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Enzo Frateili. I fratelli CASTIGLIONI, ovvero del design anticonformista

Riproponiamo l’articolo di Enzo Frateili “I fratelli CASTIGLIONI, ovvero del design anticonformista” pubblicato nel 1965 in Marcatrè, n 14-15.


La tesi di una possibile reincarnazione dell’arte pura nel design, nell’era della macchina, ammette implicitamente il presupposto di una osmosi diretta fra le due sfere di attività: plastico-figurative da un lato e tecnico meccaniche dall’altro. A parte la discutibile concezione del disegno industriale che una tale tesi comporta, ci sembra comunque eccessivo pensare ad un rapporto osmotico fra i due mondi ed ammissibile soltanto l’esistenza di sottili interrelazioni, mediate e complesse. E ciò perché è da una incontrollata interferenza fra i due campi che, a nostro avviso, nasce il clima favorevole allo styling e al formalismo; per cui, in definitiva, se si vogliono realmente evitare certi equivoci, conviene tentare, almeno ai fini metodologici, di circoscrivere le due sfere di attività. Chiarificatole in questo senso era il saggio di Tomàs Maldonado, apparso nel n. 7 di Ulm, nella ricerca di una distinzione fra “Design-Objekte” e “Kunst-Objekte”; una differenziazione dalla quale si può prendere spunto per vedere di puntualizzare una circostanza che è determinante e discriminativa fra i due casi: il momento cioè in cui, nel processo di concezione, interviene la forma. Si potrà allora constatare come nel caso dell’oggetto d’arte, tale processo implichi una prefigurazione della forma, mentre nel caso del prodotto, piuttosto una post-figurazione della stessa.


Le considerazioni sin qui svolte ci sembrano adatte per introdurre il discorso sull’opera e la personalità di due dei più noti designers italiani, proprio perché nel loro caso vediamo applicata quella giusta “design-philosophy” che nel processo creativo tende al rinvio dei problemi formali. Sono Achille e Pier Giacomo Castiglioni, architetti e pionieri in Italia del disegno industriale, che riflettono nel loro lavoro, in una multiformità di temi e di soluzioni, una condotta coerente di pensiero a base della quale sta un certo “sforzo di non dare la forma” (così dicono essi stessi, consapevoli in tal modo di sottrarsi ad un compito in fondo facile), per posporla ad una attenta vivisezione dell’oggetto da disegnare. Così da una ricerca; stimolata dalla curiosità verso sviluppi imprevedibili, sorgono impostazioni nuove che implicitamente predestinano un repertorio di forme collocabili fuori dagli standard correnti, nel regno dell’inedito. Il loro è un atteggiamento di reazione critica che si esercita attraverso gli interventi di disegno, in forza della carica di idee che contiene, e spesso in forme divertite e divertenti. Un episodio largamente ricordato fu lo stand che i Castiglioni allestirono alla Mostra “Colore e forme della casa d’oggi” a Como, raccogliendovi mobili e oggetti d’uso anonimi riproposti per la loro perfetta rispondenza (la bottiglietta di gazzosa, la vaschetta per bere in ghisa ed altri), completati con pezzi disegnati da loro e ricorrendo a curiosi innesti (vedi il sedile di lamiera di un trattore trasformato in sgabello molleggiato) o al suggerimento di una associazione mentale (vedi il televisore sospeso a saliscendi alla maniera di un vecchio lume), oppure proponendo soluzioni paradossali come la poltrona superimbottita che dalla forma elementare di un parallelepipedo allo stato di riposo, passa ad assumere la forma del corpo che riceve, solo quando la persona vi si siede.

La carica di humor, il sottofondo ironico, l’umorismo figurativo, prerogative mai fine a se stesse ma espressione di una ricerca polemica, caratteristiche del temperamento dei fratelli Castiglioni, sembrano, particolarmente con questi pezzi, condannare certi dogmatismi della funzionalità. Come nel caso della poltrona in tutta gommapiuma viene preso di mira il modellato “fisiologico” giustificato dalla comodità dimostrando come basti esaltare un altro aspetto del comfort, cioè la sofficità, perché la plastica anatomica perda ogni senso, cosi in altri oggetti vengono additate delle risposte giuste quanto utili alle necessità ergonomiche, quali esistono già in campi quasi ignorati dal disegno industriale o in oggetti del passato tuttora validi. Questa battaglia contro i tabù si svolge nei Castiglioni — questi enfants terribles dei nostro disegno industriale — verso direzioni opposte. Una è nel ripristino di forme passale e può essere esemplificata dal servizio di posate vincitore del concorso americano Reed and Barton, dove i designers si vollero riallacciare ai modi di una tradizione aristocratica, di una civiltà della tavola ben imbandita, rifiutando una esasperazione della funzione operativa, della riduzione a strumento della posata. Analoghi riferimenti ad un passato ottocentesco troviamo nella sedia Lierna forse per coincidenza formale conseguente a requisiti ben precisati: la spalliera stretta per agevolare chi serve, ed alta per regolare la positura diritta di chi siede; ne ciò ha impedito, in questo mobile come nella serie Camillo per la camera da letto, dove il gioco delle allusioni riporta addirittura all’ottocento neoclassico, di associare le linee tradizionali con l’impiego della tecnica attuale del compensato curvato. Dell’altra direzione è invece un esempio la poltrona Sanluca nella quale vengono utilizzati i processi di stampaggio della lamiera o della plastica, per realizzare una superficie portante da rivestire con l’imbottitura, il cui modellato — che è poi la letterale traduzione del profilo anatomicamente ottimo per il comfort (i due soli punti di contatto con la persona, nello schienale e nel poggiareni) – diventa inquietante soprattutto per lo svuotamento della parte posteriore con la controforma in vista del sedile. Sembra poi che la tecnica dell’illuminazione si ponga al servizio dei Castigtioni per fornire loro un repertorio di spunti scientifici. Superando l’uso convenzionalizzato delle schermature opache (contrario alle loro preferenze verso la piena visione della sorgente energetica) essi realizzano che l’abbagliamento è un fenomeno di relatività (rapporto di luminanza fra il corpo emittente e l’intorno immediato). Ne nasce una lampada a parete dove la lampadina stempera il suo bagliore sullo sfondo del disco parabolico ondulato riflettente. Un altro partito consiste nella eliminazione del calore irradiante dalla lampadina, principio da cui discendono nella lampada da tavolo Taccia — una semisfera diffondente e snodabile per semplice appoggio — le scanalature a flange di raffreddamento della base, e nel riflettore Thermos la calotta a doppia parete in alluminio. Anche la serie delle lampade disegnate per la Flos di Merano, dalla Arco con possibilità di avanzamento telescopico del gambo secondo una scattante parabola, al luminator Toio con il trasformatore al piede fungente da zavorra, muovono da dati tecnici sui quali si dirama il gioco inventivo nei termini della più disarmante funzionalità. Questa caratteristica di denuncia della funzione dalla quale ricavare partiti compositi vi si ritrova negli arredamenti dei Castiglioni; è il caso clamoroso del soffitto nella birreria-ristorante Splugen-Bräu con la messa a nudo degli impianti di condizionamento d’aria, di illuminazione e degli altoparlanti. Ne nasce uno spettacolo plastico, questa volta inseparabile da una componente di gusto (il richiamo allo stile della macchina paleotecnica quando i congegni erano in vista e quello vandeveldiano degli stalli) che impagina in uno spontaneo contrappunto dispositivo gli apparecchi e le tubazioni. In questo come in tutti i lavori di arredamento e negli allestimenti di mostre, in campi cioè dove l’inventiva dei Castiglioni non si applica più nel disegno per la serie, sopravvive però sempre una mentalità di designers. Infatti i primi, gli arredamenti, sono occasioni per sperimentare un modello, che poi diviene prototipo, oppure per utilizzare pezzi della migliore produzione di serie; i secondi per svolgere un tipico tema di comunicazione totale con il visitatore, dove nell’ambiente ricreato svolgendo un Leit motiv vengono utilizzati al massimo del loro rendimento i mezzi audio-visivi e luministici. Particolarmente nel campo degli apparecchi, esistono parti funzionali che sono, nella loro essenza operativa, dei modelli stabili, dette “costanti formali” (su cui perfezionamenti tecnici e tecnologici hanno quindi potuto sommarsi nel tempo) almeno finché i principi che li hanno generati non vengono superati. È un corretto design di ingegneria che i Castiglioni tendono a valorizzare a seconda dei casi (progettazione di apparecchi, di allestimenti od anche di arredamenti) includendolo quasi con una operazione di montaggio, nel contesto di opportuni interventi integrativi, dove non è escluso il gioco sui contrasti. Più che di retaggio di una estetica funzionalista, si tratterebbe qui di un fare impegnato alla obiettività in cui l’apporto personale, centrato più sulla incidenza dei concetti che sul lavorio sulla forma, si arresta al giusto punto dove arrivano principi ed esigenze tipiche dell’industria. Un discorso questo che si può anche proiettare nella sfera della distribuzione osservando come il cosiddetto “messaggio al consumatore” ravvisabile nei prodotti disegnati dai Castiglioni, sembri destinato a suscitare emotività del tipo prevalentemente intellettivo (quali può dare una sorpresa giocata sulla tecnica, il suggerimento ad un uso inconsueto, un innesto singolare, quanto insomma reagisce all’ordine costituito delle convenzioni) anziché del tipo sensoriale intese come allettamenti alla percezione visiva.

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