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Kitchens & Invaders, toward the design of “Ultracibi”

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L’edizione VIII del Triennale Design Museum si trova nella galassia di eventi che gravitano intorno ad EXPO Milano 2015, il cui tema noto è “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita” e per cui la Triennale di Milano rappresenta il primo padiglione aperto, una “Area tematica” culturale nel cuore della città, di pertinenza della grande manifestazione internazional-popolare del sito EXPO, ai margini della città stessa.
Data l’occasione generale e il tema basilare dell’Esposizione Universale, la Triennale di Milano, quale tradizionale “Palazzo delle Arti”, ha deciso di affrontare il ruolo del “Cibo” indagandolo nelle arti visive e plastiche, moderne e contemporanee, oltre a un preciso punto di vista sul design. “Arts & Foods. Rituali dal 1851” (fino al 1 novembre 2015) è il titolo della ricchissima mostra principale, che occupa 3/4 dell’intero edificio, curata e preparata da Germano Celant in anni di ricerche e riflessioni sul ruolo del cibo nell’arte e nella società. Tre grandi sezioni dividono gli ultimi 150 anni in tre tempi dilatati e in successione: tra la prima esposizione universale di Londra e le avanguardie artistiche di inizio novecento, tra il secondo dopoguerra e la pop art americana con relative influenze internazionali, e in conclusione un focus sulla contemporaneità più attuale e criticamente puntuale.
Alla fine di questa “grande abbuffata”, meticolosamente organizzata ma evidentemente sovrabbondante, si apre l’ultimo capitolo delle ricerche messe in campo dalla Triennale, ovvero la mostra “Cucine & Ultracorpi” (fino al 21 febbraio 2016) che si inserisce nel programma annuale del Museo del Design.
Seppur in stretta collaborazione con Silvana Annichiarico (Direttrice del Triennale Design Museum), la cura di questa mostra (nella mostra) è stata affidata nuovamente a Germano Celant, con la regia spaziale di Italo Rota che ne ha curato l’allestimento scenografico (con progetto grafico di Irma Boom), oltre a significative modifiche distributive in tutto l’edificio, che riconfigurano gli ambienti reinventandoli con nuovi percorsi che rendono tutto lo spazio integrato. La Triennale non è più un tradizionale contenitore di tante mostre ma è una grande dimora di un racconto continuo, avvolgente e molto strutturato.
Quindi, per parlare di design, era necessaria questa premessa ma è anche idealmente necessario partire dal fondo di questa avventura espositiva. Una grande esposizione artistica nella grande esposizione universale.

Gerardo Dottori, Sala da pranzo di Casa Cimino, Collezione privata, Archivio Gerardo Dottori, Perugia

Gerardo Dottori, Sala da pranzo di Casa Cimino, Collezione privata, Archivio Gerardo Dottori, Perugia

Filippo Tommaso Marinetti, Il poema del vestito di latte, a cura dell’Ufficio Propaganda SNIA Viscosa, Milano, Officina Grafica Esperia, 1937. Copertina illustrata a colori di Bruno Munari, Collezione Guido Andrea

Filippo Tommaso Marinetti, Il poema del vestito di latte, a cura dell’Ufficio Propaganda SNIA Viscosa, Milano, Officina Grafica Esperia, 1937. Copertina illustrata a colori di Bruno Munari, Collezione Guido Andrea

Tom Sachs, Nutsy’s McDonald’s, 2001, Vanhaerents Art Collection Brussels, Londra-Bruxelles, copyright of Tom Sachs

Tom Sachs, Nutsy’s McDonald’s, 2001, Vanhaerents Art Collection Brussels, Londra-Bruxelles, copyright of Tom Sachs

Partendo da una riflessione tra tradizione e modernità sull’ambiente domestico che più di tutti ha forse subito modifiche sostanziali nel corso dell’ultimo secolo, ovvero la cucina, si è provato qui a ipotizzarne uno stato dell’arte , aprendo a scenari futuri, tra futuristico e futuribile, per un racconto realizzato in assenza dell’alimento e in assenza degli oggetti per il consumo diretto.
La cucina è il luogo dove, nella casa, il corpo è più produttivo, dove è stato necessario nel corso della storia vedere la tecnica entrare (ed essere messa) in scena, a volte sottotraccia, inserita dentro arredi che la nascondevano, altre volte invece esibita, fino a vedere macchine, strumenti, oggetti, utensili al nostro servizio, per la preparazione di quel cibo che necessariamente tutti i giorni dobbiamo procurarci per alimentarci e sopravvivere.
Prendendo le distanze dalla tradizionale cucina artigianale a favore delle innovazioni della cucina industriale (mentre oggi si è anche alla riscoperta della cucina contadina o alla scoperta della cucina sperimentale) in questa mostra si racconta la storia degli elettrodomestici, gli elettroutili, ovvero quel preciso momento in cui l’elettrificazione degli strumenti e la miniaturizzazione dei motori ha iniziato a trasformare gli utensili manuali in piccoli automatismi di servizio per la lavorazione del cibo, sostituendo la forza manuale con la forza meccanica. Affettatrici, caffettiere, tostapane, tritarifiuti, cappe assorbenti, bollitori, miscelatori, gelatiere, frigoriferi, forni e microonde fino alla domotica più sofisticata, che si è sviluppata in modo esponenziale proprio partendo da quella Rivoluzione Industriale che affidava tutto il necessario alle macchine, dalla prima industrializzazione (1800), alla successiva rivoluzione tecnologica (1900), fino alla recente informatizzazione (2000).
Gli “elettrodomestici” hanno lentamente sostituito i “domestici”, diventando prima servi muti ed acquisendo, altrettanto lentamente, con l’intelligenza artificiale anche un proprio linguaggio e autonomia. La visione generale dell’oggetto è di tipo animista, dove lo strumento apparentemente inanimato, grazie alla tecnologia, diventa animato di vita virtuale propria, magari collegato in rete, in quella cosa che oggi stiamo iniziando a chiamare “Internet delle Cose”.
Ispirazione diretta e dichiarata è al mondo letterario con il riferimento al libro “L’invasione degli Ultracorpi”, testo fantascientifico del 1955 scritto da Jack Finney, e messo in scena nell’omonimo film di Don Siegel nel 1956, in cui alieni extraterrestri e invasori si confondono tra gli abitanti del nostro pianeta, assumendone le sembianze durante il sonno e attuando una rivoluzione interna e insidiosa per prendere il dominio sull’umanità.
Con questo riferimento immaginifico e con la sua relativa influenza cinematografica, la mostra “Cucine & Ultracorpi” testimonia il lungo inesorabile sviluppo degli strumenti usati nell’ambiente cucina, che da semplici utensili si sono lentamente trasformati in macchine tecnologicamente “intelligenti”, ultracorpi tecnologici, automi autonomi, invasori del nostro mondo, non solo aiuti pratici ma sostituti dell’uomo in molte pratiche del cucinare che si prendono cura della conservazione e lavorazione del nostro cibo.

Marco Prizzon, Fifty, Prizzon-Arcom, 1950

Marco Prizzon, Fifty, Prizzon-Arcom, 1950

Virgilio Forchiassin, Spazio Vivo, 1968, Snaidero Rino SpA, Udine

Virgilio Forchiassin, Spazio Vivo, 1968, Snaidero Rino SpA, Udine

L’allestimento della mostra rappresenta un universo casalingo sorprendente, rievocando paesaggi meccanizzati, utilitaristi quanto alieni, sottolineando anche tematiche comiche, ironiche o inquietanti del rapporto tra “essere umano” e “essere macchina”.
Si tratta di una vera e propria messa in scena di sequenze tematiche fatte con istallazioni complesse, divise secondo un preciso percorso che scompone la sinestesia in capitoli didascalici e attraversa gli “elementi della natura e i sensi del corpo”, e che parte con la messa in guardia dai pericoli per l’uomo (sapendo che gli incidenti domestici avvengono soprattutto in cucina).
Ci accoglie la “Satellite Kitchen” di Luigi Colani (1969) che fronteggia un esercito dispiegato di frigoriferi semiaperti, per poi essere condotti, attraverso un tunnel che ospita un innumerevole raccolta di allarmi da cucina, nella prima delle stazioni. In sequenza, poi, si trovano grandi macchine sceniche indipendenti che parlano prima di Acqua, ovvero il ghiaccio e il freddo per la conservazione con i frigoriferi; di Fuoco, ovvero il calore come strumento principale per cucinare con i forni; di Terra, ovvero il tema dei rifiuti e del loro smaltimento con la reintegrazione nell’ambiente con le compostiere; di Aria, ovvero la necessità di purificazione degli ambienti dagli odori con ventole e cappe filtranti.
Successivamente, rimanendo invariato il linguaggio scenico di grandi e puntuali istallazioni interattive, si affrontano i Sensi attraverso il tema del Suono, con una concerto di rumori elettrodomestici proveniente da un teatrino (con colonna sonora di fondo composta dal designer musicista Lorenzo Palmeri); dell’Environment, con un omaggio al grande Ettore Sottsass e i suoi moduli esposti a New York nel 1972; del Tagliare& Mixare, con un totem semovente che ospita tutti gli strumenti del caso; dell’Aroma, con un grande box contenitore caffettiere di ogni foggia; chiude la sequenza di istallazioni una grande sfera che ospita una visione cosmonautica della Minikitchen di Joe Colombo (1963).

Ambrogio Pozzi, Servizio impilabile CONO, Environement Pierre Cardin-Franco Pozzi, 1969, DDD Collection, Genova, Courtesy Vittorio Dapelo

Ambrogio Pozzi, Servizio impilabile CONO, Environement Pierre Cardin-Franco Pozzi, 1969, DDD Collection, Genova, Courtesy Vittorio Dapelo

Joe Colombo e Ambrogio Pozzi, Set prima classe Alitalia, 1970-1972, courtesy Alessandro Pedretti Design Collection

Joe Colombo e Ambrogio Pozzi, Set prima classe Alitalia, 1970-1972, courtesy Alessandro Pedretti Design Collection

Gaetano Pesce, Pescecappa, Elica, 2009

Gaetano Pesce, Pescecappa, Elica, 2009

Uscendo si attraverso un ultimo spazio, estraniante, luogo di una performance “La Cucina. Luogo di passione” ideata da Gaetano Pesce per gli studenti del Laboratorio di teatro dell’Università IULM coordinati da Bruno Bigoni e Elisa Bottiglieria. Gaetano Pesce ha proposto una riflessione sulla cucina contemporanea intesa come “centro nevralgico di passione, creazione e sperimentazione” con ribaltamento del punto di vista. Si osserva dal basso verso l’alto, da sotto, un soffitto che è un pavimento trasparente e su cui degli attori muovono elementi ingigantiti e paradossalmente figurativi: una grande bistecca, un grande salame, una grande fetta di pane e così via, si trasformano in arredi per una cucina abitata.

Un po’ storditi da tante suggestioni, si rimane sicuramente impressionati da questa storia del design, così preciso e così utile tanto da chiederci proprio il senso contemporaneo di quel soggetto che volutamente non è messo in gioco nella mostra: il cibo.
Come la tecnologia ha velocemente cambiato i corpi inerti per la preparazione del cibo, e sta cambiando i nostri corpi con l’uso sempre più prevedibile di protesi informatiche, arriverà presto a cambiare anche gli alimenti. Con le biotecnologie, gli OGM, le sofisticazioni più tecniche, è un futuro molto possibile e molto vicino. Si parla sempre più spesso di “Smart food” e nella cronaca contemporanea non è difficile leggere di bistecche sintetiche, involucri commestibili, cucina molecolare, oltre agli integratori che sono già parte consolidata della nostra alimentazione.
Con la speranza che il cibo non possa mai diventare una forma di alienazione, chiudiamo questo scritto con una domanda che sorge spontanea: è questa mostra una ragionevole premessa per capire il percorso inesorabile dagli Ultracorpi agli Ultracibi?


dati:

Arts&Foods. Rituali dal 1851, Triennale di Milano, 9 aprile – 1 novembre 2015

Cucine&Ultracorpi, Triennale di Milano, 9 aprile 2015 – 21 febbraio 2016

riferimenti bibliografici:

Arts&Foods. Rituali dal 1851, catalogo della mostra, a cura di G. Celant, Electa, Milano 2015

Cucine&Ultracorpi, catalogo della mostra, a cura di G. Celant e S. Annichiarico, Electa, Milano 2015

Questo articolo è stato pubblicato in AIS/Design Storia e Ricerche, numero 5 speciale expo

Matteo Pirola

Architetto e PhD in Architettura degli Interni e Allestimento. Docente di Architettura e Design presso il Politecnico di Milano, scrive per l’editoria e svolge attività di ricerca e critica sulla contemporaneità di Arte, Progetto, Architettura.

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