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Design Is One: The Vignellis

posterDocumentario, colore, 86 minuti (USA, 2012; resto del mondo, 2013-2014)
Regia: Kathy Brew, Roberto Guerra

Nel 2008 Massimo e Lella Vignelli donarono il loro archivio al Rochester Institute of Technology, che oggi lo custodisce in un centro studi sul design appositamente costruito e intitolato ai Vignelli. Il progetto del centro studi rappresentò un’occasione per realizzare una lunga intervista ai due designer. Su suggerimento di Massimo Vignelli, il progetto venne affidato a Roberto Guerra. Nato a Lima nel 1942, Guerra vi si laureò in ingegneria prima di spostarsi a Parigi, dove visse buona parte degli anni 1960 a Parigi praticando cinema verità, una corrente di cinema documentaristico che privilegiava immediatezza e improvvisazione a scapito di scrittura e progetto. Guerra aveva già filmato un profilo sui Vignelli nel corso della sua carriera di regista e realizzatore per la televisione. A Guerra si associò dall’inizio la co-regista Kathy Brew. I due hanno formato un sodalizio durato quindici anni.

set photo by John MadereMassimo Vignelli nacque a Milano nel 1931. A 22 anni, da studente di architettura, iniziò a disegnare oggetti in vetro per Venini e a lavorare come grafico su commissione. Le principali fonti per il suo linguaggio progettuale sono state due. Da un lato il modernismo svizzero e la centralità della griglia. Dall’altra lo Studio Boggeri, uno dei primi studi di grafica in Italia a preferire tecniche di costruzione moderniste all’illustrazione, oltre che a lavorare all’intera immagine coordinata dei clienti. Nel 1957 Vignelli sposò l’architetta Lella Valle, con la quale ha condiviso anche l’intera carriera. Dopo alcune brevi esperienze negli Stati Uniti, Massimo e Lella vi si trasferirono stabilmente a metà degli anni 1960, prima a Chicago e poi a New York. Massimo fu uno dei fondatore dello studio Unimark (1965-1977), e ha creato l’immagine coordinata di clienti come American Airlines, Ford, Gillette, e Knoll. I Vignelli aprirono il loro studio a New York nel 1971. Fra i progetti realizzati dallo studio Vignelli, uno dei più citati negli ultimi anni è certamente uno dei primi, quello della metropolitana di New York, iniziato nel 1972. Massimo Vignelli, forte anche dell’esperienza fatta da Bob Noorda (altro membro di Unimark) con la metropolitana di Milano Linea 1, si impegnò a riprogettare e regolarizzare l’eterogenea segnaletica della metropolitana newyorkese, che si era stratificata nel corso di molti decenni. I designer lottarono duramente per vincere la resistenza del dipartimento di segnaletica interno all’agenzia per il trasporto pubblico newyorkese, formata da illustratori e artigiani, ognuno con il suo stile e la sua maniera. La storia è stata raccontata in un bel libro di Paul Shaw del 2011, Helvetica and the New York City Subway System: The True (Maybe) Story. Meno felice la storia della mappa, in realtà un diagramma perfetto che però non vide la fine del decennio e finì per essere sostituita con il gomitolo di linee e i profili pseudo-geografici della mappa in uso oggi.

Il progetto originario della lunga intervista si è dilatato nel tempo, e alla fine sono state filmate circa quaranta ore di colloqui e vita quotidiana nel corso di quasi sei anni, dal 2006 al 2012. A Dicembre 2014 è stato pubblicato il dvd del documentario con undici corti che non avevano trovato spazio nel montaggio finale. Si ha quasi l’impressione che se la stanchezza dei protagonisti non fosse prevalsa, le riprese avrebbero potuto continuare. Roberto Guerra è venuto a mancare a gennaio 2014, poco più di anno dopo la prima visione del film. Massimo Vignelli invece è morto a maggio dello stesso anno. Il ritmo del progetto, rarefattosi, ha dato modo a Guerra e Brew di riproporre alcuni tratti del linguaggio stilistico proprio del cinema verità. Il montaggio finale è una serie di quadri in cui vediamo i Vignelli presi dalle loro faccende quotidiane. Seduti in silenzio al lavoro fra i mobili da loro progettati. Mentre aprono un fascio di fiori freschi per accomodarli in un vaso. Mentre preparano la pastasciutta servendola nelle stoviglie Knoll da loro disegnate. Massimo e Lella vestono sempre di nero, portano gioielli geometrici di loro invenzione, punteggiano le loro massime con risate e sorrisi, ma sono serissimi.

A questi quadri si intrecciano frammenti delle conversazioni con i Vignelli e con altri personaggi che i documentari sul design degli ultimi cinque anni ci hanno resi familiari. Una lista incompleta: Paola Antonelli, Michael Bierut, Milton Glaser, Peter Eisenman, Steven Heller. Ci sono movimentate scene di strada newyorkesi in cui vediamo l’onnipresenza e la resilienza dei logotipi progettati dai Vignelli. Gli altri progetti passano rapidamente in rassegna in video in sequenze ritmate da una musica per cello solo. C’è un momento particolarmente intenso, uno degli ultimi girati, quando i Vignelli già provati lasciano l’empireo del loro appartamento e, vestiti pesanti cappotti, visitano St. Peter’s Church sulla Lexington Avenue. La chiesa è la loro opera d’arte totale. I due designer siedono contriti sulle panche del tempio, mostrano i singoli dettagli del loro lavoro, dall’identità grafica con il carattere Optima, ai calici per la liturgia, fino all’arredamento ingegnosamente progettato per offrire diverse configurazioni dello spazio.

È questa la cifra del lavoro e della vita dei Vignelli che i registi hanno voluto offrire. Le discipline del progetto sono una cosa sola. In questo, come nel resto del film, la visione dei Vignelli, l’immagine che loro vogliono progettare di sé è sempre assecondata con grande rispetto, senza che i registi covino il più minimo dubbio. Alcuni dei recensori del film non hanno potuto fare a meno di confrontare più o meno implicitamente il lavoro di Guerra e Brew con i film privi di sbavature formali di registi come Gary Hustwit. È pure vero che molti si sono abituati all’entusiasmo di Massimo Vignelli proprio attraverso il documentario Helvetica. Eppure, più o meno consapevolmente, è proprio nel contrasto fra la disperata eleganza formale di ogni dettaglio della vita e del lavoro dei Vignelli e nel linguaggio visivo frammentato, spontaneo, e idiomatico che questo film, Design is One, rende il miglior servizio ai suoi protagonisti. “As much as I love things in flux,” scrive Massimo alla fine del suo Vignelli Canon, “I love them within a frame of reference.”

Questo articolo è stato pubblicato in AIS/Design Storia e Ricerche, numero 4 novembre 2014

Gabriele Oropallo

Gabriele Oropallo is a design historian based at the University of Oslo since 2012. He was trained at the Universities of Naples and Düsseldorf and received a master’s from University College London, where he also held a Marie Curie EST Fellowship for research on design and social commitment in late modernism. He presented on his research at international conferences and as guest lecturer at institutions such as Zürich’s University of the Arts (ZHdK), São Paulo’s SESC, the University of Reading, and Pittsburgh’s Carnegie Mellon University. He previously taught design history at University College London for three years and in 2010-2011 he curated a series of public seminars on the critical and ethical dimensions in design. His current research project at the University of Oslo is set within the context of a wider research endeavour looking at the discourse on sustainability in late Modern Design, led by Kjetil Fallan. His research looks at the treatment of duration in design since the beginning of the current wave of sustainability and resilience thinking. His work was featured at events such as the Istanbul Design Biennial (2014), the São Paulo Architecture Biennial (2013), and the Eternal Tour exhibitions in Jerusalem (2010) and São Paulo (2012).

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