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Due libri sulla relazione tra design e mondo della produzione

Giulio Castelli, Paola Antonelli, Francesca Picchi (a cura di), La fabbrica del design. Conversazioni con i protagonisti del design italiano, Milano: Skira, 2007. 408 pp. ISBN 978-8861301443. € 30,00

Chiara Alessi, Design senza designer, Roma-Bari: Laterza, 2016. 128 pp. ISBN 978-8858122181. € 13


castelli+alessi

Nove anni intercorrono tra la pubblicazione di La fabbrica del design. Conversazioni con i protagonisti del design italiano (2007), curato da Giulio Castelli, Paola Antonelli, Francesca Picchi ed edito da Skira, e Design senza designer (2016), di Chiara Alessi, appena pubblicato da Laterza.
Ad accomunarli, oltre al metodo di lavoro – un’indagine basata su interviste – è la scelta di rivolgere l’attenzione ad uno degli aspetti meno conosciuti del design italiano.
Nel caso de La fabbrica del design l’obiettivo di Giulio Castelli era quello di “raccontare sessant’anni del design italiano attraverso la voce dei suoi imprenditori” (p. 7), di coloro che avevano realizzato (e spesso contribuito a concepire) i prodotti. Nelle cinquanta interviste che compongono il libro, realizzate nell’arco di un decennio tra la metà degli anni novanta e il 2005, Castelli è tutt’altro che un asettico indagatore e palesa le sue opinioni, passioni e persino ritrosie. Dopo essersi sottoposto per primo al rito dell’intervista da parte della Picchi, in quanto capostipite degli imprenditori del design, il fondatore di Kartell inizia una sorta di peregrinazione, nella quale rievoca e si fa narrare la genesi, i passaggi di mano, le prospettive per il futuro di 27 storiche aziende del furniture design italiano.
L’intervista, come strumento d’indagine storica, è efficace quando l’intervistatore conosce a sua volta i fatti e li può confutare o chiedere di precisarli. Nel libro Castelli, assistito da Antonelli e Picchi, guida i propri interlocutori sul filo di un racconto che risulta essere, alla fine, la sua storia del design italiano. Una sorta di backstage che rivela, da dietro le quinte, come sono nati i prodotti, quale ruolo hanno avuto i designer e quale gli imprenditori, confermando, fra l’altro, l’importante funzione per lo sviluppo del design giocata dalla distribuzione all’inizio degli anni sessanta.
Al di là degli aspetti aneddotici, capire quanto e in che modo le fabbriche siano state frequentate dai designer, aperte alle loro idee e ai loro contributi, sapere quanto gli imprenditori siano stati disposti a rischiare nella sperimentazione, per istinto, per puro spirito di scommessa o per innamoramento, aiuta a ricostruire una parte della storia del design rimasta quasi sempre nell’ombra.
Castelli però è un intervistatore speciale: conoscendo molto bene il design e sapendo com’è fatto un prodotto, si permette di incalzare amichevolmente i suoi interlocutori. Ad Ernesto Gismondi, ad esempio, dopo averne lodato le qualità imprenditoriali di “verticalizzatore” delle sue organizzazioni, chiede: “Sei d’accordo con me che Selene sia sbagliata dal punto di vista tecnologico? È come fare un pollaio in cemento armato” (p. 154). E Gismondi deve ammettere che “alla fine costava veramente troppo” (p. 154). A Roberto Poggi, parlando della sedia Luisa, domanda: “Posso fare un ragionamento un po’ da ingegnere? Secondo te l’idea di fare l’incastro nel punto di maggiore sforzo, dal punto di vista costruttivo, è una cosa giusta?” (p. 395). E Poggi si difende prontamente: “Sì. E ti spiego perché. Se realizzi due incastri nel legno e li risolvi con due spine, la reazione è totalmente assorbita dalle spine. Se invece gli incastri sono dentellati, la reazione è data dalla somma delle superfici degli incastri” (p. 395). Magistretti e Albini, i rispettivi progettisti delle sedute, non sono citati in queste riflessioni tra Castelli e i suoi amici, come se fossero questioni che, da sempre, fossero stati abituati a risolversi da soli.
Tra i segni di declino della tradizione industriale del design italiano, Castelli sottolineava allora la trasformazione delle aziende da product oriented a marketing oriented, in cui la capacità di visione dell’imprenditore abdica all’analisi del cliente e dei consumi.
Ne derivavano alcuni dilemmi (tra cui la delocalizzazione) da cui il design del nostro paese fatica ancora districarsi e che Castelli sintetizzava parlando di una “sensibilità per la qualità che abbiamo noi, anche in lavorazioni semplici come quella delle plastiche. In Italia abbiamo un know how che non si riesce a trasferire. […] In Italia abbiamo i distretti, in altri paesi no”. (p. 168)

A quasi dieci anni di distanza, il libro di Chiara Alessi riprende idealmente il testimone di quelle interviste e cerca di rimettere a fuoco una situazione divenuta, nel frattempo, molto più complessa, riannodando il filo delle riflessioni sulla manifattura e il produrre in Italia, facendo il punto sulla questione dei distretti e ragionando anche di artigianato, distribuzione e comunicazione.
Pur avendo frequentato e respirato fin da adolescente in famiglia lo “spirito di fabbrica”, Chiara Alessi fa la giornalista, e giornalistico è il suo approccio all’indagine. Design senza designer è un reportage sulla condizione attuale del design italiano visto “dall’altra parte”.
Parlando di design senza parlare di designer (questa la chiave di lettura del titolo che si presta, altrimenti, a essere facilmente frainteso), la Alessi cerca di dare voce a quegli artefici che, a vario titolo, ruotano attorno al mondo della produzione, focalizzandosi sugli “altri” mestieri collegati al design. Il carattere di saggio-inchiesta ha il vantaggio della “presa diretta” e il limite che la voce dell’autrice risulta spesso in secondo piano rispetto a quelle a cui la ricerca dà spazio.
L’uscita del libro è stata anticipata dal video-documentario Viaggio per luoghi comuni e mestieri speciali, curato dalla stessa Alessi e presentato lo scorso settembre a Milano design film festival 2015, nel quale sono montati frammenti di interviste in un alternarsi di location tra laboratori, studi e fabbriche. Leggendo in parallelo il documento filmato e il libro si coglie lo sforzo compiuto: mentre dal video trapela soprattutto l’amarezza degli artefici per la difficoltà a districarsi nel mondo della competizione globale, il libro cerca di volgere in positivo i problemi e le osservazioni raccolti. Questo suo atteggiamento di ricerca, che mescola la speranza per una rinascita del design italiano a una sana disillusione, è tipico delle nuove generazioni di designer a cui la Alessi ha dedicato il suo precedente libro, Dopo gli anni Zero. Il nuovo design italiano (Roma-Bari: Laterza, 2014), dove racconta le trasformazioni delle aspettative e delle opportunità della professione del designer.
Design senza designer dipana invece un viaggio per luoghi comuni e mestieri speciali in un percorso in cui si ricuciono alcuni frammenti di un’Italia che, come scrive l’autrice, “fatica a trovare una nuova configurazione produttiva” (p. 26). Da Carate Brianza (Secostampi-Plastamp) a Giussano (Erreplast), a Cantù (Riva 1920), passando per la val Camonica (Creacemento), fino al distretto friulano della sedia di Manzano, per ridiscendere nell’Emila della ceramica di Fiorano Modenese (Mutina) e oltre ancora, il paesaggio della produzione mostra il proprio carattere resiliente e adattativo. Anche se nella lettura dei territori sfuggono all’autrice alcune sfumature (nel parlare, ad esempio, di Kristalia di Prata di Pordenone, non si fa alcun accenno al fatto che in quel distretto Ikea abbia uno dei maggiori centri di produzione europei), le voci degli interlocutori mettono in rilievo alcune questioni non trascurabili; anche rispetto al ruolo che il progetto potrebbe ancora avere il questa variegata nuova geografia della produzione, nella quale anche le start-up dell’artigianato digitale hanno la loro ragion d’essere nel tentativo dei figli di trovare la propria strada rispetto al modello industriale praticato dai padri.
Il libro si chiude con un capitolo dedicato al rapporto tra comunicazione, critica ed editoria del design. Ciò che l’autrice si chiede, per chiudere, è come mai in Italia, dove vengono pubblicate quasi la metà delle riviste di settore di design e architettura nel mondo, si fatica a sviluppare un approccio critico nei confronti del design? Le risposte sono molteplici (e la nostra rivista, da parte sua, ha dedicato lo scorso numero monografico al tema delle scritture sul design, ricostruendone l’intreccio di ragioni storiche e qualità letterarie), ma il nodo sembra essere nella frattura tra il modo in cui del design si parla è ciò che il design e la sua produzione realmente sono. Una frattura tra cultura e lavoro, tra arte e tecnica, che neppure il superamento dell’idealismo, nel secondo dopoguerra, è riuscito a sanare.
Chiara Alessi ricorda la lettera indirizzata da Gaetano Pesce, nel 2010, all’allora Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, nella quale lo pregava di promulgare il discorso d’inizio anno da dentro una fabbrica, come “formidabile segnale”. Pesce, come si legge nel libro di Castelli, ha frequentato a lungo le fabbriche del design. Quand’era giovane Cesare Cassina gli passava un mensile per “fare ricerca”, senza pretendere nulla di preciso in cambio. E soprattutto senza farlo sapere ai propri fratelli. Quanti imprenditori sarebbero disposti a farlo oggi?

Questo articolo è stato pubblicato in AIS/Design Storia e Ricerche, numero 7 maggio 2016

Dario Scodeller

Dario Scodeller è professore associato presso il Dipartimento di architettura dell’Università degli studi di Ferrara. Architetto, formatosi all’Università Iuav di Venezia, e storico del design, si è occupato attivamente, come progettista, di lighting, exhibit e retail design. Ha insegnato dal 2005 al 2015 nel Corso di laurea in Disegno industriale dell’Università degli Studi della Repubblica di San Marino/Iuav di Venezia, in cui è stato ricercatore dal 2012 e dove nel 2014-15 ha diretto il Corso di laurea triennale in Design. Ha insegnato alla Facoltà del design del Politecnico di Milano, ai Master in Lighting design dell’Accademia di Brera e al Corso di laurea in Architettura dell’Università di Udine. Ha pubblicato le monografie Livio e Piero Castiglioni, il progetto della luce (Electa, Milano 2003); Negozi, l’architetto nello spazio della merce (Electa, Milano 2007); Gaddo Morpurgo, pensieri, progetti, ricerche (Foschi Editore, Forlì 2008), Design spontaneo (Corraini 2017). Le sue indagini e riflessioni critiche sul design sono pubblicato sulle riviste: Casabella, Flare, Licht & Architektur, Abitare, Domus, Luce & Design. Ha diretto l’ufficio di retail design di Coin dal 1998 al 2001 ed è stato consulente di Fabrica (il centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton Group) per i progetti espositivi.

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