For the eyes and the mind: The exhibition theory of Bernard Rudofsky

The Austrian architect Bernard Rudofsky has regularly written about his work and the work of other designers, developing critical texts on the discipline of design, publishing essays and exhibition catalogues. He advanced his thoughts on design in his writings, and in his collaborations with the Museum of Modern Art (MoMA) in New York, he was able to experiment with his theories on exhibition design.

Starting from the significance and achievements of the discipline, the purpose of this research study is to recognize the role of Rudofsky in the development of the theoretical, critical and historical discourse on design, and in particular that original vision of his work which he defined as the Art of Display, relating it to the historical context and focusing on the lessons to be learned.


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Materiale Cibo: sperimentazioni su pane, pasta e zuccheri edibili

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Dal 10 al 12 ottobre 2014 i Corsi di laurea in Design dell’Università degli Studi della Repubblica di San Marino hanno partecipato ad “Operae”, festival del design indipendente di Torino, con la mostra Materiale Cibo: sperimentazioni su pane, pasta e zuccheri edibili, allestita presso gli spazi di Torino Esposizioni.

Materiale Cibo. Pane, pasta, zuccheri edibili, mostra dei Corsi di laurea in Design di San Marino ad “Operae” 2014. Foto: Nico Polidori.

“Materiale Cibo. Pane, pasta, zuccheri edibili”, mostra dei Corsi di laurea in Design di San Marino ad “Operae” 2014. Foto: Nico Polidori.

Il festival, alla quinta edizione, è pensato per stimolare occasioni di incontro, condivisione e approfondimento sui temi del design indipendente e dell’autoproduzione, proposti nei loro aspetti culturali, economici e sociali. La sezione espositiva, in particolare, affronta tali argomenti presentando una ricca selezione di prodotti volti a documentare il “saper fare” di designer italiani e internazionali, progetti in cui l’attenzione ai materiali e la riscoperta del know-how artigianale si misurano con l’uso delle più attuali tecniche produttive, l’autoproduzione e i nuovi modelli produttivi.  
Sollecitato dal periodo di cambiamento e transizione – in parte dovuto alla crisi economica e alla conseguente messa in discussione e riconfigurazione del mercato globale e globalizzato della grande industria –, il designer pare trovare oggi in differenti modi di produzione e distribuzione dei prodotti un diverso sistema di riferimento per i propri progetti che da un lato riconosce rinnovata importanza al pensiero e all’esperienza individuale, dall’altro introduce nuove modalità di lavoro e tipologie di spazi per la condivisione fisica e virtuale del progetto. Allontanatasi dal concetto di figurazione e confutata la prioritaria definizione formale dell’elemento, la ricerca nel campo del design ragiona quindi su modelli, strumenti e processi rivalutando, in particolare, specifiche competenze ed esperienze locali, tipiche del fare artigianale o del sistema della piccola e media impresa che contraddistingue il contesto italiano. Tale attenzione al “saper fare”, proiettata nella collettività, porta le esperienze do it yourself – nate dalla collaborazione di più specialisti –, ad essere pubblicate in rete dove trovano, oltre a condivisione e mercato, un ambiente open-source che nega al prodotto la propria unicità a favore di una declinazione e personalizzazione nei confronti del fruitore, chiamato in alcuni casi anche ad una partecipazione attiva.

L’indagine su queste direzioni del design contemporaneo, ovvero la riflessione sulle relazioni tra progetto, processo di produzione e società, riguarda tanto l’ambito professionale quanto quello universitario, il cui obiettivo è la formazione di persone capaci di intervenire criticamente in tutte le fasi del processo progettuale avendo piena consapevolezza del contesto contemporaneo.
L’università, centro di formazione, sperimentazione e ricerca, partecipa quindi generalmente a queste iniziative mostrando una selezione dei migliori elaborati di fine corso e progetti di tesi, consapevole però del fatto che, fin dall’esperienza a Weimar del 1923, esporre i lavori degli studenti delle scuole di design ha sempre voluto dire sottoporsi a un duplice rischio, perché da un lato esse creano una notevole aspettativa, dall’altro mostrano qualcosa in divenire e perciò gli esiti di un processo ancora incompiuto.
“Operae” è stata occasione per i Corsi di laurea in Design dell’Università di San Marino per presentare i risultati di alcune ricerche svolte durante i Laboratori di design del prodotto del primo anno e i Laboratori di tesi del terzo anno.

I progetti, inseriti in un contesto di riflessione più ampio e generale sulla filiera agroalimentare nel suo svolgersi e nel suo attuale ridefinirsi, ipotizzano la possibilità di lavorare sul cibo di consumo quotidiano – pane, pasta e zucchero – come materiale “progettabile” e “di progetto” su cui sperimentare a partire dalla rivisitazione e ridefinizione degli ingredienti e dunque dalla loro composizione, ragionando tanto sulla funzione quanto sulla soddisfazione degli utenti a cui si rivolgono. In questo caso, si introducono variabili di consistenza, odore e sapore, ma ancor più di corrispondenza ai gusti che caratterizzano la gastronomia locale e regionale italiana che, piuttosto di dedicarsi a soddisfare un’esclusiva élite di esigenti palati, trova il suo obiettivo nel comune e più allargato consenso.
Introdursi nei sistemi consolidati e apparentemente chiusi della cultura del cibo tradizionale italiano affiancandola o accompagnandola con un prodotto inedito significa misurarsi con la composizione come con lo studio di nuovi processi di trasformazione della materia-cibo, ma soprattutto con il comportamento che esso induce come creatore di senso del progetto.
Il prodotto prescinde dall’essere esclusivamente oggetto funzionale. “L’insegnamento – come sosteneva Achille Castiglioni, ripreso da Eugenio Bettinelli in La voce del maestro. Achille Castiglioni, testo pubblicato da Corraini nel 2014 – considera il progetto quell’attività che costituisce gli oggetti come strutture di relazione determinanti della qualità dei comportamenti. Si considerano positivamente i prodotti scaturiti da un’approfondita ricerca di progetto e da un’evidente attenzione per il ‘significato’ dell’oggetto: in particolare si considera, nella qualità dei rapporti umani e dei rapporti con l’ambiente, ciò che fa nascere relazioni d’affetto” (p. 23).
Così, all’accurata indagine sui processi produttivi artigianali e industriali della tradizione si affianca, in queste ricerche, la volontà di identificare il modo per realizzare un nuovo prodotto in grado di accompagnare, esaltandone le caratteristiche, uno specifico alimento della cultura regionale o locale e di ridefinire l’esperienza funzionale e multisensoriale della fruizione dello stesso.

Il tema di progetto diviene, ad esempio, determinare la composizione del più corretto impasto di farina e acqua e la morfologia dello stampo in cui cuocere il pane/tagliere per servire e apprezzare la grana del ciauscolo marchigiano, approntare un nuovo sistema modulare per assaggiare l’olio, trafilare grissini a sezione e impasto differenziati per accompagnare la degustazione dei differenti formaggi, o ancora testare come l’aria può combinarsi nel processo di estrusione del parmigiano ridefinendone il sapore oltre alla consistenza.
Il metodo progettuale adottato – chiaramente esplicitato in mostra dove su un grande tavolo, composto da otto cavalletti e tre lastre di cartongesso sono stati “apparecchiati” oggetti e relativi materiali informativi a raccontare esiti e processi – prevede, dopo le sperimentazioni sulla struttura della materia, nelle sue caratteristiche fisiche, meccaniche e formali, di affrontare lo studio della morfologia del prodotto che, strettamente legata al valore comportamentale che deve suscitare e dunque alla modalità di relazione che questi cibi instaurano con il consumatore-fruitore, deriva dalla composizione materica scelta e verificata ed, al contempo, dalla progettazione del processo produttivo più adeguato e degli strumenti esecutivi con i quali portarlo a termine.
L’iter di progetto media quindi le esigenze del fruitore, senza il quale il prodotto non troverebbe compiuta realizzazione, le verifiche sulla composizione del materiale, garanzia di qualità e buona riuscita del processo, con il progetto di un sistema di produzione semplice o semplificato perché possa essere approntato, sperimentato e impiegato direttamente dallo studente.
La verifica dell’effettiva realizzabilità, migliorata e resa più efficace nel corso dell’esecuzione dei prototipi, garantisce allo studente il controllo sul processo di produzione dell’artefatto che, almeno in piccole serie, può essere in grado di autoprodurre, sperimentando il questo modo una delle modalità che anche il festival propone come design indipendente.
Esibirsi ed esibire in mostra prodotti, modelli, progetti e processi è un’attività critica che comporta una messa in discussione degli autori e della scuola, ma rappresenta altresì, almeno per come è stata concepita in questo caso, la chiusura significativa di un esperienza didattica, in cui lo studente può osservare e capire come e se i risultati delle sue ricerche sono in grado di comunicare con il pubblico, attraendolo, incuriosendolo, stimolando domande o, semplicemente invogliandolo all’assaggio.

Ultima iniziativa espositiva dei Corsi di laurea in Design di San Marino, che negli ultimi anni hanno partecipato a varie manifestazioni come la Biennale di Venezia, il Salone del Mobile di Milano, il Bologna Water Design e la Biennale del disegno di Rimini, Materiale Cibo: sperimentazioni su pane, pasta e zuccheri edibili è stata curata da Riccardo Varini, Massimo Barbierato e Dario Scodeller con la collaborazione di Gianni Sinni per il progetto grafico – tutti docenti dei Corsi di laurea in Design –, e allestita assieme agli studenti.

Chiara Amatori, Vittorio Solleciti, Ex Novo, progetto sviluppato nel Laboratorio di fondamenti del design tridimensionale, docente: Massimo Barbierato. Foto: Nico Polidori.

Chiara Amatori, Vittorio Solleciti, Ex Novo, progetto sviluppato nel Laboratorio di fondamenti del design tridimensionale, docente: Massimo Barbierato. Foto: Nico Polidori.

Andrea Casali, Alessandro Moretti, San Brillo, progetto sviluppato nel Laboratorio di fondamenti del design tridimensionale, docente: Massimo Barbierato. Foto: Nico Polidori.

Andrea Casali, Alessandro Moretti, San Brillo, progetto sviluppato nel Laboratorio di fondamenti del design tridimensionale, docente: Massimo Barbierato. Foto: Nico Polidori.

Nico Polidori, Marche pasta, progetto di tesi sviluppato nel Laboratorio di tesi coordinato da Massimo Barbierato, massimo Brignoni, Riccardo Varini. Foto: Nico Polidori.

Nico Polidori, Marche pasta, progetto di tesi sviluppato nel Laboratorio di tesi coordinato da Massimo Barbierato, massimo Brignoni, Riccardo Varini. Foto: Nico Polidori.

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Dati

Materiale Cibo: sperimentazioni su pane, pasta e zuccheri edibili, Operae: Inependent Design Festival, Torino, 10-12 ottobre 2014, Torino Esposizioni.

Expo’sizioni

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Fra le problematiche che vedono attualmente coinvolti gli archivi di architettura e design, il tema dell’accessibilità da parte del pubblico rimane una questione ancora aperta a causa di una molteplicità di fattori, diversi ma interrelati: dall’eterogeneità dei materiali a quella dei sistemi catalogativi, fino alla mancanza di collegamento fra realtà archivistiche che si occupano di tematiche simili. Rispetto a tali carenze, tuttavia, il contesto della Rete sembra in grado di offrire un proficuo margine di intervento: al di là della semplice offerta di servizi di consultazione online, volta a incrementare la fruibilità di particolari collezioni o di specifici fondi documentari, gli archivi dedicati alle discipline del progetto hanno oggi l’opportunità di utilizzare Internet come veicolo privilegiato per reinterpretare la propria fisionomia istituzionale e le proprie tradizionali attività di conservazione, divulgazione e ricerca. Da questo punto di vista, una delle formule più valide e promettenti è individuabile nel modello dell’archivio digitale inteso come “aggregatore” di sistemi di risorse e conoscenze: tale approccio, improntato a favorire la diffusione ad ampio raggio di materiali e fonti d’archivio, si fonda sulla definizione di network collaborativi fra diversi giacimenti culturali e su un uso strategico delle modalità di registrazione, catalogazione e condivisione di contenuti intrinseche della Rete.

Nell’ambito delle iniziative recentemente intraprese in tale direzione, uno degli esempi più emblematici è rappresentato dal progetto Google Cultural Institute promosso da Google nell’ottica di accrescere l’accesso mondiale alla cultura attraverso la condivisione online di risorse digitali relative a materiali provenienti da archivi, musei e altri generi di istituzioni culturali di tutto il mondo: attivo dal 2011, ad oggi il portale contiene oltre 6 milioni di file, fra manoscritti, fotografie, video e riproduzioni di artefatti di varia natura, fruibili secondo formati di navigazione quali mostre ed esposizioni virtuali, database testuali e iconografici, tour digitali in Google Street View. Iniziative analoghe hanno preso il via anche per quanto riguarda la diffusione di contenuti più strettamente pertinenti all’ambito delle discipline progettuali. Per esempio, dal 2008 è online VADS – Visual Arts Data Service: coordinato dall’omonima unità di ricerca insediata presso la University of Creative Arts di Farnham, Surrey, questo portale consente di consultare la versione digitalizzata di oltre 120.000 documenti relativi ad argomenti di architettura, arti decorative e design conservati presso archivi pubblici e privati del Regno Unito, con approfondimenti critici e didattici elaborati a partire dal medesimo corpus di materiali. Nel 2013 è stato invece avviato Bauhaus Online: coordinato congiuntamente da Bauhaus Archiv BerlinStiftung Bauhaus DessauKlassik Stiftung Weimar – che costituiscono anche le realtà archivistiche da cui proviene la maggior parte dei materiali pubblicati – questo sito è un esperimento a metà strada fra l’archivio di carattere storico e la piattaforma di blogging, dove la pubblicazione di documenti e materiali originali costituisce il punto di partenza per un’ampia rilettura, dal respiro interdisciplinare e costantemente in fieri, delle esperienze che hanno segnato la vicenda della celebre scuola tedesca.

Anche in Italia, paese particolarmente ricco di testimonianze storiche e giacimenti culturali relativi alle discipline dell’architettura e del design, si è iniziato a guardare con interesse alle possibilità offerte dalla dimensione dell’archivio online. Un esempio recente è rappresentato dal portale Expo’sizioni – L’eccellenza dell’arte di esporre, coordinato dalla Fondazione Franco Albini e da ASAL Assoallestimenti (l’associazione delle aziende italiane che si occupano della fornitura di servizi nelle fiere, nelle mostre e negli spazi espositivi), e di cui è responsabile scientifico Giampiero Bosoni. Disponibile online da ottobre 2013, la piattaforma è volta a effettuare un’accurata ricognizione storiografica in merito a uno dei principali ambiti di sperimentazione nella storia del progetto moderno in Italia, quello della cultura dell’esporre: infatti, come dichiarano i promotori dell’iniziativa, per i progettisti italiani la pratica dell’allestimento ha rappresentato in molti casi “un’importante palestra in cui sperimentare tecniche e materiali, sentirsi liberi di mettere in discussione alcuni capisaldi del pensiero progettuale ed elaborare profonde riflessioni per giungere a soluzioni innovative”. Spesso, tuttavia, l’inestimabile eredità di questa tradizione tende a rimanere inaccessibile proprio in relazione al carattere temporaneo delle “architetture effimere”, la cui fruizione postuma può avvenire solo attraverso un confronto diretto con le relative fonti primarie. È questo il divario che Expo’sizioni aspira a colmare, progressivamente, attraverso un approccio “modulare” che prevede il caricamento online di un numero sempre maggiore di approfondimenti relativi a esperienze o realizzazioni emblematiche di quel “modo italiano di esporre” che ha fatto scuola in tutto il mondo, elaborati a partire da materiali appartenenti a realtà archivistiche dislocate e reciprocamente indipendenti.

Negli intenti dei curatori, per ciascuna delle opere scelte si potrà accedere a un’ampia galleria di documenti originali appositamente digitalizzati, come schizzi, disegni, commenti tecnici, lettere e fotografie, integrata da un commento critico volto a delineare il contesto storico e culturale dell’opera e a documentarne aspetti quali i temi progettuali degli allestimenti, le tecniche adoperate per realizzarli, le competenze professionali dei progettisti e delle imprese allestitive coinvolte. Sul sito (per accedere al quale occorre registrarsi, ma a titolo completamente gratuito) sono attualmente consultabili quattro schede di approfondimento relative ad altrettante esperienze seminali nell’ambito della cultura italiana dell’esporre, secondo una parabola che si snoda dagli anni dell’insediamento del regime fascista fino a quelli dell’avvento del boom economico: gli allestimenti, tutti sul tema dei tessuti, realizzati da Luciano Baldessari fra il 1927 e il 1936 in occasione di varie fiere svoltesi fra Barcellona, Monza e Milano; la Sala delle leghe leggere di alluminio Zama e la Sala del Piombo e dello Zinco progettate da Franco Albini nel 1941 per il Padiglione Montecatini in Fiera a Milano; le quattro edizioni della Mostra Nazionale della Radio e della Televisione che i fratelli Achille, Livio e Pier Giacomo Castiglioni allestirono a Milano presso il Palazzo dell’Arte fra il 1947 e il 1950; l’Esposizione Internazionale del Lavoro di Torino, curata nel 1961 da Gio Ponti e Giancarlo Pozzi in occasione delle celebrazioni del primo centenario dell’Unità d’Italia. Commentate da Giampiero Bosoni, le schede sono realizzate utilizzando materiali provenienti da una mezza dozzina di complessi archivistici (fra cui figurano, oltre a quelli intitolati all’opera dei singoli progettisti, il Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma e il Centro di Alti Studi sulle Arti Visive di Milano).

Oltre che attraverso il filtro delle opere selezionate, il portale Expo’sizioni è navigabile anche secondo varie ulteriori chiavi di lettura: la sezione “I progettisti” contiene le biografie degli autori dei progetti documentati all’interno dell’archivio principale, mentre “L’opera dell’allestitore” propone analoghi approfondimenti in relazione alle aziende di allestimento che collaborarono alla realizzazione delle medesime esperienze. Dalla sezione “Pubblicazioni” si ha inoltre accesso a una galleria di immagini riprodotte da cataloghi di mostre illustri e da brochure pubblicitarie relative all’opera di celebri imprese allestitive, con l’intento, in linea con l’impostazione generale del progetto, di fornire uno sguardo d’insieme sul tema della cultura dell’esporre mettendo a confronto diversi tipi di eccellenza. Sebbene attivo online solo da pochi mesi, il portale Expo’sizioni è dunque già in grado di offrire l’accesso a una gamma eterogenea e variegata di risorse, perlopiù inedite, o comunque altrimenti non immediatamente e agevolmente fruibili. E se, come prevedono i promotori del progetto, si riuscirà ad ampliare l’archivio al ritmo di dieci schede di approfondimento prodotte ogni anno, nel giro di non molto la piattaforma potrebbe risultare effettivamente in grado di delineare una panoramica estensiva e particolareggiata rispetto a un tema di fondamentale rilievo storico per le discipline dell’architettura, del design e della stessa museografia.

Per il momento, l’aspetto maggiormente critico del progetto risiede nella scelta di limitare notevolmente la possibilità, da parte degli utenti, di scaricare i materiali iconografici presenti sulla piattaforma: la maggior parte delle immagini è infatti fruibile unicamente attraverso gallerie impostate in modo tale da non consentirne il salvataggio, e quelle accessibili direttamente dal sito sono di qualità molto bassa, con il rimando all’archivio detentore per l’acquisto in alta risoluzione. Nella prospettiva di volersi affermare, oltre che come una semplice vetrina di documentazione sulla storia dell’esporre, anche come uno strumento in grado di sollecitare la produzione di ulteriori studi e ricerche sul tema, potrebbe avere senso valutare l’opportunità di rendere i materiali proposti sempre scaricabili, sia pur in bassa risoluzione, estendendo la possibilità di riutilizzarli a fini di ricerca anche a quelle fasce di utenti che, come nel caso di studenti o giovani ricercatori, non possiedano una disponibilità economica sufficiente per ricorrere con frequenza al loro acquisto.

In definitiva, fra le iniziative online volte a reinterpretare la dimensione dell’archivio, Expo’sizioni rappresenta indubbiamente un pregevole esperimento, i cui intenti di approfondimento e diffusione della cultura italiana del progetto appaiono piuttosto promettenti. Non solo: con una formula volta a incentivare sinergie fra realtà culturali e imprenditoriali profondamente diverse – archivi pubblici, fondazioni private, aziende allestitive, centri espositivi e istituzioni accademiche – il progetto sembrerebbe aspirare a riproporre, attraverso gli strumenti della Rete, un modello di progettualità condivisa fondato sulla commistione di differenti mestieri e competenze paragonabile a quelli attuatisi nel contesto delle più celebri e riuscite esperienze della tradizione italiana dell’esporre. Inoltre, aspetto tutt’altro che secondario, il portale ha il vantaggio di prendere il via in un momento in cui, rispetto a iniziative analoghe lanciate anche solo pochi anni fa, si è acquisito un livello molto maggiore di consapevolezza e controllo su processi e operazioni quali la digitalizzazione di materiali d’archivio, la condivisione di contenuti digitali, il coordinamento di network collaborativi online. Ci auguriamo che si tenga fede alle promesse e che, evolvendosi, Expo’sizioni si riveli uno di quei casi in cui l’impiego delle nuove tecnologie sia interpretato come una linea di partenza piuttosto che come un traguardo.