton Ticino, a Mendrisio
  4. Nel 1955-1956 collabora con Stile Industria ed è poi corrispondente poi dall’Italia per Form (1962)
  5. Se in quei primi anni Cinquanta Argan è stato Ispettore Centrale del Ministero della Pubblica Istruzione, non va dimenticato il suo ruolo, in riferimento a queste tematiche, anche a chiusura del decennio Trenta; cfr. Pansera, 2015)
  6.  La cattedra era di Castiglioni che venne chiamato quell’anno al Politecnico di Milano
  7. Torino, 1928 – Milano, 2002. Teorico del design, ha affrontato soprattutto il rapporto “progetto-prodotto-consumo”, pubblicando saggi su queste problematiche. Laureato in chimica industriale, dirigente d’azienda con Olivetti e La Rinascente, ha promosso il design italiano coordinando dal 1954 il premio Compasso d’Oro. E’ stato docente alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano, presidente dell’ADI e dell’Ente Triennale
  8. Napoli 1931- Roma 2012, architetto, presente a Roma già dal 1963, docente all’ISA, dal 1967 al 1971 insegna al CSDI, poi all’ISIA. Presente nel Comitato Scientifico Didattico dal 1979, direttore dal gennaio 1981 al 31 ottobre 1992
  9. Architetto e designer comasco (e vedremo poi il perché di questa geolocalizzazione!), docente di Basic design all’ISIA di Firenze, dal 1995 collabora con il Ministero degli Affari Esteri per progetti di cooperazione allo sviluppo. Fino al 2007 dirige l’istituzione fiorentina, alla cui guida ritorna nel 2013. E’ stato presidente del Consiglio Nazionale dell’Alta Formazione Artistica e della Conferenza dei Presidenti e dei Direttori ISIA. Costante il suo impegno nella formazione ma anche nel dibattito sulla disciplina e sulla sua didattica. Ha curato mostre in Italia e all’estero, e pubblicato saggi su questi temi
  10.  Roma (1945), dove vive e lavora. Progettista di interni, designer e regista, dal 1975 al 1985 è stato docente all’ISIA di Roma (e all’Accademia di Belle Arti), direttore poi dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone. Ha svolto numerose esperienze di insegnamento all’estero
  11.  Padova, 1941. Architetto, dopo un’esperienza alla Facoltà di architettura di Pesaro, insegna in ISIA dal 1979 al 1986. Fonderà con Gianfranco Gasparini, a Reggio Emilia, l’Università del Progetto (esperienza che termina nel 2004)
  12.  Massa 1907 – Pistoia 1996. Pittore, incisore, scenografo
  13.  Cfr. ISIA-Memori, brochure pubblicata nel 1996
Questo articolo è stato pubblicato in AIS/Design Storia e Ricerche, numero 9 novembre 2017

Anty Pansera

Storica e critica dell’arte e del design, ha pubblicato numerosi studi sul disegno industriale e le arti decorative/applicate. Di particolare interesse le sue analisi sull’apporto al progetto delle donne/artigiane/designer. È socia fondatrice dell’Associazione D come Design, di cui è presidente. struzione di archivi, l’ideazione, progettazione e coordinamento di mostre e dei relativi cataloghi, di eventi, di convegni e concorsi, la progettazione e la realizzazione di prodotti editoriali. Docente all’Accademia delle belle Arti di Brera, è presidente dell’ISIA di faenza, membro del CDA della Fondazione Museo del Design della Triennale e del trustee della Design History Foundation.

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