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Costellazioni

Quando, qualche anno fa, è nata l’Associazione Italiana degli Storici del Design, avere una rivista dedicata alla ricerca storica era sembrato il più necessario e al tempo stesso il più irraggiungibile dei traguardi. Necessario, perché di fronte a un panorama culturale sempre più evanescente, a un sistema universitario e della ricerca sottoposto a una continua erosione di risorse, a una flagrante perdita di prestigio della figura dell’intellettuale – e dello storico in particolare – ci pareva che una rivista avrebbe potuto essere almeno un punto di ancoraggio per quanti si dedicano, fuori e dentro l’università, alla ricerca storica. Traguardo irraggiungibile, invece, per le evidenti difficoltà economiche e organizzative nell’affrontare un’impresa ‘controcorrente’, anche perché onerosa dal punto di vista dei costi, ma soprattutto da quello dell’impegno e della continuità nel lavoro richiesto.

Compressa sin dall’inizio fra queste due evidenze, l’idea della rivista ha invece piano piano preso corpo, fino all’uscita di questo primo numero, grazie anche alla concomitanza di diversi fattori: la relativa facilità nel realizzare un prodotto editoriale online; la spinta alla creazione di strumenti di qualità per rispondere ai nuovi criteri di valutazione scientifica nell’università; la presa di coscienza che in Italia mancano sia una solida tradizione di ricerca storica nel campo del design, sia i supporti che ne veicolino i risultati; la forza di un gruppo ormai consistente di studiosi giovani e meno giovani che tentano di far fronte a questa situazione e di realizzare un prodotto editoriale all’altezza degli standard internazionali (ci stiamo attrezzando perché la rivista già dal prossimo numero abbia un comitato di referee che valuti i contributi e ci garantisca così l’accreditamento). Sono questi studiosi e designer che con generosità hanno consentito alla rivista di iniziare a vivere la sua esistenza digitale e culturale. E che pubblicamente ringrazio.

Dopo queste considerazioni realistiche, forse persino prosaiche, vorrei ora illustrare i tratti salienti della fisionomia che vogliamo dare a AIS/Design. Storia e ricerche, a partire da un presupposto essenziale: la rivista intende essere la voce della ricerca storica sul design secondo i parametri della tradizione scientifica, dunque non una semplice registrazione di eventi o fatti della storia, né una passerella puramente celebrativa, ma una puntuale e verificabile ricostruzione critica, basata sulle fonti e dotata di caratteri di originalità. Per questo ospiterà volentieri testi che rileggano in modo nuovo personaggi ed eventi troppo iconizzati, che propongano finalmente temi poco o per nulla esplorati, che provengano da ricerche sviluppate in altre parti del mondo (anche per andare oltre, arricchendolo, al filone anglofono della storia del design che è stato fino a pochi anni fa assolutamente dominante). Su questa linea ci è parso importante ripubblicare fra i saggi di questo primo numero un testo di Vanni Pasca uscito in occasione del I Convegno Internazionale di Studi Storici sul Design organizzato dal Politecnico di Milano nel giugno 1991. Come potrete leggere, i problemi posti allora risultano così attuali da farci amaramente riconoscere che in questi oltre vent’anni poco è successo in Italia nel campo della storia del design.

I testi pubblicati sono suddivisi in tre diverse categorie. i Saggi, le Ricerche e le Microstorie. La tripartizione, che non è intesa come un gerarchico ordine d’importanza, vuole definire spazi diversi: uno per il dibattito più largo sulle tematiche cruciali della storia in rapporto alla cultura del design, alla sua pedagogia, alle sfide portate dalle tecnologie digitali al nostro campo di studi, e molte altre ancora (i Saggi); un secondo per i risultati di indagini storiche di ampio respiro che raccontano vicende, personaggi, periodi, eventi, artefatti, teorie, ecc. sulla base di ricerche originali (le Ricerche); il terzo, infine, per la documentazione di episodi poco noti, che aprono spiragli di ricerca inaspettati a partire da questioni apparentemente minori. Non microstorie perché storie piccole, ma perché ancora sommerse, in grado tuttavia di comportarsi come le piccole onde che increspano la superficie e talvolta preludono a un gran sommovimento d’acque.

Si alterneranno numeri a contenuto monografico, per consentirci di andare a fondo su argomenti specifici, e numeri miscellanei che avranno l’altrettanto decisivo compito di aprire a ventaglio lo sguardo su filoni e temi diversi, anche lontani fra di loro. Si darà spazio tanto ai settori più antichi e consolidati, quanto alle aree di interesse più recente. Si colloquierà con discipline limitrofe, come la storia d’impresa, dell’arte, della cultura materiale e altre ancora, stimolando confronti e assonanze. Insomma, la rivista intende mantenersi aperta e molteplice, come aperto e molteplice è il campo del design, nelle sue numerose sfaccettature.

Ciò non significa però vagare nella proverbiale indifferenziata notte in cui ‘tutte le vacche sono nere’, in cui ‘tutto è design’. E cioè nulla lo è. Apertura non significa dunque perdersi in una nebulosa di cui si spostano di continuo i confini perdendo di vista l’area di pertinenza del design, espandendo la sua giurisdizione su territori altrui, dilatando a ritroso i tempi della sua nascita, come se fossimo incapaci di confrontarci con la sua identità storica, disconoscendola continuamente. Apertura significa – con le parole di Siegfried Giedion – essere consapevoli che i fatti che sottoponiamo al vaglio storico sono “come le costellazioni degli astri. Lo storico non può tracciare il corso degli avvenimenti come l’astronomo. Ma ha un punto in comune con lui: che continuamente emergono nuove costellazioni e mondi prima invisibili. E come l’astronomo deve rimanere eternamente al suo posto di osservazione” (1967, p. 11).

Pur nella mutevolezza degli eventi, la permanenza del ‘posto di osservazione’ è dunque essenziale per ogni buona pratica storica anche se, da contemporanei, facciamo volentieri a meno della nozione di eternità.
 


  

Bibliografia

Giedion, S. (1967). L’èra della meccanizzazione. Feltrinelli: Milano.

Questo articolo è stato pubblicato in AIS/Design Storia e Ricerche, numero 1 marzo 2013

Raimonda Riccini

Raimonda Riccini è professore ordinario all’Università Iuav di Venezia, dove coordina il curriculum in Scienze del design della Scuola di dottorato e il gruppo di ricerca Design e Museologia. Dal 2013 è direttore della rivista on line “AIS/Design. Storia e Ricerche”, organo dell’Associazione italiana degli storici del design, di cui è co-fondatore e attuale Presidente. Ha ideato e curato il Forum nazionale dei dottorati in design (Venezia 2013, 2016, 2017). Suoi libri sono entrati nella selezione finale per il premio Compasso d’Oro, rispettivamente nel 2013 e nel 2014. Di recente ha pubblicato “Il progetto senza storia? Le scienze umane nella didattica delle scuole di design”, in Storia hic et nunc: La formazione dello storico del design (a cura di P.P. Peruccio e D. Russo, Allemandi 2015); ha curato (con P. Proverbio) Design e immaginario. Oggetti, immagini e visioni fra rappresentazione e progetto (Il Poligrafo 2016) e Angelica e Bradamante. Le donne del design (Il Poligrafo 2017), frutto dei lavori dell’ultimo convegno nazionale di AIS/Design.

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